Da padre in figlio, le PMI crescono e si trasformano

Le varie forme di evoluzione che possono assumere le PMI nel cambio generazionale.

Andrea Rosella Musico

Socio ALDAI-Federmanager - Partecipante Sviluppo PMI 
andrea@roseland-consulting.it

È nota a tutti l’importanza delle piccole e medie imprese (PMI) nel panorama economico italiano.

Ma ciò che forse è meno noto è quanto questo risultato sia legato a doppio filo con l’intraprendenza, fuori dal comune, dei nostri imprenditori e della loro capacità di trasmettere queste doti ai propri figli; figli che, a loro volta, prendono per mano le attività dei padri e le fanno crescere, le trasformano, le ampliano con l’aggiunta di altri business, o figli che si buttano anima e corpo verso l’internazionalizzazione.

Il panorama delle PMI italiane è ricco di casi aventi queste caratteristiche ed io ho avuto la fortuna, nella mia esperienza di consulente, di avvicinarmi a numerose situazioni di questo genere.

Le casistiche affrontate sono state tra le più variegate, ma, volendo provare a categorizzarle, potremmo riassumere le varie forme di evoluzione, nei seguenti quattro casi:

L’internazionalizzazione

Il nonno non parlava l’inglese, il papà l’ha imparato faticosamente a livello scolastico quando ormai era già pienamente inserito nel mondo del lavoro, il figlio ha studiato in Inghilterra ed ha fatto un’esperienza post-laurea di un paio d’anni in giro per l’Europa.
Tutto ciò permette alle nuove generazioni di affacciarsi, con molta più facilità, ai mercati internazionali, diventati, nel frattempo, un obbligatorio sbocco per poter crescere e, in alcuni casi, per sopravvivere.
Il figlio che entra in azienda come Responsabile Export è uno degli scenari più comuni nelle PMI, soprattutto in quelle realtà industriali in cui il mercato nazionale è ormai stato esplorato in lungo e in largo: ed ecco che, grazie alle nuove generazioni, si va verso l’estremo oriente con le produzioni di alta qualità (ancora quasi artigianali) della manifattura italiana.
Il passo da lì ad aprire una filiale commerciale a Shangai è veramente molto breve ed è qui che il figlio si fa le ossa, conoscendo il mondo per prepararsi poi a prendere in mano le redini dell’azienda a livello globale.

La trasformazione digitale

Coloro che hanno iniziato ad intraprendere (verbo dal quale deriva il termine “imprenditore”) negli anni ’60 non sapevano cosa fosse un personal computer, negli anni ’70 hanno incominciato a conoscere come funzionasse un telex e poi sono arrivati i millenials per i quali gli smartphone sono un’estensione della mano. Per loro “chattare” e “surfare” sono termini comuni, sono attività quotidiane con le quali convivono regolarmente, per loro la carta è una “schermata”, mandare una mail o un messaggio Whatsapp è più consueto che scrivere con una penna a sfera.
E questo ha avuto un’importante e fondamentale ripercussione sulle attività di tutti i giorni: scriversi con un collega ubicato dall’altra parte del mondo è normale ed i tempi della comunicazione tradizionale si sono drasticamente ridotti. I tempi delle attività tipiche delle aziende degli anni ’80 si sono compressi e quello che prima si faceva in 3 giorni, adesso si fa in 3 minuti. Tutte queste competenze tecnico/informatiche hanno permesso alle aziende gestite dalle nuove generazioni di guadagnare in efficacia ed efficienza, riuscendo a liberare importanti risorse per le attività quotidiane, con chiari risvolti sulla redditività.
Ho conosciuto tante realtà in cui l’ingresso in azienda dei figli ha permesso di fare il salto di qualità e di rimanere al passo coi tempi, senza il quale sarebbero state destinate alla naturale estinzione, cosa realmente avvenuta per diverse PMI che non sono riuscite a stare al passo.

La scoperta di nuovi canali/segmenti

Essere semplici commercianti o bravi produttori a volte non basta più, bisogna ampliare il proprio orizzonte e diversificare la propria gamma di servizi o le linee produttive.
Per fare tutto ciò, è spesso importante il prezioso contributo delle nuove generazioni che vanno ad affiancare l’imprenditore-fondatore, prendendosi il rischio (altro termine insito nel vocabolo “imprenditore”) di esplorare nuove frontiere e nuovi settori, nei quali il predecessore non ha magari mai avuto il coraggio di gettarsi.
Sono sempre più frequenti, quindi, le PMI che, ad esempio, fino a ieri pubblicavano semplici testate cartacee e si trovano oggi ad organizzare eventi o web-conference o a costituire una scuola di formazione con cui ampliare l’offerta commerciale per la propria audience; o, ancora, produttori di sacchi per l’immondizia che decidono di entrare nel mondo delle multi-utility fornendo anche servizi di facility management per i propri clienti.
Tutto ciò inizia come una scommessa fatta dai figli, talvolta contro la volontà dei padri, sfociando poi in una vera e propria nuova linea di business che dà lavoro a più persone e permette all’azienda di emergere in un mercato ormai saturo ed iper-competitivo.

L’integrazione della filiera

Infine, uno dei passaggi più naturali è quello di integrare alcune funzioni che prima erano ad appannaggio di fornitori a monte della filiera produttivo-commerciale.
Sono innumerevoli i casi di imprenditori di seconda o terza generazione che, iniziando quando avevano ancora i calzoncini corti a gestire gli acquisti, si trovano, sfruttando la liquidità generata dai propri predecessori, ad acquisire realtà più piccole di loro che fino a qualche anno prima fornivano loro servizi, semi-lavorati o materie prime: è un naturale ampliamento delle proprie competenze, andando ad integrare nella propria realtà anche attività per loro fondamentali per il del successo dell’azienda.
Sono, dunque tante le manifestazioni in cui i figli, grazie agli insegnamenti ed agli stimoli ricevuti dai propri padri-imprenditori, possono dare il proprio importante valore aggiunto per continuare a coltivare ed a far accrescere il valore delle PMI italiane che, ricordiamolo, sono la base del PIL nazionale e la principale fonte di occupazione della forza lavoro nostrana.

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