Facciamo emergere il sommerso

Il convegno sull’indagine IRPEF dei redditi 2016 ha riconfermato l’impellente necessità di far emergere il sommerso e contrastare l’evasione fiscale e contributiva. Non solo per adempiere ai principi di giustizia ed equità sanciti dalla Costituzione, ma anche come mezzo per reperire risorse per lo sviluppo economico e sociale senza aumentare il debito pubblico.

Giovanni Caraffini 

Socio ALDAI e componente del GdL Progetto Innovazione
Roma, 18 settembre 2018 - È stata presentata al CNEL la quinta indagine conoscitiva “Dichiarazione dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap” realizzata da Itinerari Previdenziali e sostenuta da CIDA, la Confederazione dei manager e delle alte professionalità che rappresenta unitariamente a livello istituzionale dirigenti, quadri e alte professionalità del pubblico e del privato che comprende: Federmanager (industria), Manageritalia (commercio e terziario), FP-CIDA (funzione pubblica), CIMO (sindacato dei medici), Sindirettivo (dirigenza Banca d’Italia), FENDA (agricoltura e ambiente), FNSA (sceneggiatori e autori), Federazione 3° Settore CIDA, FIDIA (assicurazioni), SAUR (Università e ricerca), Sindirettivo Consob (dirigenza Consob), Sumai Assoprof (Sindacato Medici ambulatoriali).

L’indagine fa riferimento alle dichiarazioni dei redditi prodotti nell’anno 2016 ed ha sostanzialmente confermato i dati dell’anno precedente, a suo tempo commentati nell'articolo “L’IRPEF penalizza i manager e il sommerso mette a rischio il welfare di tutti”.
Vediamo subito i dati di fondo: su una popolazione di 60.589.445 abitanti, nel 2016 sono stati 40.872.080 (il 67,5%) gli italiani che hanno presentato la dichiarazione dei redditi, versando in totale 163,5 miliardi di euro di IRPEF che al lordo del bonus di 80 euro sarebbero 172,745 miliardi (comprensivi di addizionali regionali e comunali), valore in leggera crescita (+0,7%) rispetto all’anno precedente.

Metà, il 50%, degli italiani (29.807.757 su 60.589.445 abitanti) non ha versato nemmeno un euro. Dei rimanenti 30,8 milioni, i 25,9 milioni aventi reddito inferiore a 35.000 euro hanno contribuito solo al 43% dell’incasso totale pagando un’imposta media pro-capite di 2.700 euro. Il restante 57% delle entrate è rimasto a carico dei 4,9 milioni di cittadini aventi un reddito superiore a 35.000 euro, che hanno pagato per questo un’imposta media pro-capite di 19.000 euro (7 volte di più!).
Anche l’analisi della struttura contributiva rilevata negli ultimi 9 anni presenta un trend decisamente preoccupante. Dal 2008 al 2016 infatti la percentuale di popolazione che non presenta la dichiarazione IRPEF è aumentata dal 30,4% al 32,5%; la percentuale di popolazione che paga almeno 1 euro di IRPEF è scesa dal 51,8% al 50,8%, mentre il carico fiscale medio è aumentato del +6,1%.
Questo panorama lascia ampio spazio alle interpretazioni: l’aumento della povertà, reale o presunta che sia; la crescente evasione fiscale evidenziata dal fatto che non ci sono state riduzioni significative dei consumi, in particolare di auto, moto e natanti di lusso.

Il presidente del CNEL, Tiziano Treu, nel dare il benvenuto ai partecipanti ha sottolineato l’importanza dei dati sulla fiscalità per assicurare consapevolezza e partecipazione attiva dei cittadini alla gestione pubblica e per sviluppare politiche economiche virtuose e sostenibili nel lungo periodo.

Aprendo i lavori del convegno, il presidente CIDA Giorgio Ambrogioni ha dichiarato: “Su un piatto della bilancia ci sono l’eccessiva pressione fiscale sui redditi medio-alti, l’evasione e l’elusione fiscale, il proliferare di detrazioni e agevolazioni fiscali. Sull'altro piatto la difficoltà di reperire le risorse necessarie a mantenere gli attuali livelli di welfare: se non si interviene in modo tempestivo ed organico non si troveranno più le risorse necessarie a finanziare l’assistenza sociale, con gravi ripercussioni sulla qualità della vita”. Maggiori informazioni sui contenuti dell’intervento di Ambrogioni sono disponibili cliccando il titolo del suo articolo: “50 miliardi di solidarietà fiscale dei manager fanno riflettere sull'urgenza di equità”.
«Emerge dalla quinta indagine sull’Irpef di Itinerari Previdenziali – ha dichiarato Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – una fotografia da Paese rassegnato, e non certo del rango G7, che sta mettendo in particolar modo alla prova la cosiddetta classe media, spesso costretta a pagare più tasse per sopperire alla massa che non le paga. D’altra parte, le dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef presentate lo scorso anno sottolineano il perdurare di una situazione di criticità nell’impianto fiscale italiano, imputabili ad almeno due ragioni. La prima è da individuare in un sistema che, lungi dal far emergere i redditi, sembra piuttosto incentivare a dichiarare il meno possibile, così da poter usufruire delle agevolazioni fiscali e dei benefici collegati al reddito, che Stato, Regioni ed Enti locali erogano di fatto sulla base di quanto si dichiara, spesso tramite un ISEE facilmente aggirabile, e in assenza di una banca dati nazionale dell’assistenza. La seconda ragione è invece da ricercare nella somma di alte aliquote fiscali sui redditi con doppia progressività che, abbinate ad alte imposte indirette, in primis l’IVA, incentivano a pagare in modo irregolare.»
«La sola spesa sanitaria pro capite in Italia è di 1.850 euro e solo un terzo dei cittadini versa le tasse per sostenere il costo della sanità, per sé e per i rimanenti due terzi degli italiani. Se si vuole mantenere un welfare che possa garantire anche in futuro la coesione sociale e la copertura dei più deboli – chiosa Alberto Brambilla - è fondamentale affiancare a un serrato controllo della spesa assistenziale anche un accorto monitoraggio delle entrate fiscali e segnatamente dell’Irpef. Nel Quinto Rapporto su "Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano” abbiamo presentato bilanci separati per la previdenza e l’assistenza dimostrando che le pensioni sono sostanzialmente sostenibili, mentre sono aumentate considerevolmente, di 23 miliardi in 5 anni, le spese di assistenza sociale, passate da 89 miliardi del 2012 ai 112 miliardi strutturali del 2017.
Abbiamo realizzato la ricerca per capire cosa occorre al Paese per finanziare le pensioni, che risultano in equilibrio con i versamenti contributivi, mentre la sanità e la spesa sociale risultano in crescita senza equivalente aumento delle entrate. La spesa sociale rappresenta ormai il 54% della spesa pubblica, una percentuale fra le  più alte in Europa, che ha comportato un aumento dell’indebitamento di 40 miliardi negli ultimi anni e che dovrebbe consigliare maggiore riflessione e cautela nelle promesse elettorali e nelle politiche di bilancio per investire le poche risorse disponibili in ricerca, sviluppo e sostegno all’occupazione.»  ha concluso Brambilla.

I commenti dei rappresentanti politici

L’On. Mariastella Gelmini, di Forza Italia, ha ritenuto importante che questa indagine sulla tassazione sia stata fatta in questo particolare momento del Paese. Il fatto che solo 30 milioni di residenti versano le tasse e quindi più della metà degli italiani è a carico di qualcun altro, e che il carico fiscale sia fortemente sbilanciato sulle fasce medio alte, impone una serie di riflessioni. In primo luogo dimostra che una forma di ridistribuzione c’è già. Infatti l'8% degli abitanti paga il 57% di tutta l’IRPEF, e vi è un continuo aumento del carico fiscale delle fasce più alte negli ultimi due anni a fronte di un reddito spendibile probabilmente diminuito, con conseguente impoverimento della classe media. Più che parlare di redditi di cittadinanza, di forme di redistribuzione del reddito, dobbiamo ragionare su questi numeri che ci inchiodano alle responsabilità di buon governo, perché non possiamo pensare solo a redistribuire una ricchezza che non viene prodotta. Spero che la maggioranza rifletta sui numeri, sulla sostenibilità del welfare, senza lasciare pesanti eredità, in termini di debito pubblico e affidabilità del Paese, a carico delle nuove generazioni. Credo che questi numeri non diano spazio a redditi di cittadinanza di sorta, ma rappresentino invece lo stimolo per individuare misure e relativi investimenti per la crescita e lo sviluppo. Un lavoratore con 100 mila euro riceve dopo le tasse un netto di 52 mila euro e quindi metà del reddito se ne va in tasse. Le proposte di governo mi pare che vogliano da una parte allargare l’assistenzialismo e dall’altra ulteriormente penalizzare chi è già tartassato, con tagli alle pensioni e riduzioni dei servizi sanitari, perseguitando sempre i soliti. Non ci sono oggi le condizioni per aumentare il debito pubblico e sarebbe profondamente ingiusto non restituire ai pensionati quanto hanno versato in contributi. Dobbiamo quindi concentrare le poche risorse disponibili sulle iniziative per la competitività e lo sviluppo: non c’é spazio per redditi di cittadinanza e manovre di redistribuzione.
L’On. Giulio Centemero, della Lega, nel formulare apprezzamento per l’indagine ha commentato gli aspetti salienti della situazione del Paese: 
  • l’incapacità di finanziare adeguatamente il welfare; 
  • il calo delle nascite; 
  • la penalizzazione della classe media; 
  • la fuga all’estero in cerca di migliori prospettive.
Centemero ritiene che una misura fondamentale sarà il recupero dell’equità fiscale, facendo pagare le tasse a tutti. La manovra del governo avrà come primo obiettivo quello di stimolare la crescita al fine di tenere sotto controllo e ridurre il debito pubblico. Una manovra sensata nel rispetto dei criteri di mercato, ha concluso Centemero.
L’On. Francesco Boccia, del Partito Democratico, nel ringraziare il Prof. Brambilla per lo studio presentato nella sede del CNEL, dandone la necessaria risonanza istituzionale e di comunicazione, ha ricordato che negli ultimi due anni l’Italia ha beneficiato di moderati tassi sul debito pubblico che hanno permesso di risparmiare, ad esempio, 18 miliardi di interessi nel 2017 rispetto al 2012. E' quindi necessario in fase di proposta di bilancio valutare tutti i dati disponibili unitamente alle prospettive di congiuntura economica che sarà certamente influenzata nel 2019: dall’assenza dell’effetto calmierante sui tassi finora svolto dalla BCE, dagli aumenti dei tassi già iniziati negli Stati Uniti, dal costo del petrolio e l’applicazione crescente dei dazi che avranno impatto sui mercati internazionali. Un contesto che suggerisce cautela nella gestione del debito pubblico per evitare speculazioni a danno dell’intera economia italiana. Se invece presenteremo una legge di bilancio che prevede spese folli per accontentare tutti, non saranno i gestori della burocrazia europea a penalizzarci, bensì saranno i mercati a dire che non siamo più credibili, con conseguente aumento dei tassi d’interesse applicati sul debito pubblico.
Dobbiamo gestire un mondo in rapido cambiamento e dobbiamo far fronte, ad esempio alla voragine di quasi 20 miliardi di minori tasse indirette generate dal commercio digitale che non paga le tasse in Italia. Si impongono quindi iniziative politiche condivise a livello europeo per regolamentare l’equità della tassazione del business digitale, cosa di cui non c'è traccia nel programma di governo.
Tornando all’indebitamento, lo sforamento del rapporto 1,6% fra indebitamento e PIL avrebbe senso se investito in infrastrutture e riforme strutturali per favorire lo sviluppo, detassando il lavoro con una politica di bilancio di almeno un quinquennio. Ma se il maggior debito è utilizzato per aumentare la spesa corrente allora saranno i mercati, e non i burocrati europei, a penalizzarci con l’aumento dei tassi del debito pubblico.

Non ha partecipato al convegno l'invitata On. Laura Castelli, del Movimento 5 Stelle e Sottosegretario MEF.

In conclusione

Il convegno sull’indagine IRPEF ha evidenziato da parte di tutti i relatori e partecipanti che un modo corretto per reperire le risorse necessarie per far fronte alle esigenze sociali ed economiche del Paese è quello di far emergere il sommerso nonché l’evasione fiscale e contributiva.
Se infatti, per ipotesi, dieci miliardi di ulteriore prestito per finanziare il reddito di cittadinanza contribuissero a far lievitare lo spread di 100 punti, generando quindi un aumento dei tassi d’interessi dell’uno percento sul debito pubblico, che ha raggiunto 2.342 miliardi lo scorso luglio, dovremmo pagare 23,42 miliardi in più di interessi l’anno. E quale padre di famiglia si indebiterebbe con la prospettiva di restituire interessi annuali superiori al prestito ricevuto?
I pagamenti digitali offrono peraltro la possibilità di realizzare efficaci iniziative per abbattere l'evasione fiscale, come del resto avviene in altri Paesi europei:
  1. Invitando i non dichiaranti oltre i 25 anni a dimostrare come generano il reddito per vivere;
  2. Incrociando i consumi con i redditi e invitando i presunti evasori a dimostrare come possono sostenere un livello di vita superiore ai redditi;
Maggiori informazioni sulle possibili iniziative per ridurre l'evasione fiscale sono contenute nell'articolo "FISCO 4.0: un percorso per vincere l’evasione" e nei documenti scaricabili cliccando i titoli seguenti.

Indagine dichirazioni dei redditi 2016

indagine-dichirazioni-dei-redditi-2016.pdf

Presentazione sulle dichiarazioni dei redditi 2016

presentazione-sulle-dichiarazioni-dei-redditi-2016.pdf


Maggiori informazioni sull'indagine sono disponibili anche sul sito Itinerari Previdenziali al quale è possibile accedere cliccando il titolo: "Dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologie di contribuenti e territori e analisi IRAP” 
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013.