Intervista Dirigenti Industria a Claudio Saporito, Senior Advisor di Praxi, esperto nella ricerca, selezione e valorizzazione delle risorse umane
Viviamo un tempo in cui la carriera non si misura più in anni di esperienza, ma nella capacità di rinnovarsi costantemente. L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e i nuovi modelli organizzativi stanno ridisegnando la mappa delle competenze. Ciò che ieri era un vantaggio distintivo, oggi rischia di diventare rapidamente irrilevante.
Per i manager, i dirigenti e i professionisti senior, il reskilling non è un’opzione o un semplice aggiornamento formativo: è una vera e propria assicurazione professionale. Un paracadute strategico che protegge la carriera dal rischio di obsolescenza, non per paura, ma per consapevolezza.
Claudio, partiamo da questa citazione di Darwin che apre il nostro articolo. Perché oggi, più che mai, parla anche ai dirigenti e ai manager?
Perché mai come oggi la capacità di adattarsi è la vera misura del successo professionale. L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e i nuovi modelli organizzativi stanno trasformando profondamente le imprese e i ruoli di leadership. In questo contesto, la carriera non si misura più in anni di esperienza, ma nella capacità di rinnovarsi continuamente. Ciò che ieri era un vantaggio competitivo può diventare rapidamente irrilevante se non ci si aggiorna.
Il reskilling, quindi, non è un’opzione: è una forma di assicurazione professionale, un paracadute strategico che consente di restare rilevanti e di continuare a guidare, non solo a gestire.
Parli di “longevità professionale”. Cosa significa per un dirigente restare competitivo in una fase di carriera più matura?
Significa trovare un nuovo equilibrio tra esperienza e adattabilità. Oggi l’età media dei manager europei è di circa 49 anni e secondo l’OCSE oltre il 70% di loro teme che le proprie competenze saranno superate nei prossimi cinque anni. Non è una questione di età, ma di mentalità. L’esperienza non perde valore: deve evolvere insieme al contesto.
La vera sfida non è “restare giovani”, ma restare utili, curiosi e capaci di apprendere cose nuove.
Hai definito il reskilling come “una forma di leadership personale”. In che senso?
Perché il reskilling non è un rimedio ma un atteggiamento mentale. Non si tratta di correre ai ripari, ma di ampliare il proprio orizzonte. Significa chiedersi: “Chi voglio diventare nei prossimi tre anni?”. Fare reskilling non è sopravvivere, ma prepararsi a evolvere. È passare dalla gestione dell’esperienza alla gestione dell’apprendimento.
E questo è un atto di leadership: guidare se stessi prima ancora di guidare gli altri.
Ci parli di un vero e proprio “piano operativo” in cinque passi. Puoi sintetizzarlo per i nostri lettori?
È un metodo pratico in cinque passaggi:
- mappare ciò che si sa;
- guardare avanti;
- scegliere le competenze ponte (AI literacy, data mindset, sustainability leadership, change management);
- definire obiettivi chiari;
- raccontare il proprio percorso. Mostrare di imparare non è un segno di debolezza, ma di forza e visione. Il reskilling, se ben comunicato, diventa parte dello storytelling professionale e un marchio di autenticità.
Nel tuo ragionamento emerge un punto chiave: la centralità delle soft skills. Perché sono così decisive nella longevità professionale?
Perché la tecnologia cambia i ruoli, ma non può sostituire le relazioni. Oggi competenze come empatia, ascolto, pensiero critico, gestione del cambiamento e intelligenza emotiva fanno davvero la differenza. Un leader che sa chiedere feedback, che accetta di imparare da chi ha meno esperienza e che costruisce fiducia rimane credibile e ispirante. Fiducia e credibilità valgono oggi più di qualsiasi competenza tecnica.
Puoi citarci qualche esempio di leader o azienda che incarnano questo approccio?
Penso a Satya Nadella, CEO di Microsoft, che ha costruito una cultura aziendale fondata sull’apprendimento continuo e afferma: “L’apprendimento è la nuova moneta del successo.” Oppure a Mary Barra, CEO di General Motors, che ha guidato la transizione verso l’elettrico e il digitale, dimostrando che innovare non significa tradire il passato, ma valorizzarlo. Anche molte aziende italiane stanno investendo in programmi di continuous learning per i manager senior, non per colmare lacune ma per ampliare possibilità e visione.
In chiusura, qual è il messaggio che vuoi lasciare ai dirigenti che oggi si interrogano sul proprio futuro professionale?
Il reskilling non è un obbligo, ma un atto di responsabilità verso sé stessi e verso le proprie persone. Significa non accontentarsi della propria storia, ma continuare a scriverne di nuove. Chi guida deve essere il primo a dare l’esempio, mostrando che il cambiamento non si teme: si allena.
Oggi il vero vantaggio competitivo non è sapere di più, ma saper imparare meglio.
Concludo con un’altra citazione di Henry Ford che mi piace molto: “Chi smette di imparare è vecchio, che abbia venti o ottant’anni.”