Pensiamo al presente con lo sguardo al futuro

Per le imprese private industriali occorre una visione che abbini la gestione attuale alla prospettiva

Daniele Damele  

Presidente Federmanager Friuli Venezia Giulia
La situazione economica delle imprese private industriali italiane e del Nord è sotto gli occhi di tutti: i costi delle materie prime sono alle stelle, le tensioni geopolitiche e le relative forniture energetiche sono sotto pressione, le scelte di fondi e multinazionali (vedi Electrolux) che preferiscono dismettere (licenziare) e spostare la produzione laddove la manodopera costa meno. Eppure sono convinto che mai come in questo momento si debba parlare di crescita, sostenibilità, innovazione e del ruolo che l’Europa deve giocare per proteggere la competitività delle sue imprese industriali.

Occorre ripartire da valori quali etica ed eccellenza che devono tornare a guidare il nostro operare quotidiano puntando a costruire nuovi ponti verso culture e mondi diversi aprendoci a mercati nuovi in un’ottica di internazionalizzazione. Le aziende del Nord italiano hanno dimostrato da anni, oserei dire da secoli, una fortissima capacità di resilienza, questo perché il modello è solido e si basa su una cultura manageriale di spessore e livello.

Oggi tutta la catena di fornitura delle materie prime mondiale, come accennato, è sotto pressione e ciò impone la necessità di una risposta europea più forte del passato. Servono interventi rapidi su più fronti: energia, e innovazione tecnologica in primis. Oggi paghiamo costi energetici enormemente superiori rispetto ai concorrenti americani e siamo ancora troppo dipendenti da Usa e Cina sul digitale. L’energia va acquistata da chi la vende a minor prezzo puntando da subito a costruire un’autonomia di reperimento con una differenziazione delle fonti. Sul digitale vanno favoriti investimenti decisi e regole etiche di alto livello. 

In un contesto geopolitico così volatile è, poi, fondamentale avere anche un’alternativa di mercato che non può che essere l’Europa. Occorre, cioè, creare un mercato unico europeo con regole comuni per tutti i Paesi. E bisogna favorire investimenti importanti che garantiscano assunzioni e non piani di dismissione. Occorre tornare a essere fieramente made in Italy e in sede locale made delle varie regioni. In Friuli Venezia Giulia va recuperato il made in Friuli e sostenuto lo sviluppo di Trieste e del suo ruolo emporiale. 

Quello che sta accadendo ad Electrolux, ad esempio, non riflette un problema dell’azienda, ma è una questione strutturale. Se come europei non interveniamo per salvaguardare la nostra industria, nel giro di qualche anno giungeremo al fallimento del comparto. Il piano annunciato dall’azienda svedese per i siti italiani fa venire alla luce questioni del passato. Le imprese italiane ed europee operano nel rispetto della sicurezza sul lavoro, del tracciamento delle filiere, delle politiche di emissioni zero e così via, ma i produttori non europei non sono tenuti a rispettare tutte queste regole per cui finiamo per essere fuori mercato. Occorre introdurre dei dazi brutali altrimenti l’industria europea continuerà a perdere posizioni. L’industria degli elettrodomestici è da sempre una grande utilizzatrice di acciaio, e sull’acciaio in Europa sono stati messi dei dazi fino al 50 per cento. È vero che così si sono favorite, correttamente, le nostre acciaierie, ma così facendo l’acciaio viene pagato il 50 per cento più caro dei produttori asiatici che già hanno un costo del lavoro inferiore, e così vengono qui da noi a vendere a prezzi più bassi dei nostri.

Su Electrolux (e non solo) deve intervenire l’Europa. Occorre favorire una soluzione con imprenditori che vogliano bene al territorio dove s’insediamo, con investitori che decidono di radicarsi anche culturalmente, collaborando con le nostre università facendo crescere i nostri talenti, pagandoli adeguatamente con un sistema di welfare completo e sicuro, e l’intera filiera. 

Il problema Electrolux va risolto oggi con uno sguardo al futuro in quanto occorre una visione che abbini la gestione attuale alla prospettiva, pena la mancanza di fiducia nel futuro e di piani industriali in grado di garantire sviluppo sociale ed economico e un operoso benessere generale.

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