Occupazione in Europa e in Italia

Il tema occupazionale ha galvanizzato la scena politica-economica-sociale italiana per almeno 900 giorni: è stato riformato il diritto del lavoro con il Job Act; si sono utilizzati incentivi economici per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Quale efficacia? Quale risultato ? Diamo spazio ai numeri confrontandoci con gli altri Paesi. L’analisi della situazione occupazionale evidenzia le difficoltà del vecchio continente ed in particolare dell’Italia, preoccupante soprattutto la situazione dei giovani e dei manager, con prospettive ancor peggiori se non intervengono iniziative strutturali per invertire la tendenza e riprendere lo sviluppo. Finora, purtroppo, nemmeno la cronaca nera delle tragedie dei giovani, dei manager e degli imprenditori ha scosso la coscienza di chi ha la responsabilità di guidare il Paese e spero che l’articolo possa mobilitare le persone di buona volontà per restituire dignità a milioni di lavoratori, anche ai livelli più alti, che hanno perso la speranza di contribuire al reddito delle proprie famiglie e alla produzione del Paese.

 

Giovanni Facco 

Consulente Direzionale - giovanni.facco2@gmail.com

Analisi delle dinamiche occupazionali nei paesi dell’Unione Europea più Svizzera e Turchia

I risultati delle analisi descritte in questo articolo sono basate sui dati Eurostat pubblicati a novembre 2016 e sono finalizzati a confrontare i livelli occupazionali piuttosto che la disoccupazione, cioè a misurare quanto la popolazione attiva produce reddito piuttosto che le risorse lavorative improduttive, come è abitudine dei media comunicare, perché la disoccupazione non evidenzia la capacità del Paese di generare lavoro, che è invece il nostro obiettivo.
Per quanto riguarda il tasso di occupazione, è opportuno premettere che esso rappresenta il rapporto percentuale fra gli occupati e la popolazione, 510 milioni nei 28 Paesi europei, ma in questo articolo considereremo il tasso specifico di occupazione che rappresenta il rapporto percentuale fra gli occupati fra i 14 e 64 anni rispetto alla popolazione fra i 14 e i 64 anni. La popolazione di età compresa tra i 14 e i 64 anni è infatti statisticamente definita “attiva”, 330 milioni in EU28, sebbene comprenda anche le persone non occupate, suddivise in “disoccupati” (in cerca di lavoro) ed “inattivi” (che non hanno un lavoro ma neanche lo cercano e sono 90 milioni in EU28). Questi “inattivi” sono un po’ il termometro dei trend occupazionali, in quanto indicativi della sfiducia a trovare lavoro.
Ebbene, le statistiche mostrano che l’Italia ha una percentuale di inattivi del 22,2%, la più alta di 6-8 punti rispetto agli altri Paesi europei. Questo è il motivo principale per cui il tasso di occupazione, cioè il rapporto fra occupati e popolazione attiva, in Italia è al 57,7% contro una media europea del 66,6%, essendo 39,2 milioni gli attivi italiani e 330 quelli europei; Germania e UK sono oltre il 70%, la Svizzera è all’81%.  Inoltre la crescita dell’occupazione in Italia dal 2014 al 2016 è stata di sole 589.000 unità, contro 1.251.000 in Turchia, 1.084.000 in Germania, 915.000 in Spagna e 914.000 nell’UK.

È possibile portare il tasso di occupazione dell’Italia a livello europeo?

Non ci sono ragioni per dubitare che ciò possa avvenire, se consideriamo che gli altri Paesi ci sono riusciti. Ma in ogni caso occorre intervenire sui fattori strutturali che determinano lo sviluppo economico e sociale, con i quali l’occupazione è in logica correlazione.

Titolo di studio degli occupati

Anche per quanto riguarda il livello di scolarizzazione degli occupati il nostro paese è spiazzato rispetto all’Europa. La presenza di personale a bassa qualificazione è troppo alta (31% relativa alla formazione primaria – “elementari”) e la presenza di occupati con laurea è troppo bassa (21,4% della formazione terziaria), ben 12 punti in meno rispetto alla media europea, ed inoltre non siamo nemmeno in grado di occupare i laureati costretti a trovare lavoro all’estero. Vi è d’altronde un’alta correlazione fra livello di scolarità e tasso di occupabilità (cioè la probabilità di trovare lavoro sulla base delle richieste del mercato). Anche da questo punto di vista rimane confermato il gap fra Italia ed Europa: per la scolarità secondaria il tasso di occupabilità italiano è del 64,5% contro una media del 70% in Europa; per la scolarità terziaria è del 78,5 % contro 83,7% della media europea, con la Svizzera al 90% e la Germania all’87%.

Profilo professionale degli occupati

Distanze significative anche per quanto riguarda un altro fattore chiave dello sviluppo, e cioè il profilo professionale degli occupati. Nel 2016 i gruppi ad alta professionalità (89 milioni di manager, professional e tecnici) rappresentavano in Europa il 41% dell’occupazione, in Italia solo il 36%, contro il 43,5 % della Germania; il 44,5% della Francia, il 54,8% della Svizzera e il 49% dell’UK. I manager in Europa rappresentano il 6% degli occupati rispetto a meno del 3% in Italia.
È interessante notare che mentre il livello complessivo dell’occupazione in Europa è rimasto quasi stabile, 219,1 milioni del 2° trimestre 2008 rispetto a 218,9 milioni nel 2° trimestre 2016, in realtà i movimenti all’interno dei vari gruppi professionali sono stati molto profondi e hanno riguardato oltre 22 milioni di lavoratori, pari al 10% del totale. Hanno perso occupazione gli operai (-11,4 milioni), manager e impiegati amministrativi; stabili i tecnici mentre hanno guadagnato i professional (+11,8 milioni) e gli impiegati (+4,6 milioni) commerciali e dei servizi.
Significative differenze si riscontrano in Europa anche nell’incidenza dei lavoratori autonomi sul totale, che è mediamente del 15%. In Germania è del 10%, in Svizzera del 13%, in Italia del 22% e in Turchia del 31%.

L'occupazione dei giovani

L’occupazione giovanile è un tema critico per tutta l’Europa: dal 2008 al 2015 la classe di età 15-39 anni ha perso oltre 11 milioni di posti di lavoro, passando dal 48% al 43,4% del totale. L’Italia è il paese peggiore: dal 2004 al 2016 questa classe di età è passata dal 50,6% al 37,5%. Se poi si considera una classe di età più ristretta (15-29 anni) il tasso di decremento è stato ancora più ampio, circa il 40% in meno.

Cosa fare ?

Fatta l’analisi è urgente una “cura da cavallo” per allinearci alla media degli indicatori occupazionali Europei e dare lavoro ai giovani e meno giovani, per scongiurare un’altra retrocessione e puntare a ritornare in serie “A”. 
Una cura che può prendere spunto dalle politiche attuate dagli stati europei virtuosi e che abbia il coraggio di abbattere gli ostacoli all’occupazione: il carico fiscale e previdenziale sul lavoro, riducendone l’utilizzo a fini assistenziali; la burocrazia eliminando inutili e costose procedure burocratiche, la sfiducia che dovrebbe essere trasformata in fiducia nel futuro con un passo indietro dello “Stato” e una maggiore lungimiranza della politica per liberare il potenziale occupazionale.
La presentazione completa sull’occupazione in Europa è disponibile sul mio profilo LinkedIn (www.linkedin.com/in/giovannifacco).

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