Merito: aspettando Godot,
i talenti fanno le valigie

L’undicesima edizione del Meritometro: Italia sempre ultima in Europa, 159 miliardi di capitale umano esportato, un’agenda che non ammette rinvii. Ora, tocca al management

 Giorgio Neglia      

Vicepresidente Forum della Meritocrazia ETS, 
ideatore e responsabile scientifico del Meritometro e di Meritorg

La mappa europea: un continente a tre velocità

L’undicesima edizione del Meritometro - l’indice elaborato dal Forum della Meritocrazia in collaborazione con l’Università Cattolica per misurare il livello di meritocrazia nei Paesi europei - restituisce l’immagine di un continente sostanzialmente fermo. In uno scenario segnato dalla crescente instabilità geopolitica e dalla doppia transizione digitale e ambientale, l’Europa continua a muoversi secondo una struttura a tre velocità.
In testa si confermano i Paesi scandinavi. La Danimarca guida la classifica con 67,44 punti, seguita da Svezia, Finlandia e Norvegia. Sono realtà che condividono ecosistemi coerenti — libertà economica, istituzioni credibili, investimento strutturale nel capitale umano, mobilità sociale reale — in cui il merito non è uno slogan, ma una delle principali infrastrutture immateriali su cui poggia la competitività. Paesi Bassi, Germania, Gran Bretagna, Austria e Francia presiedono una fascia intermedia solida, con margini di miglioramento ancora visibili soprattutto su parità di genere e attrattività dei talenti. Più indietro Spagna e Polonia. E infine c’è l’Italia. Distante. Isolata. Ultima per l’undicesimo anno consecutivo.

L’anomalia italiana: la crescita (troppo) lenta e il costo della fuga

Con 27,72 punti, l’Italia segna un incremento di 0,67 punti nell’ultima rilevazione. Una variazione che potrebbe sembrare incoraggiante. Non lo è. Il distacco dalla Danimarca supera i quaranta punti; quello dalla Polonia è di oltre sette. E soprattutto: la crescita media annua dal 2015 a oggi è di appena 0,44 punti. Al ritmo attuale, raggiungeremo la media europea nel 2076. Non è una provocazione: è la proiezione aritmetica di una stagnazione strutturale che il Paese sembra aver progressivamente normalizzato.
Dentro quel +0,67 convivono segnali opposti. La qualità educativa guadagna terreno - l’aumento graduale dei laureati nella fascia 25-34 anni (Eurostat) produce effetti misurabili - e la libertà economica avanza di 0,8 punti grazie ad alcuni interventi di semplificazione burocratica (Heritage Foundation). Ma li controbilanciano due arretramenti pesanti. La trasparenza perde un punto: al 52° posto su 180 paesi (Transparency International), il Paese registra il secondo peggioramento consecutivo, con lacune normative persistenti su conflitto di interessi, lobbying e tutela dei whistleblower. L’attrattività per i talenti cede 0,65 punti (Insead): per ogni giovane qualificato straniero entrato in Italia nell’ultimo decennio, nove italiani qualificati hanno lasciato il Paese, con una perdita stimata di 159,5 miliardi di euro di capitale umano (CNEL).
I numeri hanno anche un indirizzo. La Lombardia è la prima regione italiana per perdite assolute: 28,4 miliardi di euro, con il 56,2% degli emigrati laureati. A Milano quella quota sale al 61,3%. Non sono persone in fuga dalla disoccupazione: sono le più formate, quelle su cui famiglie e Stato hanno investito di più, che scelgono di costruire il proprio futuro — e generare valore — altrove. A completare il quadro: una mobilità sociale in cui il titolo di studio dei genitori pesa più del talento dei figli (WEF), una quota di NEET che, pur in decremento, resta tra le più alte d’Europa, e una partecipazione femminile al lavoro ancora lontana dagli standard europei (EIGE).

Tre direttrici per invertire la rotta

Il Meritometro non si limita a misurare il ritardo: ne individua le principali direttrici di superamento, facendo sintesi delle raccomandazioni che le principali istituzioni internazionali rivolgono all’Italia. Un’agenda articolata su tre assi interdipendenti, nessuno dei quali è ulteriormente rinviabile. Il primo riguarda istituzioni e legalità: senza certezza del diritto nessun investimento produce effetti duraturi. Significa riforma della giustizia civile, lotta strutturale alla corruzione e una Pubblica Amministrazione realmente trasparente e responsabile. Il secondo tocca capitale umano ed equità: contrasto alla dispersione scolastica, percorsi scuola-lavoro seri, accesso alla formazione meno condizionato dall’origine familiare, politiche strutturali per la parità di genere. È l’asse con il maggior potenziale nel medio periodo: il punto guadagnato sulla qualità educativa dimostra che quando le riforme vengono attuate con continuità, gli indicatori rispondono. Il terzo punta su competitività e apertura: semplificazione normativa, incentivi stabili per attrarre e trattenere talenti, investimento massiccio nelle competenze STEM e digitali - oggi più che mai indispensabili nell’era dell’intelligenza artificiale.
 

Dal Macro al Micro: il merito come pratica manageriale (e civile)

Un’agenda necessaria, che rischia però di restare sulla carta se non trova un terreno operativo pronto a recepirla. Le riforme calate dall’alto si arenano invariabilmente senza la mediazione delle parti sociali - chiamate a fungere da cerniera tra istituzioni e aziende - e senza un unico, vero punto di caduta: la singola organizzazione.

È proprio a livello micro, all’interno dei confini fisici e culturali di ciascuna struttura, che il merito vive o muore. I numeri lo confermano con precisione scomoda: quasi otto imprese su dieci segnalano difficoltà nel trovare le competenze che cercano, con perdite stimate in 38 miliardi di euro annui per mismatch (Unioncamere); al contempo, il 74% dei dipendenti dichiara di non sentirsi adeguatamente valorizzato nel proprio contesto lavorativo (Osservatorio HR, Politecnico di Milano). Il paradosso è geometrico: cerchiamo fuori quello che non sappiamo trattenere dentro.

La radice del problema non risiede soltanto nel mercato del lavoro, ma nella qualità dei processi con cui selezioniamo, valutiamo, promuoviamo e sviluppiamo le persone. Quando quei processi non sono trasparenti e fondati sulle competenze, i profili migliori - quelli con più alternative - sono i primi ad andarsene, ma purtroppo non gli ultimi.

Il dirigente che costruisce sistemi equi, criteri trasparenti e percorsi di crescita fondati sul merito non sta attuando solo una saggia people strategy: sta esercitando una funzione civile. I benefici interni sono concreti e misurabili - meno turnover, maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti, un clima di fiducia che trasforma i collaboratori nei primi ambassador dell'azienda - e ogni decisione meritocratica ha un micro-impatto sul ranking dell'intero Paese. In un contesto in cui i criteri ESG condizionano sempre di più l'accesso ai capitali, certificare la governance del merito diventa inoltre un asset reputazionale essenziale agli occhi degli investitori. È qui che entra in gioco il Meritorg - il protocollo di misurazione e certificazione della meritocrazia organizzativa del Forum della Meritocrazia - nato per rendere questo contributo misurabile e verificabile, con la stessa serietà con cui si certifica la qualità o si rendiconta la sostenibilità.

Smettere di aspettare Godot: manager, il tempo è scaduto

Undici edizioni fa l’Italia era ultima. Lo è ancora. L’errore più grave che la classe dirigente possa commettere oggi è continuare ad aspettare che la meritocrazia arrivi “per decreto”. Godot non arriverà né da Roma, né da Bruxelles. Il merito non si attende: si costruisce, decisione dopo decisione, nelle organizzazioni pubbliche come in quelle private. Il cambiamento o lo fanno i manager, ora, oppure tra undici anni scriveremo il resoconto della ventiduesima edizione del Meritometro. Con le stesse identiche parole di quest’anno.


per scaricare l'ultima edizione del  Meritometro
il rapporto sulla meritocrazia nei principali Paesi Europei

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