Il valore del credito

La crisi generata dal Covid-19 avrà ripercussioni evidenti sulla liquidità delle imprese e bisognerà organizzarsi per gestire in modo efficace i crediti in sofferenza.

Simone Caraffini 

Amministratore Delegato - SiCollection SpA
I testi di finanza aziendale, e la prassi di buon management, ci insegnano che la gestione del capitale circolante è tra le principali leve di creazione di valore.  

Jack Welch, carismatico e controverso CEO di General Electric, negli anni Novanta del secolo scorso dichiarava che le aziende del suo gruppo dovevano tutte lavorare con capitale circolante negativo. Era un slogan, al limite della provocazione, sulla linea di altri aforismi e motti che Welch coniò e che divennero dei mantra per un’intera generazione di manager.

Seppur oggi le parole chiave in cima alle priorità dei manager di tutto il mondo sembrano essere altre, il tema dell’impatto del capitale circolante sulle performance dell’azienda rimane centrale per ogni impresa, per ogni business. Sappiamo che un forte sbilanciamento tra giorni debitori e giorni creditori, tra quanto velocemente un’azienda incassa i pagamenti dai suoi clienti e quanto velocemente paga i suoi fornitori, rimane un indicatore fondamentale del suo stato finanziario, della sua capacità di generare cassa, ed in ultima analisi di competere sul mercato. Una dinamica virtuosa del circolante è per esempio decisivo in settori a relativamente bassa marginalità e relativamente alto capitale impiegato come la grande distribuzione: la velocità con cui i clienti pagano, i.e. al momento in cui portano via la merce alle casse, è nettamente più alta della velocità con cui vengono pagate le fatture ai fornitori, i.e. decine di giorni, con ricadute molto importanti (e positive!) sulla sostenibilità di un business che è sotto forte pressione sui prezzi di vendita.

Stiamo parlando di un tema veramente trasversale a tutti i settori economici, un tema che ovviamente si rivela nella sua acuta drammaticità nelle cosiddetta “industria del credito”, ovvero in quei settori dove il core-business è proprio quello di affidare ad un soggetto, sia esso privato cittadino o azienda, dei beni finanziari per consentirgli di svolgere la propria attività economica o di avere accesso a beni e servizi altrimenti non disponibili. Perché parliamo di acuta drammaticità? Perché la dinamica dei cicli economici negli ultimi 20 anni (ma non cambierebbe molto se prendessimo un periodo di osservazione più lungo) si manifesta attraverso crisi che sono sempre ed inevitabilmente anche crisi del credito, o perché hanno nell’attività di concessione del credito le loro cause fondamentali (si pensi alla crisi causata dai sub-prime home-loan mortgages iniziata nel 2008 negli Stati Uniti, la cosiddetta “crisi Lehman”), o perché sullo stesso credito vanno ad impattare pesantemente. Si pensi, per stare alla cronaca odierna, alla crisi economica causata dalle pandemia che porterà un forte aumento dei crediti deteriorati.

Per guardare a qualche numero, limitandoci all’Italia, il deflagrare della crisi Lehman generò nel sistema bancario italiano un’onda lunga di crediti non-esigibili: il loro ammontare complessivo passò da 84 mld€ nel 2008 (valore fino ad allora considerato “fisiologico”, seppur non particolarmente virtuoso) a 341 miliardi di € nel 2015, una crescita media annua del 22% per ben 8 anni. Questo portò con sé una delle più profonde e persistenti crisi che l’economia italiana abbia mai conosciuto. Limitandoci al settore finanziario, un numero importante di banche si trovò nelle condizioni di non poter più operare sul mercato, lo Stato dovette intervenire con misure straordinarie per evitare non solo pesanti ricadute occupazionali, ma anche per tutelare chi a queste banche aveva dato fiducia, affidandovi i propri risparmi. L’enorme ondata di crediti non-esigibili, che presto tutti presero a chiamare NPL, fu nel giro di qualche anno smaltita scendendo a 135 mld€ nel 2019, con la stima di un ulteriore leggero calo abbassamento nel 2020 (i numeri ufficiali sono in corso di elaborazione).

L’entità e la velocità con cui questa ondata di NPL fu smaltita merita ora qualche riflessione. Si può affermare, senza il timore di incorrere in eccessive generalizzazioni, che dietro ogni credito che viene concesso c’è sempre una realtà umana molto concreta. L’Articolo 47 della nostra Costituzione si erge giustamente a tutela del cittadino affermando che “la Repubblica […] disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito”, ricordandoci che con il ricorso al credito il cittadino (nome generico che potremmo declinare in madre o padre di famiglia, imprenditore, manager, professionista) mette in gioco una parte grande o piccola ma mai irrilevante della propria esistenza. E proprio per questo chi, dall’altra parte, il credito lo concede, svolge una funzione di fondamentale importanza per la collettività. Ecco quindi che dietro un credito diventato non-esigibile, cioè quello in cui il debitore ha perso la sua capacità di portarlo ad estinzione, c’è sempre una storia di aspettative deluse, progetti non realizzati, potremmo dire fallimenti, non restringendo il significato di questa parola solo alla sua dimensione giuridica. Temi che ogni creditore ben conosce.

Nello scorso decennio si assistette ad una vera e propria esplosione di queste situazioni. L’ intrinseca complessità combinata con l’enorme volume di masse da gestire diede, a partire dal 2008, un forte impulso ad aziende che avevano come prima missione il recupero del credito deteriorato: quello che fino ad allora era svolto internamente dalle stesse banche, o affidato a studi professionali o studi legali, divenne il “core business” di aziende nate proprio per questo fine. Il fenomeno fu accentuato dal fatto che molte banche ebbero la necessità, pena la loro stessa sopravvivenza, di alleggerire rapidamente i propri bilanci dai crediti non-esigibili vendendoli ad acquirenti che, nella maggior parte dei casi, erano investitori finanziari privi di una propria “macchina operativa” finalizzata al recupero. Gli investitori stessi favorirono la nascita e la crescita di operatori specializzati, in alcuni casi entrando direttamente nel loro capitale.
Oggi in Italia le aziende attive nelle tutela del credito sono circa 1000, e sviluppano ricavi complessivi per circa 1.400 mln€, con una crescita media annua di oltre il 20% dal 2015 al 2019. Un settore quindi in forte sviluppo e che continuerà nei prossimi anni, probabilmente anche attraverso un consolidamento degli operatori più piccoli. I servizi offerti vanno dal rintraccio del debitore (nel caso le informazioni anagrafiche in possesso del creditore non siano aggiornate), ai tentativi di recupero attraverso operatori telefonici specializzati, all’incontro col debitore attraverso procuratori domiciliari; in caso di esiti negativi dalle precedenti attività, viene attivato il recupero per via giudiziale, attraverso una lettera di diffida, seguita dal deposito di un decreto ingiuntivo, a cui può seguire un pignoramento.

Senza entrare nei dettagli di tutti i servizi offerti, possiamo affermare che qualsiasi creditore trova oggi in queste aziende la proposta di servizio più adeguato per le sue esigenze di tutela e recupero. Offerta che non si limita ai bisogni delle società finanziarie (banche in primis), ma serve tutte le esigenze delle società industriali e di servizi, che, con i loro crediti commerciali, pesano oggi complessivamente più di un terzo dei volumi totali delle aziende di tutela del credito.

Una virtuosa gestione dei crediti rimane un’importante leva di creazione di valore per qualsiasi azienda, in qualunque settore. In Italia esiste un’offerta di servizi altamente professionalizzati per perseguirla. Un’opportunità da sfruttare.
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