Leadership che si ascolta. Saper parlare in pubblico fa la differenza

Paolo Fanti, coordinatore Commissione Manager Evolution Federmanager Bologna-Ferrara-Ravenna intervista Manuel Reitano, Formatore, Consulente e Podcaster.

 

di Paolo Fanti  

Coordinatore Commissione Manager Evolution Federmanager Bologna-Ferrara-Ravennaùa

Manuel Reitano, molti ti conoscono ascoltando i tuoi podcast, guardando i tuoi video su Linkedin o partecipando alle tue lezioni sul public speaking. Due parole su di te per iniziare.

Grazie Paolo per l’assist. Quello che faccio è dare alle persone degli strumenti per poter comunicare in modo chiaro ed efficace le loro idee. Uso le mie competenze da attore professionista e i miei studi di linguistica e comunicazione all’Università di Bologna, alla London School of Economics e ad Harvard. Ho una grande passione per il teatro, la comunicazione e i viaggi e mi occupo di formazione, consulenza e podcasting. I temi che tratto più spesso sono il public speaking, la negoziazione e la comunicazione interpersonale in generale. Come consulente mi occupo di leadership, strutturando percorsi per migliorare la capacità di guidare un gruppo attraverso le abilità comunicative. 

Parlare bene in pubblico: perché secondo il tuo parere e la tua esperienza è così importante?

Perché chi guida altre persone deve dare informazioni chiare, indicare una direzione e mostrare una visione. Se il messaggio non arriva, non arriva nemmeno la direzione da seguire, e il gruppo, nel migliore dei casi, procede in autonomia o, peggio, in ordine sparso. Lo vedo spesso nei workshop aziendali che conduco: manager con idee solide, strategie chiare, obiettivi ben definiti, che però in sala riunioni faticano a trasmetterli. Il risultato è un gruppo che esegue senza convinzione. E la ragione è semplice: non ha davvero capito il "perché" dietro alle richieste. La leadership, oltre che una questione di competenza tecnica, è una questione di comunicazione e percezione: se non sai parlare a un gruppo, quindi a un pubblico piccolo o grande che sia, difficilmente potrai guidare qualcuno.
Paolo Fanti

Paolo Fanti Coordinatore Commissione Manager Evolution di Federmanager Bologna - Ferrara - Ravenna e DG ANDAF

Quindi il Public Speaking è un’arte molto più antica di quello che pensiamo: giusto?

La competenza del parlare in pubblico, oggi chiamata Public Speaking, è un'arte antica, che chiamiamo retorica: l'arte di comunicare in modo efficace e persuasivo. Una disciplina che affonda le radici in Italia e in Grecia. Cicerone, ad esempio, pone le basi della costruzione di un discorso con cinque fasi che ancora oggi sono il punto di riferimento di tutti i discorsi efficaci:
  • Inventio: cercare e trovare la tesi da sostenere;
  • Dispositio: decidere cosa dire prima e cosa dopo;
  • Elocutio: scegliere le parole da usare;
  • Actio: capire come esprimere i propri pensieri usando al meglio voce e corpo;
  • Memoria: ricordare il proprio intervento per esporlo senza leggerlo.
Quando lavoro con manager, responsabili e persone che devono descrivere un’idea in pubblico, spesso mi accorgo che questi si concentrano esclusivamente su cosa devono dire, facendo poi un elenco di argomenti. Un processo che non presta attenzione alla struttura, elemento che rendere un discorso efficace. Questo perché: ogni discorso efficace, ovvero che permette di raggiungere un obiettivo, ha una struttura chiara e comprensibile. Oltre a questo poi è bene porre l’accento sull’Actio, cioè il modo in cui corpo e voce sostengono il contenuto. 
Ricordo un direttore commerciale che aveva una presentazione tecnicamente perfetta, ma la leggeva tutta dallo schermo, con lo sguardo basso: il pubblico si era spento dopo due minuti, nonostante i dati fossero buoni.

Quindi migliorare la propria abilità nel public speaking si può? E come?

La risposta è chiaramente si. Per farlo, il primo passo è capire che parlare in pubblico è una disciplina, non una scienza esatta. Non esiste una formula che garantisca sempre lo stesso risultato applicando sempre lo stesso schema. Come ogni disciplina fornisce criteri da usare e adattare in base a contesto, obiettivo e pubblico che si ha davanti.
Si migliora questa abilità partendo da questa consapevolezza e passando poi alla conoscenza teorica e alla sua messa in pratica. In questo senso posso dare, tra le tante, tre indicazioni fondamentali su cui lavorare: 
  1. la concentrazione;
  2. la definizione degli obiettivi;
  3.  i pilastri di un buon discorso: ethos, logos e pathos.
Manuel Reitano, Formatore | Consulente | Podcaster

Manuel Reitano, Formatore | Consulente | Podcaster

Partiamo dal primo punto (sempre più difficile al giorno d’oggi): la concentrazione. Cosa significa in questo contesto?

Per concentrazione intendo l'abilità di mantenere il pensiero in un luogo e in un momento preciso, hic et nunc, come dice la locuzione latina. Oggi viviamo in un mondo sempre più distratto: concentrarsi significa ribellarsi a un mondo comunicativo che ci suggerisce di restare sulla superficie a scapito della profondità. In altre parole, avere l’abilità di saper prestare attenzione a quello che diciamo e a come lo diciamo mentre stiamo parlando. Non solo quindi prestare attenzione alle parole, ma anche al suono della voce e al corpo, perché sono soprattutto questi due elementi a sostenere l'attenzione del pubblico, spesso più delle parole stesse.
In un'azienda che seguo da tempo, faccio spesso un esercizio molto semplice prima delle riunioni importanti: chiedo a chi deve parlare in pubblico di fermarsi trenta secondi, prima di andare nella sala riunioni, respirare e isolarsi da cellulare e messaggi per "arrivare" mentalmente nella stanza prima di iniziare a parlare. Sembra banale, ma cambia completamente il modo in cui il pubblico percepisce la presenza di chi parla.

Come entra in campo, invece, l'importanza degli obiettivi?

Spesso si commette questo errore: si ha già in testa cosa si vuole dire, si scrive l'elenco delle argomentazioni da trattare e le si dice in quell’ordine. Questo processo rischia di essere troppo centrato su chi parla e poco su pubblico e risultato che si vuole ottenere. Prima di iniziare a costruire il discorso, oltre a definire la tesi da sostenere, è bene capire chi è il pubblico e quale obiettivo si vuole raggiungere davvero. Prima di scrivere i temi che si toccheranno è importante chiedersi quale obiettivo si vuole raggiungere; in questo modo il discorso risulterà più preciso.
Manuel Reitano durante l'incontro

Manuel Reitano durante l'incontro "Leadership che si ascolta"

Arriviamo ai pilastri citati prima (Ethos, Logos, Pathos): come funzionano?

Cialdini ha teorizzato sette leve persuasive che oggi sono molto conosciute nel mondo del marketing e della comunicazione. Queste partono dai tre pilastri del discorso persuasivo descritti da Aristotele:
  • Ethos: persuadere in base a chi è la persona che parla, alla sua credibilità e autorevolezza;
  • Logos: convincere attraverso ragionamenti razionali, dati e logica;
  • Pathos: persuadere attraverso l'emozione.
Nella mia esperienza di formatore e consulente noto che le persone in posizioni manageriali tendono ad affidarsi quasi esclusivamente del logos - numeri, grafici, dati - come se da soli bastassero a convincere un pubblico. È comprensibile, viene percepito come più "professionale" e meno rischioso. Ma un discorso che convince solo con la logica raramente muove davvero le persone all'azione. 
In un workshop con una squadra di commerciali, per esempio, abbiamo lavorato su questo: integrare ai dati di mercato storie reali, capaci di suscitare emozioni. Questo piccolo accorgimento ha cambiato completamente l'impatto delle presentazioni fatte alla direzione.
Conoscere la differenza tra ethos, logos e pathos, sapendo come dosarle a seconda di contesto, pubblico e obiettivo, può fare la differenza tra una leadership che fatica a farsi seguire e una leadership capace di generare consenso e visione condivisa.

Per allenarsi: quali esercizi pratici consiglieresti a una persona che vuole migliorare la propria abilità di public speaker?

Ne posso suggerire, tra i tanti, tre semplici ed efficaci:

1. L'esercizio dei 60 secondi.
Scegliere un argomento di lavoro qualsiasi e spiegarlo a voce alta, senza appunti, in esattamente un minuto. Registrarsi con lo smartphone e riascoltarsi. Serve ad allenare sintesi, chiarezza e gestione del tempo, tre elementi che in riunione possono fare la differenza.
2. Il cambio di obiettivo. 
Prendere una comunicazione già scritta, ad esempio una mail o una presentazione, e riformularla oralmente tre volte, cambiando ogni volta l'obiettivo: una volta per informare, una per convincere, una per motivare. Aiuta a percepire concretamente quanto cambiano tono, parole e struttura a seconda di cosa si vuole davvero ottenere.
3. L'aggiunta della storia. 
Prendere un dato o un risultato che si presenta abitualmente in modo puramente numerico e provare ad affiancargli un piccolo racconto reale, un esempio concreto o un caso studio legato a quel dato. È un modo semplice per allenarsi a bilanciare logos e pathos, e per rendere anche un contenuto molto tecnico memorabile per chi ascolta.

Manuel grazie per questi consigli: vuoi concludere con un pensiero di ispirazione per i manager e i leader che incontriamo?
Per concludere mi viene sempre in mente una frase di Shakespeare, tratta dall'Amleto: "Le parole senza pensiero non vanno in paradiso". È una frase che,  per quanto nata su un palcoscenico teatrale, dice tutto quello che di importante c’è da sapere sulla comunicazione: le parole, da sole, non bastano. Contano solo se dietro c'è un pensiero vero, una tesi costruita, un obiettivo chiaro. Non basta avere una visione per essere leader, bisogna saperla comunicare, individuando ogni volta gli strumenti più adatti al contesto e al pubblico che si ha davanti. Chi oggi guida davvero le persone è chi sa farsi ascoltare. L'articolo ripercorre i temi trattati durante l'incontro "Leadership che si ascolta. Usare parole, voce e presenza per guidare persone e decisioni", svolto lunedì 15 giugno 2026 nella sede di W Executive, Villa Clelia a Bologna.