Ma quale Europa ?

Il dibattito si sviluppa sull’Europa dei desideri, ma non sulle divergenze rispetto all’auspicato processo d’integrazione. Nessuno analizza quanto è aumentata la differenza fra l’Italia e gli altri Paesi. Allora proviamo a confrontare il potere d’acquisto di una famiglia di un giovane manager italiano rispetto ad un manager di altri paesi europei.

Consigliere ALDAI-Federmanager – franco.del.vecchio@tin.it
Negli ultimi 12 anni il Pil procapite è aumentato mediamente del 7,6% nei 28 paesi europei, mentre in Italia è diminuito del 7%. Meno 2.000 euro pro-capite degli italiani in 12 anni, contro un aumento di 3.800 euro dei tedeschi; 5.800 euro di differenza e quindi perdita di potere d'acquisto rispetto ai tedeschi del 20% in 12 anni. Il grafico che riprende i dati Eurostat evidenzia il trend di crescita dei principali paesi europei rispetto alla stagnazione e recessione italiana.
Le ragioni del crescente divario economico fra l’Italia e gli altri Paesi deve essere analizzato in modo oggettivo per evitare il progressivo peggioramento della stabilità economica. Il nostro tasso d’occupazione, il più basso d’Europa, è un indicatore delle nostre inefficienze e ho cercato invano analisi che mettano a confronto i sistemi contributivi e le tasse in Europa. 
In Italia ad un giovane manager con un reddito annuo lordo (RAL) di 100 mila euro, che corrisponde ad un costo aziendale di circa 144 mila euro, rimangono solo 44 mila euro, a seguito del versamento dei contributi a carico dell’impresa (INPS e INAIL, trattamento di fine rapporto, assicurazione obbligatoria, welfare contrattuale, etc.) e il pagamento dei contributi a carico del dipendente, le tasse e l’IVA sui beni acquistati. Insomma 100 mila euro, pari al 70% del costo aziendale finiscono in tasse e contributi riducendo il potere d’acquisto a solo il 30% del costo aziendale.
Rinviamo a prossime analisi il modo in cui lo Stato utilizza i 100 mila euro e proviamo a confrontare la distribuzione del costo aziendale in altri Paesi europei applicando i contributi e le imposte allo stesso costo aziendale di 144 mila euro, verificando le differenze di potere d’acquisto indicate nel grafico.
I contributi a carico dell’azienda, indicati delle barre azzurre, sono particolarmente onerosi in Italia, perché al 33% di contributi previdenziali si aggiungono costi che fanno superare il 40% della retribuzione lorda. I contributi versati dalle aziende negli altri paesi sono decisamente inferiori come si può notare dal grafico e quindi a parità di costo aziendale il manager percepisce all’estero una retribuzione lorda maggiore, fino a 36 mila euro in più in Svizzera che limita i contributi aziendali al 5,13%.
I contributi a carico del dipendente, rappresentati dalle barre viola, sono pari al 9,19% della retribuzione lorda in Italia, mentre sono più elevati in Francia, Germania e U.K., ma l’Italia è ancora il paese con i contributi complessivi maggiori.
Poi ci sono le tasse, rappresentate dalle barre rosse e il manager italiano risulta nuovamente il più penalizzato.
Quel che rimane sarebbe il netto, ma nel caso si spendesse tutto in beni bisogna tener conto dell’IVA, altra tassa italiana più elevata fra i paesi europei, indicata dalla barra rosa del grafico.
Insomma il potere d’acquisto al netto dell’IVA è rappresentato dalle barre verdi. La più corta, che arriva appena al 30% del costo aziendale è quella italiana, le altre si posizionano intorno al 40% e addirittura in Svizzera il potere d’acquisto supera il 70% del costo aziendale, aumentando notevolmente la libertà di scelta dei servizi previdenziali e sanitari. Non c’è quindi da stupirsi se in Svizzera le retribuzioni sono il doppio o il triplo delle nostre; e nemmeno se le imprese preferiscono investire in paesi con minori costi dello Stato e maggiore retribuzione ai dipendenti per riconoscerne il merito.
L’analisi non ha l’obiettivo di indicare i decimali di differenza fra i Paesi europei, ma vuole evidenziare la divergenza fra l’Italia, che continua ad aumentare la pressione sui contribuenti e il debito pubblico, mentre gli alti Paesi crescono più velocemente, aumentando il potere d’acquisto e il benessere dei cittadini. Con la mobilità delle idee, dei capitali e delle persone, aumenta il rischio di polarizzazione e migrazione degli italiani in Paesi che offrono migliori prospettive, avendo già perso in media 2.000 euro ciascuno negli ultimi 12 anni.
L’analisi stimola a riflettere sulla necessità di occuparsi seriamente di politica economica per creare un contesto di sviluppo a beneficio di tutti, piuttosto che limitarsi a penalizzare i meno poveri.
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