È tutta una questione di Self Leadership

Cosa fa davvero la differenza oggi in un mondo che evolve alla velocità della luce? La chiave è la Self Leadership: la capacità di credere in sé stessi e alimentare la fiducia e l’autostima delle persone

Alessandro Bossi

Equity Partner & Founder W Executive 
Dagli spunti emersi all’evento Leadership in Action organizzato da Francesco Vallone, Gruppo Giovani ALDAI-Federmanager lo scorso 16 aprile presso gli uffici W Executive di Palazzo Bocconi a Milano, vogliamo fare una riflessione su cosa vuol dire, nel mondo di oggi, essere un leader capace di avere un impatto reale e positivo sulle persone.

Torniamo indietro a migliaia di anni fa: la leadership era legata più all’espressione dell’autorità e della forza, con i leader che erano rispettati perché spietati e crudeli. Dopo, con l’avvento dell’era industriale e l’ascesa di imprese e organizzazioni moderne, il concetto si è evoluto assumendo una prospettiva più manageriale e orientata alla gestione delle risorse umane e materiali, per poi maturare ulteriormente in una forma più flessibile e “personale”, grazie soprattutto allo sviluppo della tecnologia e ai grandi cambiamenti della società e del mercato del lavoro. Proprio dall’osservazione di questa evoluzione è stato possibile identificare veri e propri modelli di leadership, con specifiche caratteristiche e modalità di applicazione. 

Ma cosa significa la parola leadership? Il verbo è to lead: ci riferiamo genericamente all’atto di condurre uno o più individui verso uno scopo. Come questo venga effettivamente realizzato dipende dalle specifiche competenze ed esperienze del leader ma, soprattutto, dal carattere e dal modo in cui si relaziona con le persone che in lui/lei riconoscono un leader. Esistono, tra le altre, la leadership autoritaria, quella partecipativa, delegativa, trasformazionale e transazionale, quella “gentile” o visionaria, e ogni leader decide quale adottare in base al contesto. 

Oggi, però, questi diversi stili sono percepiti quasi “obsoleti”, frutto di gerarchie e comportamenti quasi dovuti e, per questo, incapaci di generare il reale coinvolgimento delle persone. Al contrario, spesso sono proprio il motivo per il quale le persone lasciano le aziende. Oggi ciò che fa davvero la differenza è la “self leadership”, e pertanto la capacità di credere in sé stessi e alimentare la fiducia e l’autostima delle persone.

Un esempio emerso durante l’incontro del Gruppo Giovani è quello di Jannik Sinner. Giovanissimo campione di tennis arrivato al secondo posto della classifica mondiale, in ogni contesto dimostra di essere un “self leader”: si fida di sé stesso e delle sue capacità, coinvolge il suo team in ogni scelta, ci tiene a difendere i propri valori e insegue con costanza il proprio obiettivo, sapendo dire di no quando è necessario e facendo di ogni sconfitta un insegnamento per la propria crescita, come giocatore e come persona. Training continuo e “capacità di imparare a imparare”.

Ma non è il solo: tra le grandi aziende che hanno deciso di investire sulla leadership interna c’è Netflix, il colosso della distribuzione streaming. In un documento ufficiale e pubblico, l’azienda ha riassunto il proprio punto di vista: «Nel nostro dream team non ci sono brillanti idioti, perché sono dannosi per un buon lavoro di squadra. Insistiamo sulle interazioni umane decenti, a prescindere da quanto una persona possa essere brillante. Quando persone altamente capaci lavorano bene insieme, si ispirano a vicenda per essere più creative, più produttive e, alla fine, più vincenti come squadra di quanto potrebbero esserlo individualmente. Ma lavorare in un dream team non è per tutti, Netflix non è una famiglia, è una squadra: se non sei utile alla squadra, non resterai a Netflix a lungo. Il nostro obiettivo è ispirare le persone più che gestirle. Vogliamo che i nostri team facciano ciò che è meglio per Netflix. Questo, a sua volta, genera un senso di coinvolgimento, di responsabilità e di autodisciplina che ci spinge a fare un ottimo lavoro. La libertà in sé non è l’obiettivo; l’obiettivo è creare un forte senso di appartenenza a Netflix, in modo che le persone facciano ciò che è meglio per l’azienda».

Quali sono dunque le competenze che accomunano i self leader? 

Fiducia in sé stessi, motivazione, autodisciplina, intelligenza emotiva per riconoscere sé stesso e le proprie emozioni. Ma anche empatia, capacità di comunicare in modo positivo, di valorizzare le persone e far emergere il loro talento. E in ultimo, ma non per importanza, la gratitudine: un vero leader sa esercitare la gratitudine nei confronti propri e delle persone che lo circondano, dimostrando consapevolezza di sé e riconoscendo il valore degli altri.
Individuare l’attitudine di un leader è ciò di cui ci occupiamo ogni giorno in W Executive. Come? Incontriamo professionisti con un’esperienza manageriale – e di leadership – di molti anni, e valutiamo le loro competenze attraverso il W Leadership Index, uno strumento che W Executive ha disegnato, testato e introdotto nei processi di selezione per identificare il modello di leadership dei professionisti che ricerca per conto dei propri clienti. E che ci ha permesso, infine, di arrivare anche noi a una definizione di leadership efficace: “La leadership agile e consistente trova le sue radici in una profonda consapevolezza di sé e dell’altro. Si modella in funzione della vision ed evolve attraverso la lettura del contesto in continuo cambiamento e l’interazione con la complessità che ne deriva. Aggrega attorno al progetto e genera performance eccellenti e sostenibili attraverso un continuo allineamento tra strategia, organizzazione ed esecuzione, promuovendo innovazione e creatività”.

Possiamo dire, dunque, che il successo delle aziende e dei singoli professionisti, oggi, è tutta una questione di “self leadership” e di saperla mettere (davvero) in pratica.

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