I dati dell’ultimo Osservatorio di Itinerari Previdenziali ripropongono una questione ormai strutturale: una parte relativamente limitata dei contribuenti sostiene una quota largamente maggioritaria dell’IRPEF. Il problema non è mettere in discussione la progressività e la solidarietà, ma evitare che la ricerca del consenso attraverso bonus, agevolazioni e trattamenti differenziati finisca per scaricare sistematicamente il costo della redistribuzione sugli stessi contribuenti. Anno dopo anno le analisi documentano le anomalie; manca ancora, però, la capacità politica di ricondurre il sistema a un più equilibrato rapporto tra capacità contributiva, progressività e responsabilità fiscale
L'ultimo Osservatorio di
Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi (anno 2024), presentato il 24 settembre scorso al CNEL, nel corso delle celebrazioni per l’80º anniversario CIDA, torna a documentare quella che è stata efficacemente definita «la grande asimmetria italiana»: un sistema di welfare molto esteso, il cui finanziamento attraverso l’IRPEF risulta fortemente concentrato su una parte minoritaria dei contribuenti.
I dati essenziali bastano a dare la misura dello squilibrio. I contribuenti che dichiarano almeno 35mila euro lordi annui rappresentano appena il 18,78% del totale, ma versano da soli circa il 65% dell’intera IRPEF. Se si include anche la fascia di reddito compresa tra 29 mila e 35mila euro, pari all’11,44% dei contribuenti, la concentrazione del prelievo diventa ancora più evidente: poco più del 30% dei contribuenti – precisamente il 30,22% – sostiene il 78,67% dell’intero gettito IRPEF. In altri termini, meno di un contribuente su tre finanzia quasi quattro quinti dell’imposta personale sul reddito.
Non occorre, in questa sede, riprodurre l’ampia articolazione dei dati per fasce di reddito, chi volesse approfondire l’argomento può leggere l’articolo La grande asimmetria italiana, con il richiamo alla documentazione completa e alla presentazione della tredicesima edizione dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali.
Ciò che qui interessa sottolineare è il significato di fondo di questi numeri. La forte concentrazione del gettito non riguarda soltanto i redditi particolarmente elevati, ma coinvolge una parte importante del ceto medio: lavoratori qualificati, funzionari, quadri, dirigenti, professionisti e pensionati che dichiarano integralmente quanto percepiscono e sui quali, proprio per questo, il prelievo può essere esercitato con maggiore certezza.
Progressività e solidarietà, ma in un sistema equilibrato
La questione non è mettere in discussione la progressività dell’imposizione né, tanto meno, il principio di solidarietà.
Chi dispone di maggiori risorse deve contribuire maggiormente al finanziamento dei servizi pubblici e alla protezione di chi si trova in condizioni di effettivo bisogno. È un principio fondamentale dello Stato sociale e trova il proprio riferimento nell’articolo 53 della Costituzione:
«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Il problema nasce quando alla progressività delle aliquote si sovrappongono altri meccanismi che accentuano ulteriormente il prelievo effettivo: al crescere del reddito aumentano naturalmente le imposte, ma contemporaneamente diminuiscono o scompaiono detrazioni, deduzioni, bonus, sgravi e possibilità di accesso a determinate prestazioni. È quella che viene definita una sorta di “tripla progressività”. CIDA, partendo dai dati presentati, pone quindi una questione precisa: pagare di più al crescere del reddito è progressività; perdere contemporaneamente agevolazioni e prestazioni può invece determinare ulteriori effetti penalizzanti per chi aumenta il proprio reddito attraverso il lavoro e la professionalità e lo dichiara integralmente.
La particolare situazione dei pensionati
Il fenomeno della concentrazione dell’IRPEF assume caratteristiche ancora più significative se si osservano separatamente i pensionati. Riportiamo dal comunicato CIDA:
«quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale IRPEF (all’interno di questa fascia si concentrano del resto le prestazioni parzialmente o totalmente assististe); il grosso delle imposte (66,19%) grava quindi sui pensionati con redditi dai 29mila euro in su e, ancora di più oltre i 35mila euro, i quali versano il 49,7% dell’IRPEF pur rappresentando solo il 16,4% del totale».
È un dato di particolare importanza perché consente di comprendere come anche all’interno della popolazione pensionata esista una marcata asimmetria. Una quota relativamente ristretta sostiene quasi la metà dell’IRPEF versata dall’intera categoria. E si tratta, in larga misura, di trattamenti costruiti attraverso molti anni di lavoro e di contribuzione previdenziale.
La questione assume ulteriore rilievo considerando che proprio le pensioni medio-alte sono state ripetutamente interessate, nel corso degli anni, da interventi di contenimento della perequazione. Questo specifico elemento costituisce un problema distinto, che si aggiunge alla concentrazione fiscale documentata dall’Osservatorio.
Ne deriva una domanda di equità che non può essere liquidata come difesa di un privilegio: fino a che punto è ragionevole che gli stessi soggetti siano chiamati a contribuire in misura particolarmente elevata attraverso l’IRPEF e, contemporaneamente, siano più frequentemente interessati da misure che limitano la conservazione nel tempo del valore reale del trattamento previdenziale?
Per questi pensionati si determina, quindi, una condizione particolare. Hanno versato contributi durante la vita lavorativa, continuano a sostenere un rilevante prelievo fiscale dopo il pensionamento e, nello stesso tempo, vedono periodicamente messo in discussione il meccanismo destinato a proteggere dall’inflazione il valore reale del reddito previdenziale.
È questo intreccio tra prelievo fiscale e contenimento della perequazione che dovrebbe essere maggiormente considerato quando si parla di equità.
Il realismo della politica e il limite che non dovrebbe essere superato
È certamente comprensibile che la politica debba misurarsi con il consenso. Ogni forza politica cerca legittimamente di interpretare le esigenze delle categorie che rappresenta e, anche attraverso le politiche fiscali e sociali, di conservarne il sostegno. Bonus, agevolazioni, detrazioni e interventi redistributivi fanno parte degli strumenti attraverso i quali vengono perseguite determinate scelte economiche e sociali. Il realismo della politica, tuttavia, incontra un limite quando il costo della ricerca del consenso finisce per essere trasferito, con continuità, sugli stessi contribuenti.
Non può diventare normale che ogni nuova esigenza di redistribuzione trovi il proprio punto di equilibrio soprattutto aumentando, direttamente o indirettamente, il carico su coloro che già dichiarano integralmente i propri redditi e sui quali l’imposta viene riscossa fino all’ultimo centesimo.
La questione diventa ancora più evidente per la categoria sociale appena richiamata: i pensionati del ceto medio. Essi non possono modificare il proprio reddito, trasferirlo, ridurne la base imponibile attraverso scelte professionali o organizzative: la pensione è conosciuta dall’amministrazione fiscale e l’imposta viene prelevata alla fonte. Proprio questa certezza non dovrebbe trasformarli nei contribuenti ai quali è più semplice chiedere, direttamente o indirettamente, ulteriori sacrifici.
Anni di denunce, ma il sistema non viene raddrizzato
È questo uno degli aspetti politicamente più problematici dell’intera questione fiscale.
Le analisi di
Itinerari Previdenziali hanno ormai una lunga continuità: anno dopo anno – siamo, come ricordato, alla XIII edizione – continuano a evidenziare squilibri, stratificazioni normative ed effetti redistributivi che richiederebbero interventi correttivi. A titolo esemplificativo, basta richiamare la
Quinta indagine conoscitiva, relativa ai dati del 2016 e contenente un’analisi comparativa del periodo 2008-2016, nella quale venivano già segnalate criticità che ritroviamo, sostanzialmente immutate, nelle analisi più recenti. Vi si leggeva che «
visti i dati occorrerebbe comprimere la spesa assistenziale con regole serie, banche dati efficienti, controlli fiscali e “prova dei mezzi” comprensiva non solo del reddito dichiarato ma anche dei motivi per i quali si è in quella situazione».
1 A distanza di anni, quel richiamo conferma che non sono mancate né le analisi né la chiarezza delle diagnosi. Ogni nuova presentazione dei dati suscita attenzione, condivisione politica e risonanza mediatica, senza però tradursi in un’azione riformatrice altrettanto coerente e continuativa. È questa la contraddizione di fondo: le criticità sono note e ripetutamente denunciate, ma gli interventi restano parziali e non incidono sulle cause strutturali degli squilibri.
Il problema, dunque, non è la mancanza di conoscenza. I dati ci sono e vengono periodicamente aggiornati. Ciò che manca è la capacità politica di trasformare la diagnosi in una scelta organica, assumendosi anche la responsabilità delle decisioni necessarie per riequilibrare il sistema.
Quando la giustizia distributiva produce ingiustizia fiscale
È qui che emerge la contraddizione forse più significativa.
Nel dibattito politico si richiama frequentemente l’esigenza di una maggiore giustizia distributiva. È un obiettivo condivisibile: ridurre le disuguaglianze, sostenere le condizioni di effettiva fragilità e garantire a tutti l’accesso ai servizi essenziali appartiene alle funzioni fondamentali di una società solidale. Ma la giustizia distributiva non può essere valutata soltanto dal punto di vista di chi riceve. Deve essere considerata anche dal punto di vista di chi finanzia la redistribuzione. Se il perseguimento di una maggiore equità sociale finisce per far gravare oneri crescenti su una platea relativamente ristretta di cittadini che dichiara integralmente i propri redditi, il rischio è che l’obiettivo della giustizia distributiva si traduca, nei fatti, in un’ingiustizia fiscale a danno di chi continua a pagare integralmente quanto gli viene richiesto. Non si tratta di domandare privilegi per questi contribuenti. Si tratta esattamente del contrario: chiedere che non siano penalizzati proprio perché fiscalmente più trasparenti e facilmente raggiungibili.
Un nuovo equilibrio tra fisco e welfare
Le indicazioni contenute nella documentazione prodotta da
Itinerari Previdenziali vanno nella direzione di una revisione dell’ISEE, di una banca dati centralizzata dell’assistenza, di controlli più efficaci e di una maggiore capacità di far emergere redditi oggi sottratti all’imposizione. CIDA propone, in particolare, che il recupero strutturale dell’evasione si traduca, per quanto possibile, in una riduzione del carico sul lavoro e sui redditi regolarmente dichiarati. L’obiettivo da perseguire trova un’efficace sintesi nelle conclusioni di CIDA, espresse dal Presidente Stefano Cuzzilla:
«Ora serve un nuovo patto tra fisco e welfare: riportare l’ISEE alla sua funzione originaria, costruire una banca dati unica per sapere chi riceve cosa e concentrare le risorse sulle reali condizioni di bisogno. E ogni recupero strutturale dall’evasione deve tradursi, per quanto possibile, in un minor carico su lavoro e redditi regolarmente dichiarati. Dobbiamo passare a un welfare responsabile, che protegga le fragilità ma favorisca lavoro e autonomia: non nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte».
È questo il punto dal quale ripartire. Non ridurre la solidarietà, ma renderla più equa. Non mettere in discussione la progressività, ma evitare che ad essa si sovrappongano meccanismi che penalizzano ripetutamente gli stessi contribuenti. Non ridimensionare il welfare, ma destinare le risorse a chi ne ha realmente bisogno. Un principio deve essere chiaro: la fedeltà fiscale non può trasformarsi in uno svantaggio.
In questo quadro assume particolare significato il recente intervento di Federmanager che, nel comunicato dell’11 ottobre, ha ribadito: «Le pensioni sono un impegno dello Stato, non una riserva di bilancio». Da qui la richiesta al Governo di escludere nuove penalizzazioni della perequazione, le cui ripetute limitazioni producono perdite permanenti di potere d’acquisto, minando la certezza delle regole e la fiducia nelle istituzioni. Gli impegni previdenziali dello Stato non possono essere continuamente subordinati alle contingenti esigenze di bilancio.
Dopo anni di rapporti, analisi e denunce, i problemi sono ormai noti.
La vera sfida non è formulare nuove diagnosi, ma trovare la volontà politica di tradurle in decisioni concrete. Una società solidale deve redistribuire, ma secondo criteri di equità, trasparenza e responsabilità. Perché una giustizia sociale autentica deve tutelare non soltanto chi riceve, ma anche chi, anno dopo anno e fino all’ultimo centesimo, continua a finanziare quella solidarietà.