Prima le fabbriche e poi le case

Ampia sintesi del discorso del Presidente Confindustria al World Manufacturing Forum 2019. Al centro la questione industriale della seconda manifattura europea, nonostante i deficit di competitività del paese.
A cura della redazione 

Nell’intervento conclusivo della manifestazione World Manufacturing Forum, Vincenzo Boccia ha ricordato il collegamento con il primo articolo della Costituzione “L’Italia Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Da quell’articolo negli anni del dopoguerra Il Presidente di Confindustria, Costa, e il segretario generale del più grande sindacato italiano la CGIL, Di Vittorio, coniarono una frase significativa della ricostruzione “Prima le fabbriche e poi le case”, perché le fabbriche erano e sono il luogo del lavoro, il fondamentale della coesione del paese. Un fondamento dell’economia che vale per il mondo intero e che pone il lavoro e la questione industriale al centro delle politiche, oltre le valenze economiche, per le evidenti ricadute sociali. Dietro l’idea della questione industriale, c’è un’idea di paese, di società che va oltre il perimetro nazionale; c’è la volontà di costruire occasioni di lavoro, fondamentali per la coesione del mondo.

La creazione di valore con il lavoro ci fa collegare gli elementi sostanziali della vita e dei valori del nostro paese, a volte oggetto di distrazioni della politica nonostante si parli spesso appunto di centralità del lavoro, ci fa riflettere sulle grandi questioni che abbiamo davanti a noi. La prima è ridurre ed eliminare i divari tra persone, territori e imprese, e per farlo occorre accelerare sull’incremento dell’occupazione e quindi riportare la questione industriale italiana, europea e del mondo in chiave armonica. La seconda è riattivare l’ascensore sociale a partire dalla formazione per i nostri giovani negli istituti tecnici specializzati, nell’alternanza scuola lavoro e nell’Università. 

È il caso di richiamare un concetto importante che il nostro Presidente della Repubblica Mattarella ha espresso nel messaggio di fine anno e che Confindustria ha ripreso a maggio nell’assemblea “Termini come sogno e speranza non devono essere confinati alla sola stagione dell’infanzia”. Una frase molto bella; un invito a tutti noi e alla politica, a non cavalcare ansie, ma costruire sogni e speranze per i nostri giovani, nell’idea che si può crescere in termini professionali e si deve crescere nell’idea della rivoluzione industriale in atto nelle nostre fabbriche, consapevoli che i fattori della produzione sono quattro e non più due, perché accanto al capitale e al lavoro esistono anche conoscenza e informazione

Questa rivoluzione industriale è infatti trasversale perché è un coacervo che coniuga nuove tecnologie e aggiunge servizi ai prodotti. Questo significa una nuova centralità della manifattura, una logica di sempre maggiore integrazione con i servizi, una nuova visione della fabbrica, che non è più capannone e macchinari, non è più l’immaginario collettivo rappresentato dalla ciminiera che inquina, ma evoca: persone, progetto, pensiero, futuro, comunità. Persone al centro della società e imprese al centro dell’economia. L’industria è la soluzione, non il problema, e la sostenibilità va intesa in chiave trasversale: economica, sociale e ambientale. In questa logica siamo orgogliosi di poter affermare che l’industria circolare italiana è la prima in Europa e la dimensione della sostenibilità è un impegno che vogliamo cavalcare.

A partire dalle nostre assise di Confindustria di febbraio 2018 abbiamo puntato all’idea della formazione, determinante nel nostro Paese e non solo. Occorre chiedersi quali saranno gli impatti sul mercato del lavoro di questa rivoluzione industriale. Una pluralità di fonti accreditate da McKinsey al Forum Economico mondiale di Davos, stima che entro cinque anni le maggiori economie mondiali saranno caratterizzate da una trasformazione di oltre il 50% delle professionalità che attualmente compongono il mondo del lavoro. Molte attività infatti verranno realizzate da sistemi automatizzati intelligenti che sostituiranno l’uomo, molte altre richiederanno drastiche evoluzioni a seguito dell’impatto della trasformazione digitale. 

Di fatto ai manager delle imprese verranno sempre più spesso richieste competenze aggiornate e flessibili,  che permettano di affrontare una realtà in continua evoluzione. Allora per far fronte a questa rivoluzione delle competenze è necessario che le imprese colgano in tempo la portata di quanto sta accadendo e le opportunità derivanti dalla digitalizzazione dell’industria e impieghino opportunamente gli strumenti della formazione per qualificare e riqualificare le risorse sul fronte digitale. La sfida dell’industria 4.0 e dell’industria del futuro è anche quella di individuare risorse e competenze necessarie ad interagire tra di loro e ad orientare l’intero modello di business in un’ottica sempre più digitale. In questa prospettiva la persona diventa centrale e le sue competenze diventano strategiche per l’industria del mondo e questo è già un’idea di società, un’industria che si evolve, che diventa parte di una comunità, che contribuisce alla crescita sociale ed economica di un Paese. 
Jean Monnet diceva “I miei obiettivi sono politici, le mie spiegazioni sono economiche”. Ritornare ai fondamentali delle spiegazioni economiche riportando la questione industriale in ogni paese al centro dell’attenzione, con le persone e la formazione delle competenze al centro della mission della politica, è un interesse del mondo dell’economia e della politica per contribuire a un’idea di società più giusta e migliore. Occorre riattivare l’ascensore sociale attraverso un legame sempre più stretto tra apprendistato e stabilizzazione dei giovani, agevolare lo scambio salario produttività delle imprese, dare struttura e consolidare gli strumenti del piano impresa 4.0 e avere un’attenzione agli strumenti per il credito. 

Confindustria ha avuto in questi anni una evoluzione significativa nel modo di interpretare il ruolo di corpo intermedio. Ci siamo trasformati per essere non solo un sindacato di imprese, ma anche un attore sociale, per essere ponte tra gli interessi delle imprese e del Paese, per immaginare una società non corporativa e non consociativa, che significa ad esempio proporre all’attenzione del nostro Paese e in chiave europea un paradigma di pensiero da cambiare. Cambiare la politica che preveda saldi di bilancio prescindendo dagli effetti sull’economia reale, con la definizione dei fini della politica, ad esempio l’incremento dell’occupazione e quindi individuazione di strumenti, risorse, provvedimenti e poi interventi sui cosiddetti saldi di bilancio. 

La  richiesta più forte che viene richiamata da una politica monetaria anticiclica della BCE, dai nostri colleghi industriali tedeschi in chiave europea è quella di fare una grande operazione nei singoli Paesi e in Europa. La prima grande operazione anticiclica per noi è una dotazione infrastrutturale importante in chiave europea e nazionale. Si pone, quindi, in particolare in Italia, una questione temporale “In quanto tempo facciamo le cose che diciamo”. Una nostra proposta è considerare l’economia e la crescita del paese come una priorità per arrivare a ridurre ed eliminare i divari nella società italiana ed europea e per farlo occorre affrontare il nodo delle questione temporale. Il trauma del crollo del ponte a Genova deve farci rendere conto della necessità di attivare immediatamente cantieri in tempi veloci e spediti usando risorse già disponibili, non aumentando il deficit e il debito pubblico. 
Dobbiamo ispirarci al sogno e alla speranza indicati dal nostro Presidente della Repubblica, che devono diventare parte di noi, dei nostri giovani e in cui proprio l’industria italiana, europea e mondiale, possa esprimere quel sogno, speranza, impegno, progetto che fa inorgoglire chi  oggi rappresenta l’industria italiana, la seconda manifattura d’Europa nonostante i deficit di competitività che abbiamo nel paese. Cosa potremmo essere se riuscissimo a rimuovere una parte di questi deficit e quali partenariati industriali potremmo sviluppare nel mondo per costruire un’idea di società più giusta attraverso la centralità della questione industriale
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