Le sfide delle PMI nel post pandemia

L’inserimento di un manager può essere determinante per il futuro dell’impresa, per superare le difficoltà dei cambiamenti e diventare l’entità indipendente e autonoma che l’imprenditore desidera.

Paola Mazzucchelli

Manager partecipante al Progetto Sviluppo PMI - contatti@mpadvisor.it
A turno osannate e criticate - chi scrive sente le stesse litanie da trent’anni - con le 158.000  PMI (Dati Cerved 2021) che costituiscono la trama del tessuto economico italiano bisogna prima o poi fare i conti.

È innegabile che queste aziende abbiano caratteristiche di dinamismo e flessibilità ragguardevoli, e spessissimo con un’attenzione al sociale - nel territorio di elezione - sin dai tempi in cui il termine ESG non era ancora stato coniato. 

Spesso però le caratteristiche dimensionali costituiscono un limite, ad esempio quando l’azienda vuole aprirsi alla crescita (anche tramite M&A) o all’internazionalizzazione, e non a torto si riscontra in queste imprese una carenza di figure manageriali.

Al di là delle belle parole, l’imprenditore è obiettivamente distratto nella sua attività direzionale dalle mille norme e regole che sottraggono energie all’attività creativa e di sviluppo. Inoltre il suo punto di riferimento principale, il commercialista, è sommerso da leggi e adempimenti, e fatica a dargli l’appoggio consulenziale che l’imprenditore cerca e merita. Aggiungiamo al cocktail una serie di ‘società di consulenza’ che negli anni hanno spesso lasciato dietro di sé soluzioni preconfezionate e conti costosi che giustificano una generalizzata diffidenza verso gli aiuti esterni.

La prima remora nei confronti della managerializzazione è sicuramente il costo, considerando che spesso la remunerazione dell’imprenditore è ben lontana da una certa narrazione comune: è il socio il primo a ricapitalizzare, o l’amministratore-socio a non prelevare i propri compensi, in momenti di difficoltà economica. 

C’è anche un bias cognitivo da affrontare: l’accettazione dell’inserimento di figure manageriali è un’apertura alla diversità, alla condivisione di quella cultura che è stata il punto di forza per tanti anni, la reticenza ad assegnare deleghe operative a figure estranee alla cerchia familiare. Cercare di portare la cultura manageriale nelle PMI significa prima di tutto superare questo legittimo scetticismo. 
In realtà oggi una risposta flessibile e scalabile c’è: il Temporary Manager - nelle sue forme part time (spesso conosciute col termine anglosassone di Fractional Manager) - è una figura manageriale esterna con una solida esperienza alle spalle che può entrare nella PMI in maniera modulare, adattandosi alla dimensione, con tempi variabili, apportandovi le proprie competenze che sono spesso certificate.

Questo può essere il giusto supporto per affrontare con serenità una fase di managerializzazione graduale dell’azienda, supportando l’imprenditore nelle attività che non riesce a seguire come vorrebbe. L’imprenditore non lascia il timone della sua azienda, ma può correggerne la rotta. Non dimentichiamo che il verbo correggere deriva dal latino cum regere, ‘guidare insieme’.

Lo stesso strumento si presta ai passaggi generazionali, anche come coaching, perché spesso in azienda convivono tre generazioni, dai Baby Boomers ai Millennials, con approcci completamente diversi al mondo digitale che - post pandemia - è diventato un elemento imprescindibile della strategia aziendale. 

Quello che è importante sottolineare è che il fattore dimensionale non è un vincolo alla managerializzazione. E l’inserimento di un Temporary non cancella la cultura aziendale, bensì la valorizza, la porta verso il futuro, perché diventi l’entità indipendente e autonoma che l’imprenditore desidera.

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