Il re è nudo: cacciamo i cortigiani

“Adults in the room”: una testimonianza di prima mano su come (non) funziona l’Europa a trazione teuto-buro-lingia. E più in generale, una denuncia sulle colpe dei cosiddetti “tecnici” dell’economia internazionale.

Luca Luchesini

Consigliere ALDAI e componente della sotto-Commissione Federmanager Industry 4.0

Giuseppe Colombi

Consigliere ALDAI-Federmanager


Il libro

Apparso in edizione inglese nel 2017 e disponibile da settembre in edizione italiana (Y. Varoufakis, Adulti nella stanza, ed. La Nave di Teseo) questo prezioso volume, non breve ma così avvincente da leggersi in un fiato, contiene il diario dei 162 giorni da ministro delle Finanze di Yanis Varoufakis, singolare figura di economista greco di formazione ed esperienza anglosassone. 
Esso, al di là delle opinioni politiche ed economiche di ciascuno, permette di farsi un’idea molto precisa degli attuali gravi limiti delle classi dirigenti europee e dei loro processi decisionali. 
Di cronaca di un fallimento europeo indubbiamente si tratta, perché tale è stata la gestione della crisi greca, iniziata nel 2009 e ancora oggi non conclusa, visto che Atene, pur avendo riacquistata nominale sovranità economica a luglio 2018, dopo quasi dieci anni (!) di commissariamento, sarà comunque sottoposta a un regime quarantennale (!!) di controllo dei conti da parte dell’Eurogruppo(1).
Che il libro esprima una posizione di parte, lo dichiara lo stesso autore, ma non è rilevabile una particolare partigianeria. 
Si potrebbe dire che Varoufakis si lamenta molto dei vincoli demenziali imposti al governo greco in seguito al primo salvataggio del 2009, ma sembra trascurare le iniziali frodi statistiche, peraltro “non viste” da nessuno, che lì lo avevano condotto. Nemmeno si dilunga a dettagliare le parti del programma economico di Syriza che fin dall’inizio della sua esperienza gli risultavano più indigeste, ma complessivamente nell’economia del libro, stiamo parlando di peccati veniali rispetto alle distorsioni, manipolazioni e pure falsità diffuse contro di lui.
Il killeraggio mediatico organizzato dall’establishment europeo per isolare e neutralizzare l’outsider Varoufakis costituisce una pagina particolarmente vergognosa per questa casta di burocrati, ignoranti e in malafede nella loro onnipotenza.

Gli antefatti

Varoufakis dedica i primi capitoli alla genesi della crisi greca: il debito statale ellenico fu fatto impennare da prestiti concessi con sospetta prodigalità da banche francesi e tedesche, che poi, esplosa la crisi, si preoccuparono soltanto di trasferire in fretta e furia i rischi sulle spalle dei contribuenti europei tramite i fondi EFSF ed ESM. 
A giudizio di Varoufakis queste operazioni, spacciate per “salvataggio”, nulla fecero per aggredire i veri mali strutturali greci, costituiti da quello che l’autore chiama il “triangolo del peccato”, ovvero la complicità tra la cupola degli oligarchi, padroni delle banche locali e di un sistema di media inefficiente ed asservito, e una classe politica contigua ad essi, non solo nella destra di Nea Demokratia che ne è il tradizionale referente, ma anche in larghi settori dell’estrema sinistra di Syriza.

La strategia negoziale greca

Varoufakis racconta di aver accettato la nomina a ministro delle Finanze nel gennaio 2015, sull’onda del crollo del governo Samaras e della vittoria di Syriza, convinto dalla commovente determinazione di Tsipras a cambiare le cose in favore del popolo greco.
La strategia, messa a punto da Varoufakis e condivisa con i massimi vertici di Syriza (cioè Alexis Tsipras, Nikos Pappas, Yannis Dragasakis, ed Euclides Tsakalotos), era basata sulla necessità di ottenere una significativa riduzione del debito, che lo stesso FMI definiva “insostenibile”, in cambio di un programma di riforme, alternativo a quello della troika, giudicato credibile persino da autorevoli esperti americani come Jeffrey Sachs, e che prevedeva tra l’altro l’esproprio delle banche greche degli oligarchi, per metterle sotto il controllo di un fondo europeo. La minaccia di un default unilaterale sui titoli greci in mano alla BCE (circa 30 miliardi di euro all’epoca) e la parallela programmazione da parte del fisco greco di un sistema di pagamenti alternativo denominato in euro, tale da rendere fattibile senza drammi l’eventuale uscita della Grecia dall’euro, costituivano gli strumenti di trattativa che Varoufakis intendeva utilizzare. 
Valida o meno, (anche su questo Varoufakis non fa invero molta autocritica), esisteva quindi una coerente linea di condotta negoziale, cosa che non era apparsa affatto evidente leggendo le notizie dell’epoca. 
Qui forse si pone a noi tutti il tema più generale di come viene fornita l’informazione economica: sembrano prevalere nei media approssimazione, idee precostituite, asservimento ad interessi di vario genere.
Ma la strategia greca si infranse contro una serie di ostacoli formidabili, quali la volontà di Angela Merkel di mantenere comunque la Grecia nel sistema euro (contro il piano Varoufakis sopra citato), quella di Schaeuble e della troika di non arretrare di un millimetro dal fallimentare piano di austerità originario e infine il cedimento di larga parte del gruppo dirigente di Syriza, più interessato a mantenere il potere in un quadro di continuità con lo status quo che a battersi per soluzioni alternative, di cui pure avevano avuto pieno mandato nelle elezioni di gennaio 2015 e poi nel referendum di luglio 2015.
Fu a quel punto che Varoufakis si dimise, sentendosi tradito dalla persona in cui più aveva creduto, nella notte stessa dopo la vittoria del “no” nel referendum, che fu accolta con sgomento e non con gioia da Tsipras, che pure l’aveva costruita. 

Ritratto di una classe (s)dirigente

La serrata cronaca di Varoufakis, che non usa certo i guanti bianchi per descrivere i suoi interlocutori, si basa su episodi ed azioni debitamente registrati (e finora mai smentiti da parte dei protagonisti).  
L’autore rivendica come una sua precisa strategia il fatto di giocare a carte scoperte, di introdurre in una negoziazione fin dall’inizio molto difficile elementi di verità inusuali in un mondo di “insiders” ipocriti, disposti a tutto pur di non mollare la posizione personalmente raggiunta. 
Si direbbe che l’economista greco, per storia personale più aduso a muoversi in ambito anglosassone, abbia trovato un’ulteriore difficoltà “culturale” nel confronto con l’Europa carolingia di Bruxelles e con le sue propaggini mediterranee, Italia compresa. Infatti non fa bella figura nemmeno Roma, che appare solo in un’esilarante citazione del trasferimento dall’aeroporto in centro, quando il corteo di auto blu a sirene spiegate rimane bloccato nel traffico capitolino.
Nei ritratti di Varoufakis si coglie il crescere del disprezzo e della disistima passando dai principali attori politici alla pletora di funzionari che dietro le quinte ne orchestrano e orientano le decisioni, mossi dal solo scopo di conservare il potere delle loro strutture. 
Così, scopriamo che l’interlocutore più stimato rimane proprio l’arcinemico Wolfgang Schaeuble, ministro tedesco delle finanze, che nelle battute finali confesserà a Varoufakis che nemmeno lui, nei panni del greco, avrebbe firmato le proposte della troika, ma che nulla poteva fare, prigioniero dei meccanismi europei e della ferrea volontà di Angela Merkel di tenere la Grecia nell’euro a qualsiasi costo. 
Un po’ meno bene ne escono Mario Draghi, il cui predecessore Trichet conquista la palma di peggior capo della BCE nella storia, e Christine Lagarde, cui Varoufakis riconosce competenza e consapevolezza dei problemi dell’edificio europeo, ma unite a una scarsissima volontà di cambiamento. 
Nel libro queste “élite non elette” non si fanno scrupolo di eccellere in piroette di doppiezza, in Grecia come a Bruxelles, Parigi, Francoforte e Berlino, con autorevolissimi commissari e direttori di ministero che esprimevano a Varoufakis fortissimo sostegno in privato, per poi dileguarsi o voltar faccia durante le riunioni dell’Eurogruppo, anche contro i loro presupposti orientamenti ideali e politici.
Ma i peggiori strali l’autore li riserva agli altissimi burocrati del Fondo Monetario e dell’Eurogruppo, capitanati rispettivamente da Declan Costello e Thomas Wieser, in grado di tenere in scacco personalità politiche come Jeroen Dijsselbloem e Pierre Moscovici (considerati a loro volta poco più di un burattino il primo, e un imbelle riciclato di Hollande il secondo)(2).
Tutti costoro e tanti altri simili appaiono dediti solo a mantenere il potere degli apparati, usando qualsiasi sotterfugio ed inganno contro la parte più debole dei popoli coinvolti (in questo caso i Greci). In quest’azione essi trovano facile sponda nelle burocrazie nazionali, facilmente comprabili con privilegi personali, così da costringere alla resa i vertici politici democraticamente eletti. Varoufakis ricorda che i funzionari greci del suo ministero diretti interlocutori della troika, dopo che lui ne aveva riportato gli stipendi a livello greco, alla sua uscita hanno visto subito raddoppiati i loro emolumenti.
Insomma, l’economista e politico di sinistra Varoufakis dimostra con un esempio in salsa europea le tesi della “public choice” di James Buchanan, economista premio Nobel da sempre caro alla destra libertaria e antigovernativa americana, che identifica nell’egoismo individuale il solo motore delle scelte di politici e burocrati.

Analisi di un fallimento

Tutta la vicenda consisterebbe dunque in un fallimento cognitivo, dove dapprima ci si rifiuta di voler descrivere esattamente il problema, e poi ci si arrocca su visioni e manipolazioni di formale “rispetto delle regole”, volte in realtà solo a salvaguardare a ogni costo i propri immediati interessi, per poi ritrovarsi tutti a naufragare miseramente nel perseguimento dei reciproci errori. 
Errore della troika nel non voler riconoscere la sostanziale insolvibilità greca (la prima ammissione di Varoufakis "la Grecia è in bancarotta" davanti ai banchieri e finanzieri della vituperata City, fu salutata da un rimbalzo dei titoli di Atene per il sopraggiunto realismo del nuovo governo), ed errore negoziale dei greci (e di Tsipras in particolare), incapaci di mantenere una posizione negoziale ferma, soprattutto dopo la vittoria nel referendum. Ma qui giocavano anche i difficili equilibri all’interno della coalizione di maggioranza tra Syriza ed ANEL, e l’ambigua influenza sui vertici di governo dei sostenitori degli oligarchi del sistema bancario greco.
Questo strabismo cognitivo porta poi le parti ad assumere posizioni negoziali paradossali, con Varoufakis ministro delle Finanze di un governo di estrema sinistra, a chiedere una politica fiscale a basse aliquote di stampo neoliberista e la troika, teoricamente imbevuta di pensiero neoliberale, viceversa a battersi per un brutale aumento dell’Iva. 
Ne deriva, ad un certo punto delle negoziazioni, che la richiesta della delegazione greca di simulare l’aumento dell’Iva dal 23% al 223%, un evidente assurdo, rende palese la fallacia del modello economico utilizzato: le entrate statali continuano a crescere linearmente, in barba ai più elementari principi di elasticità della domanda rispetto ai prezzi, ma il modello continua a risultare applicabile, con buona pace di tutta l’aura tecnocratica con cui questa élite non eletta ammanta le proprie decisioni. 
Nelle mani di questi condottieri, la realtà dell’Europa di oggi è sotto gli occhi di tutti: alla crisi greca e alla sua improvvida gestione sono seguite la Brexit nel 2016, il risorgere di nazionalismi più o meno xenofobi e autoritari di ogni sorta, e nessuna reale e robusta ripresa economica all’orizzonte.
L’anno scorso di questi tempi avevamo recensito il libro sull’euro del Premio Nobel Stiglitz: qui, ad un anno di distanza, non abbiamo trovato che conferme a quelle tesi.

Una lezione per il futuro

Quali lezioni dunque ricavare dalla lettura? Non certo quello di sposare acriticamente l’una o l’altra visione politica europea (ad esempio, modello federale o intergovernativo) o l’una o l’altra impostazione economica (che riassumiamo sommariamente come neokeynesiana o neoliberista). La complessità degli attuali sistemi economico-politici richiede semmai visione di lungo periodo, pazienza, onestà intellettuale, profonda capacità di analisi e pragmatismo, qualità purtroppo largamente deficitarie nelle attuali élite nazionali e continentali, almeno stando al circostanziato diario di Varoufakis.



Note:
(1) - L’“Eurogruppo” è un’entità evanescente (il termine più utilizzato è “informale”), costituita dalla riunione dei 19 ministri delle Finanze della zona Euro, egemonizzata dalle burocrazie finanziarie e bancarie centrali.
(2) - Di recente, un altro di questi signori (candidato alla futura presidenza della BCE) ha affermato che nel 2015 la semestrale presenza di Varoufakis al ministero delle Finanze greco sarebbe costata alle finanze dello Stato ellenico una cifra tra 86 e 200 miliardi di Euro di maggiore debito. Si tratta di affermazioni che si commenterebbero da sole, ma che la dicono lunga su chi dobbiamo aspettarci al volante di questa unione europea, se non cambia.

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