Il rapporto Censis-CIDA sul ceto medio impone serie riflessioni sulle priorità del Belpaese

Una operazione verità che abbatte le narrazioni mediatiche di moda, per analizzare l’identità e il peso sociale del motore di sviluppo al quale sono richiesti crescenti sacrifici per sostenere un Paese che vive di stress elettorale in un'economia sotto la linea di galleggiamento, senza visione e strategia di futuro. Ecco in sintesi quanto emerge dal rapporto Censis-CIDA

Franco Del Vecchio

Segretario CIDA Lombardia - lombardia@cida.it

Il ceto medio è stato il maggior fenomeno sociale del dopoguerra

Il processo di formazione e sviluppo del ceto medio è una delle chiavi di lettura per raccontare lo sviluppo italiano dal dopoguerra in avanti, perché richiama trasformazioni di tenore e opportunità di vita e dei processi di crescita, poiché ad esempio, vivere come una famiglia di ceto medio è stato il fattore  motivante di intere generazioni per conquistare crescente benessere.

Il rapporto analizza le tre fasi evolutive del ceto medio:
  • la fase aurea di ascesa negli anni '70 e '80 che ha radici nell’Italia post-ricostruzione e prende quota nei processi di trasformazione radicale della nostra società di prevalente provenienza contadina e rurale a industriale, dal Miracolo economico al Secondo Rinascimento e si consolida nel ventennio successivo;
  • la fase di declino nel primo ventennio del 2000, con la crisi della Tempesta Perfetta del 2007-2012, che ha segnato un drastico rallentamento dei processi di crescita e l’avvio di processi centrifughi all’interno del grande invaso del ceto medio;
  • l'attuale fase di deriva caratterizzata dall'erosione delle condizioni economiche e sociali, segnata dall’accentuazione dei fattori di contesto e soggettivi di perdita del reale potere d'acquisto e l’emergere di punti di tenuta socio-culturali e negli stili di vita di chi ancora si sente di ceto medio. 

Socialmente, la condizione di ceto medio della società italiana è inscritta nella memoria della maggioranza delle famiglie che, guardando indietro alla propria specifica storia, possono vedere sia l’evoluzione sostanziale vissuta nella fase aurea con la triade più alto benessere economico -più alti consumi- aspettative crescenti, che gli effetti negativi del rallentamento economico sulle dinamiche e opportunità di ulteriore ascesa sociale.

Oggi il 60,5% degli italiani ritiene di far parte del ceto medio, che costituisce quindi la maggioranza, il 33,8% pensa di appartenere al ceto popolare e solo il 5,7% al ceto benestante.

Nella cultura del ceto medio oggi, come nel passato, c’è una voglia di riconoscimento del merito, delle capacità, del talento, del fatto che chi investe e riesce deve raccogliere anche i frutti economici dei suoi sforzi. In questa fase storica prevalgono la percezione di un declassamento socio-economico reale o potenziale e la convinzione che nella scala sociale sia molto difficile salire e molto facile scivolare in basso.
In altre parole, la parabola del ceto medio è in fondo la parabola vissuta dalla maggioranza delle famiglie italiane in più generazioni, in linea con l’evoluzione dei fattori di contesto, dalle fasi segnate da alti ritmi di crescita del Pil a quelle sempre più condizionate dal suo rallentamento.

Spostamento dello sviluppo economico

La globalizzazione ha spostato la crescita economica verso i Paesi emergenti ed è ormai acclarato che la crisi del ceto medio è stata indotta, anche, dagli esiti dei grandi processi globali che, a lungo sono stati interpretati come solo e sempre virtuosi.

L’ideologia della globalizzazione ha infatti a lungo prevalso su ogni altra considerazione economica o sociale, nella convinzione che la dinamica dei mercati globali avrebbe comunque generato non solo un'ottima ed efficiente allocazione delle risorse, ma anche l’equilibrio sociale più equo e socialmente accettabile.

Nel tempo è diventato evidente che l’accettazione supina delle dinamiche globali poteva anche generare esiti negativi, se non addirittura nefasti e, in particolare, si è reso evidente come, anche a livello di regolazione sovranazionale a cominciare da quella Ue, fosse indispensabile valutare le scelte da fare con maggior cautela e attenzione alle implicazioni sociali che finivano per avere sul ceto medio.

I paesi Ue, Italia in testa, da tempo sono in evidente affanno di fronte al vigore della crescita di altre aree del mondo. In termini di variazione percentuale reale del Pil nel periodo 2003-2023 i paesi Ue hanno registrato +30,4% rispetto alla Cina con +376,3%, all’India con +241,3% e anche agli Stati Uniti che hanno segnato un +50,4%.

Se l'Europa è in difficoltà la situazione dell'Italia nel primo ventennio del secolo è ben più grave: crescita reale del PIL del 5,3% rispetto al 30,4% della media dei 27 paesi Ue e perdita del reddito reale netto pro capite del 7,7% rispetto alla crescita del 9,7% della media Ue 27. Ma manca il coraggio di parlarne e bisogna ringraziare il Censis e la Cida per aver inserito tali dati nel rapporto.   

È il segnale evidente di un cambio di passo nel processo globale di creazione e possesso di ricchezza che modifica radicalmente il quadro di riferimento poiché, storicamente, il ceto medio si è ampliato ed ha potenziato il proprio benessere economico perché ha potuto operare in contesti socioeconomici segnati dalla crescita del Pil.

L’eurocentrismo economico significava che, al fianco degli Stati Uniti era l’Europa l’epicentro della creazione di valore economico, con la conseguente diffusione via via più ampia nel corpo sociale. Ora invece l’asse della creazione di reddito e ricchezza si è spostato altrove, verso paesi a più recente sviluppo, capaci in poche generazioni di imporsi nell’arena mondiale.

Il caso cinese, al di là delle fluttuazioni e anche delle emergenti criticità strutturali è emblematico poiché in pochi decenni ha abbandonato uno stato di povertà di massa secolare per diventare la fabbrica del mondo. È come se al pesce rosso del ceto medio dei paesi più avanzati fosse mancata una quantità significativa di acqua in cui nuotare.

In sintesi, è in atto una colossale dislocazione dei processi di creazione della ricchezza fuori dall’Italia e dagli altri paesi Ue, verso paesi di più recente sviluppo all’interno dei quali si vanno delineando processi di formazione di ceto medio che, in parte, possono ricordare quelli che si sono verificati in Italia.
 

Cosa pensano gli italiani

Il 54,2% degli italiani prova un senso di declassamento, la sensazione netta di andare indietro nella scala sociale. Lo sente il 48,4% degli auto-appartenenti al ceto medio, il 66,7% dei ceti popolari e, addirittura, anche il 42,2% degli abbienti. E poi il 45,7% dei dirigenti, il 54,5% degli imprenditori e commercianti, il 50% di impiegati, insegnanti, professioni intermedie, il 59,1% degli operai. Il 59,7% degli italiani sente che il suo tenore di vita sta calando, così come in particolare il 53,4% nel ceto medio, il 74,4% nel ceto popolare e il 40% tra i benestanti. Prevale la paura del declassamento sociale

Il 76% degli italiani pensa che è sempre più difficile salire nella scala sociale: condivide tale idea il 74,7% delle persone che si sentono di ceto medio, il 79,5% di ceto popolare e il 68,3% di ceto abbiente. La percezione del blocco della mobilità sociale è condivisa dal 78,5% dei redditi fino a 15 mila euro, dal 78,9% tra 15 e 35 mila euro, dal 77% tra 35 e 50 mila euro e dal 64,2% con 50 mila euro e oltre. Ritengono poi che le generazioni passate vivessero meglio il 66,6% degli italiani e, in particolare, il 65,7% del ceto medio, il 70,1% dei ceti popolari e il 56,7% dei benestanti. Al contempo pensano che le generazioni future staranno peggio di quelle attuali il 76,1% dei cittadini: il 75,1% del ceto medio, il 77,1% dei ceti popolari e il 78 % degli abbienti. Il 66,6%
degli italiani pensa che le generazioni passate vivevano meglio e il 76,1% che le generazioni future staranno peggio delle attuali

Il 57,9% degli italiani ritiene che in Italia impegno nel lavoro e talento  non sono premiati come dovrebbero. Convinzione condivisa dal 54,9% degli appartenenti al ceto medio, dal 65,7% del ceto popolare e dal 42,5% dei benestanti. Lo pensano anche il 61,8% dei giovani, il 58,1% degli adulti e il 54,7% degli anziani. L’81% degli italiani pensa sia equo che coloro che lavorano di più guadagnino di più. Inoltre, il 73,7% degli italiani è convinto che se una persona ha talento ed è capace, è legittimo e giusto che guadagni tanto e, se ci riesce, diventi ricco.  Lo pensa anche il 75% del ceto medio, il 69,9% del ceto popolare e l'84% dei benestanti. Chi si sente di ceto medio, quindi, dice No a egualitarismi ingiustificati e, al contempo, Sì al riconoscimento, anche in termini di ricchezza, del talento, dell’impegno e degli investimenti. L'Italia è in fondo alla classifica della meritocrazia in Europa, secondo il criterio di misurazione del Meritometro del Forum della Meritocrazia, e aumenta il desiderio di riconoscimento del talento e del merito.

Per l’80,6% degli italiani la fiscalità dovrebbe premiare di più e meglio chi crea impresa, lavoro, opportunità: lo pensa anche l’82% delle persone che si sentono di ceto medio, il 77,3% dei ceti popolari e l’84,8% dei benestanti. A questo proposito, il 78,6% degli italiani e, nello specifico, l’80% degli appartenenti al ceto medio ritengono di essere danneggiati dall’evasione fiscale. Tale idea è condivisa anche dal 76% dei ceti popolari e dal 79,9% dei ceti benestanti. Il sistema fiscale dovrebbe utilizzare criteri pro-merito. 

L’87,1% degli italiani reputa essenziale in questa fase valorizzare e promuovere cultura, capacità e competenze manageriali. Per l’82,7% degli italiani il bravo manager nelle aziende e negli enti è colui che sa trascinare e motivare gli altri. Opinione con un consenso socialmente trasversale: l’82,9% nel ceto medio, l’86,8% del ceto benestante e l’81,7% del ceto popolare. Per l’84,4% degli italiani una più alta efficienza di imprese e Pubblica Amministrazione richiede dirigenti fortemente orientati a premiare i più meritevoli ad ogni livello.  Valorizzare i dei buoni manager è quindi opinione dalla maggioranza degli italiani

Il 59,6% degli italiani è convinto che occorra consentire ai pensionati che lo vogliono di lavorare. Idea condivisa dal 61,4% del ceto medio, dal 54,8% dei ceti popolari e il 68,7% di quelli benestanti. Inoltre, per il 55,3% degli italiani occorre lasciare a ciascun individuo la libertà di andare in pensione all’età che preferisce, senza penalità o premi per costringerlo a restare al lavoro. La silver economy degli anziani è un valore per il Paese.

Maggiori informazioni nelle 77 pagine del rapporto Censis-Cida cliccando: 

Conclusioni

La vicenda del ceto medio rappresenta paradigmaticamente l’evoluzione dell’economia e della società italiana nel lungo periodo. Oggi prevale la percezione del declassamento e del blocco della mobilità verso l’alto.

I processi sociali non sono attivabili e orientabili per editto, e questa regola vale anche per il ceto medio. E tuttavia è evidente che la scelta di non lasciare solo il ceto medio di fronte alle difficoltà e, ancor più, di non amplificarle con scelte di politica economica e sociale, apre la strada ad una molteplicità di possibili azioni che potrebbero affiancare lo sforzo soggettivo del ceto medio nel nostro paese.

In fondo, un’agenda delle cose fattibili emerge chiaramente anche dalla ricerca. Così, ad esempio, è essenziale rielaborare in modo non punitivo una serie di scelte relative a fisco e welfare. Infatti, lo sforzo contributivo al fisco trova senso se poi attiva una copertura di welfare all’altezza di esigenze e aspettative degli italiani, inclusi quelli di ceto medio.

Il tema delle soglie di reddito impropriamente considerate elevate diventa importante, poiché la solitudine in cui sono lasciati coloro che superano tali soglie di fronte a eventuali eventi avversi che richiedono prestazioni di welfare è socialmente insopportabile e insostenibile. Così come intollerabile è l’esclusione, di fatto, da ogni forma di trasferimento sociale, perché tali persone si ritrovano nella veste di finanziatori netti del sistema di welfare, da cui non ottengono benefici in misura apprezzabile.

Sempre in questo ambito, poi, attenzione specifica andrà data al Servizio sanitario che, quasi paradigmaticamente, rappresenta oggi la crisi del welfare che trasferisce sulle famiglie il costo delle prestazioni, viste le eccezionali difficoltà d’accesso al pubblico e al privato accreditato.

Il rilancio di un welfare universalistico che fa sentire inclusi anche chi di fatto ha condizioni economiche intermedie e non tali da consentire una totale autosufficienza economica, anche rispetto alle situazioni di vita avverse, è uno dei pilastri essenziali di supporto alla resistenza del ceto medio. E poi c’è una dimensione più socioculturale che ha anche implicazioni sostanziali, pratiche, legate a cultura e competenza manageriale e al ruolo che essa può svolgere nello sbloccare il sistema sociale, oggi affetto da una immobilità che è penalizzante proprio per chi investe nel lavoro, ha capacità e competenze.

Per la tutela e il rilancio del ceto medio sarebbe utile:
  • un fisco che stimoli e accompagni lo sviluppo
  • più spazio al merito come regolatore sociale
  • più libertà di scelta per longevi e pensionati
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013.