Filo Diretto Dirigenti Giugno 2022

Nel mio precedente editoriale di marzo, scritto a fine febbraio, a guerra in Ucraina appena iniziata, sperando in una fine rapida del conflitto, spronavo tutti noi, e in primis il sottoscritto, a lasciare alle spalle due anni di pandemia e a vedere con occhi diversi, più positivi, il futuro che ci si presentava.

Andrea Molza     

Presidente Federmanager Bologna  Ferrara – Ravenna
Oggi non posso partire con la stessa visione, anzi i recenti dati sull’economia registrano il segno meno, ma fare previsioni in economia e mercati in questo primo quarto di secolo diventa veramente complicato.

Molte delle materie prime, che si parli di idrocarburi come di risorse alimentari, rimarranno vincolate e limitate nelle aree belligeranti che sono ricche di entrambe, a causa delle piattaforme logistiche distrutte dalla guerra.

Questo conflitto di cui non si prevede la fine è diventato un conflitto dove il concetto di democrazia occidentale e autocrazia si scontrano sul terreno dell’ideologia, ma soprattutto su quello dell’economia mondiale che sembra volere soltanto vincitori e sconfitti.

Solo il Papa e sulla sua scia, con diverse sfumature, una grande parte dell’opinione pubblica, vede una terza via, la pace che, come giustamente si afferma, si fa con i nemici.

Non voglio approfondire oltre in questo editoriale, anche perché non ne ho titolo, ma soprattutto perché, come dicevo inizialmente, nessuno che io conosca nel nostro Paese è in grado di spingersi oltre con previsioni; possiamo solo sperare.

Andrea Molza

Andrea Molza

Sperare però non è poco: se al concetto di speranza si lega anche il riferimento alla competenza, si possono cominciare a delineare gli scenari, e non uno solamente, su cui costruire un possibile futuro.

In fondo, l’ho ripreso più volte, il mondo non finirà domani: sicuramente cambierà, c’è chi dice che la globalizzazione è finita, ma è sicuramente possibile che da questa fine nascano nuovi approcci al mercato, che coinvolgeranno le nostre aziende nel rendersi competitive, con filiere di approvvigionamento corte, che recuperino costi sulla logistica e li reinvestano in tecnologie e competenze.

Mai come oggi, alla visione fondamentale, ma non più sufficiente dei nostri imprenditori, si deve per forza legare la visione dei manager, che avendo lo sguardo proiettato fuori dal perimetro aziendale, possono leggere il contesto e le sue tendenze.

La guerra, come qualsiasi cambiamento repentino, indebolisce chi non è pronto a cambiare, mentre rafforza chi sa leggere le esigenze emergenti.

La pandemia è un esempio calzante di ciò che ho appena detto: chi ha saputo rispondere ai nuovi bisogni con una tecnologia potente e “comprensibile”, si è enormemente arricchito; per contro, chi si è messo in attesa, sperando che il proprio modello che rappresentava sicurezza e successo, superasse l’empasse, ha avuto perdite a due cifre e non sta agganciando la ripresa.

A questa situazione, si aggiunge anche la stasi del mercato del lavoro, dove si registra la paura al cambiamento delle persone o, ancor più singolare, l’abbandono del lavoro come conosciuto e la ricerca di soluzioni di vita fuori dalla città, dove il lavoro diventa ancillare alla scelta di vita stessa e il parametro del proprio successo non è il guadagno, ma lo star bene.

Con queste mie riflessioni non voglio delineare un futuro migliore o peggiore rispetto a quello che abbiamo immaginato fino a qualche tempo fa, ma un radicale cambiamento di presupposti e valori che, se condivisi, lo renderanno più corrispondente ai desiderata di ognuno.

Alla fine la risposta alle insidie del mondo rimane sempre la persona e l’atteggiamento con cui traguarda la storia e noi manager, con un approccio competente e misurato, possiamo essere un attore fondamentale di cambiamento e miglioramento.