Leadership come "Vocazione e talento innato" (ma allenabile)

Prima puntata

Mai come in questi ultimi anni si è parlato e si sta parlando di leadership, notando come a tutti i livelli ci sia un grandissimo interesse in merito, pur talvolta non avendo chiaro in cosa effettivamente consista. 

Per essere un Manager con la M maiuscola ovvero completo, credibile, affidabile e responsabile questa “competenza” non può mancare, indipendentemente da seniority, ruolo, funzione, ecc. Il concetto di Manager, nella sua più pura e completa accezione, infatti, presume una persona che presidia una o più aree funzionali avendo responsabilità su processi, risorse monetarie, mercati, clienti e soprattutto persone intese come Collaboratori. 

Prima di introdurci nella disamina del concetto di leadership, vale la pena soffermarsi su un breve inquadramento generale. In italiano potremmo semplicemente ricodificare il termine intendendo la direzione o la posizione di comando o guida. Parlando di leadership, infatti, generalmente ci si riferisce alla “posizione” di colui che in una struttura organizzativa occupa la posizione al top, rappresentando il vertice di riferimento nell’interazione con il resto del gruppo\organizzazione. 

Ma facciamo un passo indietro e consideriamo l’etimologia: capo (dal latino caput, «testa» per estensione metaforica) o leader (dal verbo inglese to lead, “guidare”). 

Michele Moroni

Michele Moroni Federmanager Verona

Riconducendoci ad un’organizzazione o più semplicemente ad un gruppo sociale, quindi, il leader è colui che ricopre un ruolo di comando o direzione (in inglese leadership), inteso come processo d’influenza sui membri dell’organizzazione o di un gruppo per il perseguimento di obiettivi comuni e condivisi. 

Volendo andare in profondità, sempre sotto l’aspetto lessicale, giova sottolineare che nella lingua inglese esiste una distinzione tra leadership (che viene intesa come capacità di influenzare) e headship (intesa più come funzione apicale all’interno di una struttura)… quindi davvero due cose diverse. Spesso, nel linguaggio corrente italiano, viene utilizzato un generico termine “capo” che, nei paesi anglofoni, diventa Chief. 

Ecco allora che Chief diventa la denominazione formale per alcune posizioni apicali aziendali o di comando unitamente alla specificazione dell’organizzazione\dipartimento\ funzione (ad esempio: CEO Chief Operating Officer, CFO Chief Financial Officer, ecc.) o per indicare un grado gerarchico di una persona che gestisce altri Collaboratori (eviterei, per favore, di utilizzare la parola sottoposti, come talvolta ho sentito e sento… se qualcuno la utilizza credo siamo di fronte ad una persona che non può essere definito né manager e né tantomeno leader…). 

A questo punto potremmo cominciare con un’opportuna condivisione del concetto, andando a vedere brevemente i principali stili di leadership prendendo spunto dalla teorizzazione di Daniel Goleman. Goleman ha individuato principalmente sei stili (ma sono davvero molti di più) ognuno dei quali risponde o, meglio, corrisponde, a particolari “esigenze” aziendali. Vediamoli insieme:

Autoritario

Quasi non ci sarebbe bisogno di descriverlo: si tratta, molto semplicemente, di uno stile che tende verso la coercizione. 
Il capo autoritario impone la propria visione, esige rispetto (e non sempre lo concede, purtroppo), non ammette repliche e non accetta fallimenti (magari lui è il primo ad averne avuti ma non è in grado di ammetterli); nel corso di carriera, purtroppo, ne ho incontrato qualcuno e ho preferito cambiare organizzazione (per resisterci, infatti, bisogna esserci portati, bisogna uniformarsi, essere politici e “asettici”, per così dire… in altre parole bisogna annientare la propria personalità trasformandosi in veri yes men). 

Non è difficile comprendere che un approccio così rigido, autorevole e autoritario generi un clima teso, un’atmosfera di generale disagio e insoddisfazione con effetti a cascata su riduzione della produttività, dell’efficienza e della qualità del lavoro in generale. 

A fronte di questi aspetti, Goleman consiglia di adottare lo stile “militare” soltanto in particolari condizioni (estrema emergenza o crisi).

Esigente

Focalizzato sull’obiettivo, il leader esigente è colui che risulta estremamente determinato ma, purtroppo, spesso poco empatico (ci ritorneremo più avanti). 

Il leader in oggetto è una persona che ama il successo e che di conseguenza esige perfezione e rapidità esecutiva dai propri Collaboratori; antepone i suoi interessi a quelli del gruppo o del Team. 
Goleman mette in guardia il leader esigente: il rischio di minare le dinamiche di gruppo o di risultare inadatto, per non dire inetto, è piuttosto concreto. 

Ma esiste un’azione\comportamento correttivo a questa possibile distorsione: consiste nel dare il buon esempio mettendosi in gioco in prima persona, portando la propria esperienza e cercando di recuperare affiatamento con il proprio staff.
 
Ma dare il buon esempio è un’attività complessa, impegnativa e non per tutti.

Visionario

La leadership visionaria prevede una linea direttiva che mira a condividere gli obiettivi e la mission aziendale con i Collaboratori, per far sì che si crei una sorta di ‘sogno condiviso’. 

Il leader visionario è colui che in un particolare e delicato momento di cambiamento riesce a creare un clima positivo in azienda; è colui che identifica una direzione chiara e che, allo stesso tempo, è in grado di travasarla e farla interiorizzare anche al proprio Team (n.d.r. da qualche tempo sto collaborando come consulente organizzativo di un’azienda, seguendo anche come executive coach un CEO che ha queste caratteristiche…unite ad un carisma innato). 

Lo stile risulta efficace se adottato da un “capo” carismatico, sicuro di sé, empatico e soprattutto credibile. 

Nelle organizzazioni dove incontriamo questo stile, generalmente, ci troviamo di fronte ad un grande engagement dei Collaboratori; i risultati vengono raggiunti più agevolmente laddove poi esistano elementi strutturali ed organizzativi adeguati e coerenti.

Democratico

Un leader democratico è in grado di valorizzare i propri Collaboratori attraverso il coinvolgimento degli stessi nelle decisioni aziendali. Il caposaldo dello stile in questione è insito in un’operatività “partecipativa” che tende a responsabilizzare ogni dipendente verso il raggiungimento degli obiettivi. 

La dinamica “democratica” in linea generale è finalizzata alla valorizzazione dei singoli e delle relative competenze; comporta pertanto, anche in questo caso, notevoli vantaggi in termini di produttività e di “engagement”. 

Presupposti indispensabili affinché questa linea di condotta risulti efficace è però l’esperienza dei Collaboratori e un buon livello di affiatamento dello Staff, mixate con notevoli competenze comunicazionali da parte del leader.

Coach

L’obiettivo principale di un leader coach è quello di creare una connessione tra la mission dell’azienda e quelli che sono i desideri e i bisogni del lavoratore. Facile, no? 

Il coaching, in questa accezione, punta infatti a far emergere le potenzialità di ogni membro del Team e valorizzarne i talenti per migliorare le singole performance (e quelle del Team) ai fini del raggiungimento degli obiettivi aziendali comuni. 

Goleman presuppone, per l’efficacia di tale “strategia” di conduzione, la presenza di lavoratori motivati, dotati di spirito d’iniziativa e desiderosi di crescere professionalmente e personalmente. 

Anche in questo caso è importante la credibilità del leader, l’empatia e la predisposizione ad aiutare gli altri senza trasformarsi, però, in una sorta di “manipolatore”.

Armonizzatore o affiliatore

Si tratta di uno stile volto a creare armonia all’interno di un gruppo\team di lavoro ed è un approccio che si focalizza sulla relazione; tende a prevenire e ridurre conflitti tra i singoli componenti di un Team. 

Non è difficile intuire che tale tipologia di leadership richieda ancora una volta ottime capacità relazionali e comunicative, indispensabili per lo sviluppo di una stretta connessione biunivoca tra le persone. 
Tale linea direttiva risulta particolarmente funzionale in situazioni tensive, di stress e/o crisi in cui la motivazione vacilla, andando a minare le performance e la relazione.
Giunti a questo punto ci sarebbero altri stili da illustrare ma per semplicità espositiva possiamo portare in evidenza che ogni leader deve essere in grado di adottare un suo stile conforme alla propria personalità o ancor meglio, se possibile, far proprie le “best skills” di ogni stile “alternando” le varie tipologie in base ai contesti in cui opera, ai momenti e agli obiettivi da raggiungere. 

Non è detto, infatti, che uno stile sia migliore dell’altro in assoluto perché, appunto, va contestualizzato in relazione a fattori organizzativi, culturali, ambientali e di inclinazioni (talenti), predisposizioni individuali e/o del Team. 

Una cosa importante da sottolineare, nota ma non scontata, è che c’è una notevole differenza tra manager e leader. Molti manager rivestendo posizioni apicali pensano anche di essere dei leader, come se, per una sorta di proprietà transitiva, manager fosse uguale a leader. 

Niente di più falso ed il motivo è presto spiegato: un manager normalmente dovrebbe (uso il condizionale) fare le cose nel modo giusto; il leader, invece, fa le cose giuste
Molto spesso questa sottile ma radicale differenza non viene riconosciuta; sarebbe illuminante per molti top manager o executive ascoltare il parere dei loro 

Collaboratori chiedendo un serio feed back in merito. Pertanto, un suggerimento sempre valido per ogni manager potrebbe essere quello di sintonizzarsi con il percepito dello Staff a riporto diretto ed effettuare una sorta di fine tuning rispetto a quello che non va o non è recepito\riscontrato dai componenti stessi. 

Già perché è come un principio di marketing: “caro brand se tu non chiedi al tuo consumatore cosa pensa di te, dei tuoi prodotti\servizi e della loro qualità, come puoi essere certo di riscontrare la soddisfazione ed il riconoscimento da parte dei tuoi consumatori\fruitori?”. 

In molti casi potrebbe risultare utile al manager farsi affiancare da un esperto in materia (coach\mentor) per intraprendere un percorso di executive reflection. A conclusione di questa prima puntata, ci lasciamo con un’interessante prospettiva di leadership, coniata nel lontano 1978, dallo studioso americano James MacGregor Burns: la leadership trasformazionale. 

Ma di questo parleremo nella prossima puntata…vi aspettiamo numerosi!