Se l’industria paga di più, perché i giovani non la scelgono?
Una doverosa riflessione per assicurare prospettive di competitività e sostenibilità della manifattura italiana, seconda in Europa dopo la Germania
C’è un paradosso nel mercato del lavoro italiano che merita più attenzione di quanta ne riceva. Per comprenderlo conviene partire da tre numeri.
Secondo l’ultima rilevazione strutturale Istat, riferita al 2020, il costo medio di un’ora di lavoro nell’industria in senso stretto era di 29,2 euro, contro 19,7 nelle attività di alloggio e ristorazione: quasi il 50% in più.
La differenza dipende principalmente dalla retribuzione lorda, 20,7 euro l’ora contro 14,2. Il lavoro industriale costa di più soprattutto perché è pagato di più.
Ma c’è un terzo numero, almeno altrettanto importante. Nel 2022 un addetto della manifattura generava mediamente 79.700 euro di valore aggiunto all’anno; nell’alloggio e ristorazione appena 24.900: oltre tre volte in meno.
Ma se l’industria genera più valore e paga di più perché fatica a intercettare e trattenere i giovani di cui ha bisogno?
Anche in questo caso i numeri aiutano a fare chiarezza. Excelsior ha stimato, per il 2025, 5,8 milioni di entrate programmate dalle imprese italiane, il 27,5% delle quali rivolto esplicitamente agli under 30; ma turismo, commercio e servizi alla persona presentano una quota di ingressi giovanili nettamente superiore alla media.
Una prima spiegazione è molto concreta: nel turismo e nel commercio la soglia di ingresso tende a essere più bassa. Sono settori ricchi di lavori stagionali e temporanei, praticabili anche durante periodi di studio o di transizione.
Valter Quercioli Valter Quercioli, Presidente Federmanager
L’industria contemporanea richiede invece competenze molto specifiche. E queste competenze oggi scarseggiano. Nel 2025 quasi un’assunzione programmata su due, il 47%, risultava difficile da realizzare, con criticità intense nei settori industriali e la mancanza di candidati come causa principale.
Il problema, dunque, potrebbe non essere che il giovane non voglia entrare nell’industria: molto spesso non possiede il “biglietto” necessario per entrarvi. E l’accesso non dipende soltanto dalle competenze: per un giovane contano anche trasporti, possibilità abitative, servizi e opportunità sul territorio.
C’è poi una spiegazione che riguarda in maniera diretta la visione aziendale: il salario non è più l’unica variabile con cui si compete per il lavoro. Secondo la Randstad Employer Brand Research 2025, per la Generazione Z italiana il primo criterio nella scelta del datore di lavoro è il work-life balance (57%), seguito da un’atmosfera di lavoro piacevole (55%); retribuzione e benefit arrivano soltanto terzi, al 50%.
Forse, allora, l’industria italiana non ha soltanto un problema di recruiting dei giovani.
Ha anche un problema di rappresentazione di sé verso di loro.
Per questo pensiamo che sia necessario un vero e proprio patto nazionale per l’attrattività del lavoro industriale.
Un simile impegno dovrebbe poggiare su quattro direttrici: formare, orientare – costruendo piattaforme di orientamento integrate tra scuola, università, famiglie, imprese e Academy aziendali – organizzare meglio il lavoro e rendere attrattivi i territori.
Il paradosso italiano non è soltanto che l’industria non trova giovani. È che stiamo diventando un Paese con sempre meno giovani senza aver costruito le condizioni perché possano scegliere i lavori e i luoghi nei quali competenze, capitale e tecnologia generano più valore aggiunto, salari migliori e benessere.
30 settembre 2026
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