Riflessioni sui salari italiani

Arriverà il giorno in cui saremo costretti a guardare in faccia la realtà

Antonio Castolo Castellano   

Tesoriere Federmanager Basilicata

In Italia c’è una grave questione salariale. Anche chi lavora rischia di non arrivare a fine mese.

Peggio ancora, tanti neolaureati, dopo aver investito tempo e denaro insieme alle loro famiglie, spesso devono accontentarsi di stipendi da 1.200/1.500 euro (bene che vada) anche se in possesso di lauree tecniche (STEM) molto richieste dal mercato del lavoro. L’alternativa? Emigrare, come hanno fatto i nostri padri negli anni Sessanta, non più con una valigia di cartone ma con un trolley.

Il Paese, soprattutto il bistrattato Sud, al danno di veder andar via i giovani che rappresentano il futuro, subisce la beffa per aver investito nei loro studi. Nei dibattiti televisivi soprattutto, si sente dire da persone di Governo e non, che spesso si improvvisano economisti: bisogna aumentare i salari e ridurre il cuneo fiscale.
Ormai sanno il copione a memoria.

I salari non aumentano né per esortazione di qualche politico né per decreto ma rispondono a logiche molto articolate. Esempio: il salario di un operaio impiegato a costruire auto premium è più alto di quello di un operaio addetto a costruire auto utilitarie pur essendo entrambi metalmeccanici, pur facendo entrambi macchine. Perché? L’auto premium è di fascia alta, l’auto utilitaria è di fascia bassa. Ciò comporta più qualità, più specializzazione e competenze, più margini in auto premium e meno in auto utilitarie. Mercati più ricchi per auto premium, più poveri per auto utilitarie. I maggiori margini originano salari migliori. Anche in Italia costruiamo auto premium ma sono una nicchia e non rispecchia tutto il sistema automobilistico industriale manifatturiero ed economico italiano.

Quanto esposto dà solo un’idea del problema ma non lo esaurisce. Il sistema  Paese e industriale deve, quindi, mirare più in alto, deve aspirare a qualità migliore, investire in settori meno maturi e puntare su aeronautica, farmaceutico, elettronica, informatica, nuove tecnologie. 

E come può farlo? Investendo in istruzione, ricerca, infrastrutture, trasporti, servizi in genere, efficienza.

Gran parte di questi compiti competono allo Stato. Ma può farlo uno Stato con 3mila miliardi di debiti sul cui conto economico gravano interessi passivi per quasi 100 miliardi di euro, che si è precluso gran parte dei margini di manovra di bilancio e fiscali? Difficile se non impossibile.

Però siamo anche la seconda manifattura d’Europa, Paese del G7, tra le dieci potenze industriali. Abbiamo ottime capacità intellettuali, conoscenze, know-how ma facciamo fatica a stare con i migliori.

Serve migliorare quello che gli economisti chiamano “valore di scambio” e fare qualità in tutti i campi invece di fare leva sui prezzi bassi indotti dai salari bassi che ci portiamo dietro da anni, forse dagli anni '60. Questa politica economica, quando avevamo la lira, era abbinata alle svalutazioni competitive che qualche partito populista vorrebbe di nuovo tirare fuori.

Se non faremo i conti con questi pochi concetti continueremo ad avere salari bassi. Quindi le poche o molte risorse finanziarie non devono né possono essere distribuite a pioggia o tramite bonus.

Sarebbe bello portare le pensioni a 1.000 euro, o dare aumenti ai professori, o andare in pensione a 61 anni. 

La domanda che viene spontanea è: ce lo possiamo permettere? 
C’è la sostenibilità finanziaria? 
Il bilancio dello Stato fino a quando potrà sostenere la zavorra del debito pubblico sempre più pesante? 

Parlare chiaro non porta voti e quindi nessun politico farà discorsi del genere. Ma arriverà il giorno in cui saremo costretti a guardare in faccia la realtà e sarà un risveglio amaro oppure, bene che vada, vivremo nel limbo.

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