Il welfare si sostiene con l'occupazione

Mercato del lavoro e questione previdenziale stanno insieme. In questi giorni abbiamo letto sui giornali titoli roboanti che denunciavano i conti in rosso dell’Inps, a seguito della pubblicazione del rapporto curato dalla Corte dei Conti sul bilancio 2015 dell’istituto. A parte le sintesi allarmistiche della stampa, c’è un aspetto tendenziale da tenere in assoluta considerazione: le entrate contributive sono cresciute in misura inferiore all’incremento della spesa pensionistica. Lo slittamento, nelle previsioni della Corte, è ancora più consistente nel 2016. La verità è che il mercato del lavoro, oggi estremamente flessibile, caratterizzato da forti discontinuità e da ingressi tardivi, non sostiene da solo le uscite previdenziali.

 

Stefano Cuzzilla 

Presidente Federmanager

Nel nostro Paese ci sono quasi 1,4 soggetti attivi per ogni pensionato e negli ultimi anni gli assegni pensionistici sono cresciuti in media più dei salari. 
Riconoscere lo stretto collegamento tra occupazione e previdenza non significa, però, sostenere che il patrimonio Inps sia “in rosso” o che il sistema manchi di stabilità. 
Anzi, come dimostra il recente rapporto di Itinerari Previdenziali al quale collaboriamo, la spesa pubblica per pensioni è tutt’altro che insostenibile. Se solo la classificazione avvenisse secondo un criterio corretto, al netto delle tasse, il peso delle pensioni scenderebbe dal 16% all’11,5 circa del Pil. Se comunicassimo meglio i nostri dati ai colleghi in Europa, eviteremmo anche molti sgraditi richiami.
Il tutto è falsato dalla doppia funzione che l’Inps continua a svolgere. Lo diciamo da anni che bisogna separare l’assistenza dalla previdenza, e questo non solo per una ragione contabile, ma per una ragione di equità sociale.
La spesa di tipo assistenziale galoppa al punto che dobbiamo chiederci quale modello di welfare riusciremo a garantire agli italiani negli anni a venire. Già oggi, infatti, l’evasione fiscale e contributiva sta concentrando il peso del welfare sulle spalle dei soliti noti. Chi percepisce una retribuzione superiore ai 55.000 euro annui paga, da solo, un terzo delle imposte. Di contro, a guardare le dichiarazioni Irpef, quasi la metà degli italiani risulta privo di reddito ed è quindi a carico di qualcuno!
È evidente che c’è più di una stortura. Mentre la spesa pensionistica è in realtà in linea con la media europea, quella sociale ha superato addirittura quella svedese! E non si può dire che i cittadini abbiano accesso a un uguale livello di prestazioni.
Invece, con la separazione tra parte assistenziale e parte previdenziale diventerebbe possibile attivare anche una revisione della spesa per welfare che consenta a chi versa realmente in condizioni di necessità di accedere alle tutele. 
Il welfare integrativo, a partire dalla previdenza complementare, può svolgere in questo un ruolo importante, ma deve essere incentivato e sostenuto da una normativa valorizzante. Finora molto è lasciato all’iniziativa contrattuale che, per quanto lungimirante, non ha raggiunto una massa critica sufficiente a costituire una risposta di sistema. 
Le iniziative dell’Ape e della RITA, come l’agevolazione del cumulo contributivo e la detassazione del premio di produttività trasformato in prestazioni di welfare, dimostrano un’attenzione da parte di governo e parlamento che va incoraggiata. Riteniamo tuttavia che alcune misure debbano diventare strutturali ma anche che molto dipenderà da quanto saremo determinati nel perseguire gli evasori. 
Come categoria manageriale, non possiamo che sottolineare la nostra preoccupazione per la tenuta sociale del sistema. Giovani e seniores, vicini alla pensione o già beneficiari di assegno, sono stanzialmente i figli e i padri di una stessa famiglia. 
Perciò, quando si affronta il tema previdenziale, va tenuto bene a mente che si sta trattando delle condizioni di vita degli italiani. Di fronte a un contesto esterno in forte mutamento (la dinamica del lavoro, appunto) le soluzioni devono garantire un presente sereno a chi è in pensione e un futuro tutelato a chi oggi è in età lavorativa.
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013.

I più visti

Contratto Dirigenti Industria 2019-2023

Il Contratto Nazionale di Lavoro dei dirigenti industria costituisce l’impegno fra le rappresentanze dei dirigenti e quelle datoriali sulla regolamentazione e gestione del rapporto di lavoro. Un documento Confindustria-Federmanager di 63 pagine aggiornato con l'accordo del 30 luglio 2019 è riassunto di seguito per facilitarne la consultazione.
01 ottobre 2019

Videoconferenza ZOOM

Le restrizioni agli incontri per evitare il contagio coronavirus impongono soluzioni alternative per evitare la paralisi delle attività. È l'occasione per scoprire le soluzioni Smart Working: per lavorare in team, realizzare riunioni, partecipare ai seminari, sempre a distanza. Sono numerose e gratuite le soluzioni per videoconferenza, dalle più diffuse come Skype alle più professionali come ZOOM che ALDAI-Federmanager utilizza da due anni per favorire la partecipazione gratuita agli incontri milanesi senza muovere un passo.
A cura della redazione 
01 aprile 2020

Contratto Dirigenti Industria 2018

Il Contratto Nazionale di Lavoro dei dirigenti industria costituisce l’impegno fra le rappresentanze dei dirigenti e quelle datoriali sulla regolamentazione e gestione del rapporto di lavoro. Un documento Confindustria-Federmanager di 63 pagine riassunto di seguito per evidenziare gli aspetti essenziali, facilitare la consultazione e valutare aree di miglioramento da proporre alla Commissione Sindacale.
01 ottobre 2018

Il Talento non ha Età

Prospettive di un executive search universale. Quali aspetti principali occorre considerare nella selezione di un manager d’esperienza, in un contesto dinamico e poco prevedibile?
01 settembre 2020

Contratti a confronto

Proseguendo nell’esercizio iniziato con il confronto tra il CCNL Nazionale Dirigenti Industria ed il contratto Fiat, proponiamo ora il confronto del testo di riferimento con il CCNL Nazionale Dirigenti Commercio.
01 gennaio 2017

World Class Manufacturing e Industria 4.0 alla base della ripresa del Gruppo FCA

Il termine (WCM) o produzione di classe mondiale, che qualifica alcuni tra i più importanti costruttori di beni e servizi mondiali, fu coniato dallo studioso americano Richard Schonberger negli anni Ottanta, per definire l’insieme di metodologie di ottimizzazione della produzione adottate dalle migliori industrie giapponesi.
01 ottobre 2017