Cosa possiamo prevedere e fare per sostenere l’industria

Occorrono risposte europee tempestive e adeguate

Le continue tensioni in Medioriente con il blocco, magari parziale, dello stretto di Hormuz, la guerra a casa nostra russo-ucraina con lo shock energetico e la crescita del pericolo inflazionistico e recessivo pesano sulle prospettive di crescita del Paese e del Nordest. Nel 2026 il Pil è previsto in aumento del solo 0,2%, tre decimi di punto in meno rispetto alle previsioni formulate tre mesi fa, secondo le elaborazioni condotte su dati Prometeia che per il 2027 prefigura una crescita contenuta pari allo 0,4%.

L’inflazione, secondo le più recenti stime della Banca d’Italia, potrebbe attestarsi al 2,6% nel 2026 (dall’1,5% del 2025), sospinta dal marcato incremento dei prezzi energetici mentre per il 2027, se il contesto dovesse migliorare, sarebbe atteso un rientro dell’inflazione sotto il 2%. Gli investimenti fissi lordi sono previsti in aumento dell’1,3% nel 2026, in rallentamento rispetto al +2,3% del 2025, risentendo del peggioramento della redditività, delle prospettive di domanda e dell’aumento del costo del credito. Nel 2027 la dinamica degli investimenti è attesa ulteriormente in decelerazione (+0,4%).

Il Pnrr e gli incentivi fiscali continueranno a fornire un contributo rilevante alla crescita quest’anno, ma nel 2027 il Pnrr cesserà di produrre effetti. Le esportazioni di beni sono previste in crescita dell’1,1% nel 2026, penalizzate dalla debolezza degli scambi internazionali, dall’effetto dei dazi e dalla perdita di competitività. Nel 2027 è atteso un recupero più significativo, +2,7%, sostenuto da un miglioramento del contesto globale, dalla ripresa della domanda tedesca e dall’attesa di un miglioramento della produttività. Dopo la fase espansiva degli ultimi anni anche il mercato del lavoro evidenzia segnali di rallentamento. La domanda di lavoro è orientata alle competenze. Una volta per tutte dovrebbe essere privilegiato il merito.

Le prospettive economiche italiane e del Nordest del Paese restano fortemente condizionate dall’evoluzione della situazione internazionale. Il Pil nazionale potrebbe entrare in una fase di stagnazione se la situazione attuale dovesse prolungarsi ancora di alcuni mesi fino a giungere alla recessione qualora i conflitti bellici e commerciali in atto durassero fino alla fine del 2026.

Daniele Damele
Presidente
Federmanager FVG

Daniele Damele Presidente Federmanager FVG

Occorrono risposte europee tempestive e adeguate alla complessità del momento che stiamo affrontando.

Cosa fare? Attuare una semplificazione normativa reale, favorire il mercato unico europeo, mettere in atto strumenti finanziari a sostegno del manifatturiero e dell’industria, avviare un percorso in grado di portarci negli anni a essere autonomi energeticamente con il nucleare pulito e nel frattempo permettere l’acquisto di petrolio e gas a livello competitivo da chiunque lo ceda a minor prezzo. Sì perché il primo punto è quello del costo della produzione delle imprese, per cui va sospeso senza indugi l'Ets. Competitività e produttività devono diventare il “must” di ogni politica nazionale ed europea rimettendo l’industria al centro.

Va, inoltre, favorito un decisivo investimento nel settore delle infrastrutture per collegare aree strategiche del Paese con l’Europa, dall’alta velocità alla velocizzazione dei treni, dal completamento della terza corsia sulla A4, al potenziamento degli scali, degli interporti e degli aeroporti. Per rendere il sistema competitivo le infrastrutture devono essere considerate da tutti beni pubblici europei fondamentali per sicurezza e competitività strategica.

Il piano di investimenti sulle infrastrutture italiane vale, secondo l’allegato al Def del 2025, 433 miliardi di euro, di cui solo 230 miliardi già finanziati. Nel Nordest sono previsti circa 40 miliardi di investimenti, meno della metà finanziato. Occorre definire una fonte di finanziamento stabile per 15 anni a far data dal 2027. Solo così possiamo ipotizzare un futuro basato su un operoso benessere.

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