Occupazione e welfare

La crescente spesa per sostenere il sistema sanitario, assistenziale e previdenziale richiede un aumento dell’occupazione e l’applicazione di una concreta equità fiscale per garantire la pace sociale.

L’occupazione italiana è la penultima d’Europa, da noi lavorano sei persone su dieci tra i 20 e i 64 anni. La ripresina degli ultimi anni ha riportato l’occupazione ai livelli dell’anno 2000 con 22 milioni e mezzo di lavoratori, ma siamo ancora sotto ai 23,2 milioni del 2008. Anche i dati Istat sulla produttività non sono confortanti: dal 2010 in cinque anni si è verificata la riduzione del 4,6% delle ore lavorate e del 3,3% del valore aggiunto: l’indice di produttività è quello del 2000, mentre in Germania è cresciuto del 9,2%. L’occupazione è peggiore solo in Grecia, dove come è noto si è dovuto tagliare pesantemente il welfare per evitare il fallimento del Paese.
Dobbiamo renderci conto che questo andamento non è sostenibile ed il Paese è incamminato verso la povertà, considerando anche l’impatto della digitalizzazione, che favorirà i lavori emergenti a scapito di quelli ripetitivi tradizionali.
Possiamo iniziare la ripresa del Paese solo con una maggiore occupazione per tutte le fasce d’età. Dobbiamo aumentare la coesione e l’impegno di tutti per la ripresa, evitando interessi di parte, di una categoria o di un campanile a scapito del bene comune, perché ci stiamo giocando il futuro del Paese.

Il convegno sull’inganno generazionale organizzato a Milano da CIDA Lombardia venerdì 12 maggio 2017 nell’aula consiliare di Palazzo Marino ha fatto chiarezza sulla disoccupazione e i luoghi comuni che rischiano di compromettere, piuttosto che favorire, il progetto di rilancio. Il 40% di disoccupazione giovanile è diventato simbolo per le  tesi a sostegno dei giovani, ma non tiene conto del fatto che dai 15 ai 24 anni ci sono molti “occupati” nello studio. Considerando i giovani disoccupati sulla relativa popolazione, la percentuale scende al 10,1%; elevata, ma più rappresentativa della realtà. Il grafico indica che la disoccupazione è certamente critica per i giovani, in particolare per la fascia d’età 25-34 anni, ma anche per età maggiori. L’impatto sulla sostenibilità delle famiglie, se si considera anche la riduzione delle nascite, ormai fra i problemi maggiori del Paese, venendo meno nuove generazioni in grado di alimentare il sistema produttivo, comporta pesanti implicazioni sociali. Tra queste il decadimento del livello delle prestazioni del welfare per coloro che hanno già fatto la loro parte e attendono una serena vecchiaia dopo una vita dedicata al lavoro.
Il rilancio si costruisce con la pianificazione, basata su una corretta comprensione di dove ci troviamo.
Se quindi la priorità del Paese è l’occupazione bisogna avere il coraggio di passare dai buoni propositi all’azione, creando le condizioni per maggiore lavoro per i giovani e per tutte le altre età, compresi i senior, aumentando la competitività e l’attrattività del Paese: riducendo il carico fiscale sul lavoro e migliorando il clima di fiducia, di meritocrazia e di certezza del diritto. È urgente un radicale piano di semplificazione. La percezione della reale situazione in cui ci troviamo è confusa dalla giungla di complicate e incomprensibili disposizioni che mascherano la realtà e rendono vani gli sforzi per costruire qualcosa di nuovo.
Stando alla banca dati di Normattiva sono circa 75mila le leggi vigenti in Italia, alle quali se ne aggiungono altrettante regionali, comunali ed i regolamenti di enti ed autorità fiorite nel nostro Paese come piante infestanti. Un totale di oltre 150mila leggi, contro poco più di 3mila della Gran Bretagna, 5.500 della Germania e 7mila della Francia. Il buon senso impone semplificazione.
Alleggerire il carico fiscale per favorire il lavoro significa trovare risorse senza aumentare il debito pubblico, perché non possiamo lasciare alle nuove generazioni l’onere di un debito superiore al 133% del Pil, in aggiunta alle scarse prospettive occupazionali.
Bisogna avere il coraggio di affrontare i problemi veri del Paese. Le risorse per la competitività ci sono e possono essere rese disponibili iniziando dalla concreta lotta all’evasione fiscale e contributiva, mirata a ristabilire equità nei confronti degli evasori. Tenori di vita incompatibili con le rispettive dichiarazioni non sono più accettabili. All’equità fiscale è necessario associare la privatizzazione di società non strategiche ed una seria “spending review”, un processo di razionalizzazione che le imprese hanno realizzato da decenni, mettendo a frutto tecnologie abilitanti e nuovi modelli organizzativi.
Le risorse recuperate da una più equa ripartizione del carico fiscale e dalle minori risorse per la spesa corrente, potrebbero essere determinanti per cambiare velocità e direzione, consentendoci di riprendere la via verso lo sviluppo.
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