Industria, +1,5%

Ma la crescita resta fragile: guerre, inflazione e dazi pesano sulla produzione

Emanuele Schirru

Emanuele Schirru - Coordinatore Commissione Organizzazione Federmanager Roma

Emanuele Schirru

Coordinatore Commissione Organizzazione Federmanager Roma

La produzione industriale italiana mostra un’accelerazione più significativa a marzo, ma il segnale resta ancora debole e inserito in un contesto economico sempre più complesso. Secondo i dati ISTAT, l’indice destagionalizzato registra un incremento dello 0,7% su base mensile, mentre nella media del primo trimestre del 2026 si evidenzia una flessione dello -0,2%, rispetto ai tre mesi precedenti. 

Il rimbalzo appare limitato e non sufficiente a indicare un’inversione di tendenza. L’industria italiana si trova in una fase di transizione, sempre più influenzata da fattori esterni: tensioni geopolitiche, volatilità energetica e nuove barriere commerciali.

Il quadro congiunturale resta fragile e caratterizzato da una crescita disomogenea, che dipende dalla tenuta di pochi comparti più dinamici. A crescere sono i comparti più orientati agli investimenti e alla tecnologia, mentre restano in difficoltà i settori maggiormente esposti ai consumi e ai costi energetici.

Tengono gli investimenti, ma energia e inflazione frenano la produzione

L’andamento per comparti evidenzia una dinamica a due velocità. I settori legati agli investimenti continuano a sostenere l’attività industriale: i beni strumentali crescono del 2,1% su base mensile e del +5,8% su base annua, mentre i beni intermedi registrano un +0,3%.

Si tratta di segnali coerenti con una certa resilienza degli investimenti produttivi, sostenuti anche dal progressivo miglioramento delle condizioni finanziarie e dagli incentivi europei.

Di contro, le componenti più esposte alla domanda finale e ai costi mostrano segnali di debolezza: i beni di consumo calano dello 0,4% (quarto mese consecutivo) e l’energia registra un crollo dell’1,2% su base mensile e 3,1% tendenziale, confermandosi il principale fattore di volatilità, con costi delle materie prime energetiche che incidono sulla competitività manifatturiera.

Su base annua, la produzione cresce del 1,5%, ma la dinamica resta selettiva. A trainare sono i settori ad alta intensità tecnologica e più integrati nei mercati globali, come mezzi di trasporto (+11,5%), elettronica (+6,1%) e macchinari (+3,9%), mentre restano in difficoltà comparti come chimica e raffinazione, come indicato nel grafico seguente.

A pesare non è solo il costo dell’energia, ma anche il ritorno di pressioni inflazionistiche. Le più recenti stime ISTAT indicano un’inflazione intorno al 2,5–2,6% nel 2026, con effetti diretti sia sui costi delle imprese sia sul potere d’acquisto delle famiglie.

Questo doppio effetto, aumento dei costi e compressione della domanda, rappresenta uno dei principali fattori di rallentamento dell’attività industriale.

A ciò si aggiunge il contesto internazionale. Il Centro Studi Confindustria evidenzia un livello elevato di incertezza già prima dell’ultimo conflitto in Medio Oriente, aggravato dai dazi introdotti dagli Stati Uniti nel 2025 e dalla riconfigurazione dei flussi commerciali.

Il conflitto ha ulteriormente amplificato le criticità, incidendo in modo diretto sui mercati energetici. Secondo il Bollettino Economico della Banca d’Italia (aprile 2026), il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz, snodo da cui transita circa il 20% dei flussi globali di petrolio e gas, ha provocato forti tensioni sui prezzi e sulla disponibilità delle materie prime. 

Dopo l’annuncio di una tregua l’8 aprile, i prezzi del petrolio si sono temporaneamente ridotti fino a circa 95 dollari al barile, rispetto ai picchi di 110 dollari registrati all’inizio del mese, in un contesto comunque caratterizzato da elevata volatilità. Analogamente, il gas naturale europeo (TTF) è sceso a circa 45 euro/MWh dopo aver raggiunto i 60 euro, restando però su livelli significativamente superiori al periodo pre-conflitto.

Le aspettative dei mercati indicano che i prezzi dell’energia resteranno elevati almeno nel breve periodo, a causa dei danni alle infrastrutture, dell’incertezza geopolitica e dell’aumento dei costi di trasporto e assicurazione. La riduzione delle esportazioni di gas dal Qatar, che copre quasi il 18% dell’offerta mondiale di GNL, ha inoltre ridotto la disponibilità globale, amplificando le tensioni soprattutto in Europa.

In questo contesto, anche il commercio internazionale mostra segnali di rallentamento. Le stime indicano una crescita globale più contenuta, penalizzata sia dall’aumento dei costi energetici sia dall’incertezza che frena investimenti e scambi.

Ripresa incerta, lo scenario resta esposto ai rischi globali

Le prospettive indicano un possibile miglioramento, ma in un contesto ancora fragile. Secondo le previsioni Cerved, la produzione industriale italiana dovrebbe crescere nel 2026 del +1,9%, sostenuta dal calo dei tassi, dalla tenuta dell’occupazione e dagli investimenti legati al PNRR.

Tuttavia, il quadro resta fortemente condizionato dall’incertezza globale. Il Centro Studi Confindustria stima una crescita del PIL limitata al +0,5%, con rischi concreti legati al prolungarsi delle tensioni geopolitiche.

Le guerre incidono attraverso molteplici canali: aumento dei costi energetici, interruzioni delle supply chain, rallentamento del commercio e crescita dell’incertezza. Il rischio di un ripristino lento delle catene di approvvigionamento e l’aumento dei costi logistici e assicurativi rendono improbabile un rapido ritorno a condizioni di stabilità.

Allo stesso tempo, i dazi stanno già producendo effetti concreti sull’export italiano, penalizzando diversi settori manifatturieri e aumentando la volatilità dei mercati.

L’incertezza, infine, rappresenta un fattore economico a tutti gli effetti: gli indicatori internazionali mostrano livelli superiori a quelli della pandemia, con effetti diretti su investimenti, pianificazione e decisioni strategiche.

Dal quadro nazionale al territorio: il caso Lazio

Queste dinamiche si riflettono nei sistemi produttivi territoriali, come il Lazio.

La regione presenta una struttura economica peculiare: un sistema ibrido in cui convivono una forte economia dei servizi e alcune filiere industriali ad alto valore aggiunto.

Con oltre 460.000 imprese attive (circa il 9% del totale nazionale), di cui circa 23.000 nel manifatturiero, il Lazio si conferma tra le principali regioni italiane per densità imprenditoriale. Tuttavia, la struttura resta fortemente sbilanciata verso il terziario, trainato dalla presenza di Roma.

Accanto ai servizi, il Lazio esprime filiere industriali strategiche:
  • aerospazio e difesa
  • farmaceutico
  • automotive
  • elettronica e ICT

Il limite non è la qualità, ma la diffusione: queste eccellenze restano concentrate e non generano ancora un effetto sistemico sul territorio.
La forte concentrazione su Roma accentua il divario interno:
  • centralità economica della Capitale
  • minore sviluppo delle altre province
  • difficoltà nel creare filiere integrate

Il ruolo del management

In questo scenario, il management assume un ruolo sempre più decisivo. Non si tratta più solo di gestire l’operatività, ma di guidare le imprese in contesti ad alta volatilità.

I manager sono chiamati a:
  • rafforzare la resilienza delle supply chain
  • gestire il rischio energetico e inflattivo
  • accelerare innovazione e digitalizzazione
  • sostenere l’internazionalizzazione

Il management diventa così il vero fattore abilitante della competitività, in grado di trasformare vincoli esterni in leve di sviluppo.