La nuova emigrazione dei giovani italiani e le conseguenze sul nostro sistema economico

L’emigrazione dei giovani italiani, e in particolare dei giovani laureati, non è più un fenomeno marginale né può essere interpretata semplicemente come una moderna forma di mobilità internazionale. Dietro i numeri degli italiani che ogni anno scelgono di trasferirsi all’estero vi è una questione molto più profonda: la capacità dell’Italia di offrire alle nuove generazioni condizioni professionali, economiche e sociali sufficientemente attrattive da convincerle a costruire nel nostro Paese il proprio futuro

Mino Schianchi

Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento Gruppi Seniores Federmanager e Presidente Comitato Pensionati ALDAI-Federmanager

Il rapporto del CNEL Giovani Expat. Come farli tornare, pubblicato a settembre   2026, offre elementi particolarmente significativi per comprendere le ragioni di questo fenomeno. Tra il 2011 e il 2024 circa 630mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno emigrato. Nello stesso periodo il saldo migratorio netto dei giovani italiani è stato negativo per circa 441mila unità. Nell’ultimo periodo analizzato dal CNEL, oltre il 40% dei giovani emigrati risulta laureato.

Il fenomeno assume oggi una rilevanza particolare perché si inserisce in una fase nella quale l’Italia sta affrontando contemporaneamente una forte riduzione della popolazione in età lavorativa, l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite e la crescente pressione sulla spesa pensionistica, sanitaria e assistenziale. In questo contesto, la partenza dei giovani più istruiti non rappresenta soltanto una perdita di capitale umano. Può diventare anche un fattore che incide sulla capacità futura del Paese di produrre reddito, occupazione, innovazione e contributi necessari a sostenere il sistema di protezione sociale.
Fonte: elaborazione REF su dati Istat - <i>Rapporto Giovani Expat - Come farli tornare</i>

Fonte: elaborazione REF su dati Istat - Rapporto Giovani Expat - Come farli tornare

Non siamo quindi di fronte soltanto a una mobilità quantitativamente rilevante, ma anche qualitativamente selettiva. Una parte consistente dei giovani che lasciano l’Italia dispone di livelli di istruzione elevati e di competenze che potrebbero contribuire alla crescita del Paese.

La domanda, dunque, non è semplicemente perché i giovani partano. La domanda decisiva è perché una parte di loro non trovi in Italia condizioni sufficientemente convincenti per restare o per tornare.

La nuova mobilità riguarda in misura significativa giovani diplomati e soprattutto laureati, spesso inseriti in settori professionali qualificati e appartenenti a generazioni che hanno investito nell’istruzione nella convinzione che essa rappresentasse il principale strumento di emancipazione e di crescita personale.
La laurea, tuttavia, non sempre trova nel mercato del lavoro italiano un adeguato riconoscimento economico e professionale. È proprio questo uno dei punti centrali che emergono dall’indagine del CNEL.

Per un giovane italiano l’Europa rappresenta uno spazio nel quale è relativamente agevole trasferirsi, studiare, lavorare e costruire una carriera. Le informazioni sono facilmente disponibili, le differenze salariali sono immediatamente confrontabili e le esperienze professionali internazionali sono spesso considerate un valore aggiunto.
L’Italia, pertanto, non compete più soltanto con il proprio mercato del lavoro interno. Compete con i sistemi economici e sociali degli altri Paesi avanzati. Ed è proprio in questo confronto che emergono alcune delle principali fragilità italiane.

La centralità delle retribuzioni

Il primo elemento è quello delle retribuzioni.
Secondo il rapporto del CNEL, circa quattro giovani expat su cinque considerano i bassi salari una ragione estremamente rilevante della decisione di lasciare l’Italia. Il dato assume ancora maggiore significato se lo si considera insieme alle aspettative espresse dagli stessi giovani rispetto a un eventuale rientro: l’83% indica salari più elevati come una condizione estremamente rilevante per tornare.

La valorizzazione delle competenze

«I giovani non chiedono semplicemente un posto di lavoro: chiedono che il lavoro qualificato venga remunerato in maniera coerente con le competenze e le responsabilità».

Non si tratta necessariamente di un confronto limitato allo stipendio iniziale. Entrano in gioco la possibilità di costruire una carriera, la qualità delle mansioni, la formazione continua, la stabilità contrattuale, la possibilità di lavorare in contesti internazionali e la prospettiva di crescita nel medio periodo.
Quando un giovane percepisce che il proprio titolo di studio non produce un adeguato riconoscimento professionale, la mobilità diventa una risposta razionale alla ricerca di migliori opportunità.

Il rapporto del CNEL evidenzia una domanda molto forte di maggiore meritocrazia. Una quota largamente maggioritaria degli intervistati considera infatti la maggiore valorizzazione del merito una condizione rilevante per il ritorno in Italia.
Un giovane può accettare anche difficoltà iniziali, se percepisce che il sistema offre una prospettiva. Diventa invece molto più difficile accettare sacrifici quando la progressione professionale appare scollegata dalle capacità e dai risultati.
La percezione di un sistema nel quale contano troppo le relazioni personali o le raccomandazioni può diventare un potente incentivo alla partenza.

Carriera, autonomia e futuro

Dietro la decisione di emigrare non vi è soltanto la ricerca di uno stipendio migliore. Vi è anche la ricerca di un futuro prevedibile.
Per un giovane adulto, costruire una carriera significa poter immaginare l'acquisto di una casa, la formazione di una famiglia, la possibilità di avere figli, la crescita professionale e una progressiva autonomia economica.

Quando il lavoro è caratterizzato da bassi salari, contratti instabili e percorsi professionali incerti, tutte queste decisioni vengono rinviate.
La conseguenza non riguarda soltanto il singolo individuo. Il rinvio della formazione delle famiglie contribuisce infatti ad alimentare quella stessa dinamica demografica che rende più fragile il sistema italiano.
È qui che il problema dell’emigrazione giovanile si intreccia direttamente con quello della natalità.
Un Paese che perde giovani adulti non perde soltanto lavoratori. Perde anche potenziali famiglie, potenziali genitori e, nel lungo periodo, potenziali nuove generazioni.

Il problema delle opportunità

Il fenomeno dell’emigrazione riguarda l’intero Paese. Una quota molto significativa degli emigrati proviene dalle regioni settentrionali, a dimostrazione del fatto che anche le aree economicamente più sviluppate non sono immuni dalla perdita di capitale umano.
Questo dato è particolarmente significativo. Indica che non basta disporre di un'economia relativamente dinamica per trattenere i giovani qualificati. Occorrono condizioni complessive di lavoro e di vita capaci di competere con quelle offerte dagli altri Paesi avanzati.

Nel Mezzogiorno, naturalmente, il problema delle opportunità professionali assume dimensioni ancora più evidenti. La partenza dei giovani laureati può alimentare un processo cumulativo: meno capitale umano significa minore capacità di attrarre investimenti, meno innovazione, minore crescita e, di conseguenza, nuove ragioni per partire.
Interrompere questo meccanismo richiede politiche territoriali e produttive di lungo periodo, non semplicemente incentivi temporanei al rientro.

La questione femminile

Un'altra dimensione importante riguarda le giovani donne.
Le donne rappresentano quasi la metà dei giovani emigrati e risultano mediamente più istruite degli uomini. Il fenomeno della mobilità internazionale femminile non può quindi essere letto semplicemente come una conseguenza delle difficoltà generali del mercato del lavoro.

Le giovani donne attribuiscono infatti un peso particolare alle opportunità di carriera, alla conciliazione tra vita professionale e personale e alla qualità dei servizi.
Questo elemento porta direttamente dal mercato del lavoro al welfare.
La possibilità di costruire una carriera e contemporaneamente formare una famiglia dipende non soltanto dal salario, ma anche dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dall’organizzazione del lavoro, dalla flessibilità, dalla qualità dei servizi sanitari e dalla possibilità di conciliare le responsabilità familiari con quelle professionali.

Non è soltanto una questione di incentivi

La risposta al fenomeno non può essere affidata esclusivamente a incentivi fiscali o contributivi destinati a chi rientra.
Gli incentivi possono certamente contribuire a rendere più conveniente una scelta, ma difficilmente possono compensare stabilmente differenze strutturali nelle retribuzioni, nelle prospettive di carriera, nei servizi e nella qualità del lavoro.
Un giovane che ha costruito all’estero una carriera professionale, una rete di relazioni e un progetto familiare non torna semplicemente perché gli viene offerto un beneficio temporaneo.
Per convincerlo a rientrare occorre rendere credibile una prospettiva.
È questa, probabilmente, la questione centrale che emerge dall'indagine del CNEL: la politica del rientro deve essere accompagnata da una politica della permanenza.

Le conseguenze per il sistema economico italiano

La partenza di un giovane laureato produce effetti che vanno oltre la sua vicenda individuale.
Lo Stato, le famiglie e il sistema educativo hanno sostenuto costi per la sua formazione. Quando il giovane trasferisce stabilmente all’estero la propria attività professionale, una parte dei benefici economici derivanti da quell’investimento si realizza in un altro Paese.
<b>Valore del capitale umano emigrato media 2022-24 in % PIL 2023</b>
<br>Fonte: elaborazione REF su dati Istat, OCSE, Federconsumatori - <i>Rapporto Giovani Expat - Come farli tornare</i>

Valore del capitale umano emigrato media 2022-24 in % PIL 2023
Fonte: elaborazione REF su dati Istat, OCSE, Federconsumatori - Rapporto Giovani Expat - Come farli tornare

Il CNEL ha stimato in circa 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano associato ai flussi di giovani emigrati nel periodo 2011-2024.
Il dato rende evidente la dimensione economica del fenomeno. Ma la perdita non è soltanto monetaria.
Meno giovani qualificati significano potenzialmente meno innovazione, meno imprenditorialità, meno ricerca, meno produttività e una base più ristretta sulla quale costruire la crescita futura.
Ogni giovane che emigra non rappresenta automaticamente una perdita definitiva per l’Italia. Il problema nasce quando l’emigrazione diventa strutturale e il saldo complessivo determina una riduzione persistente della popolazione in età lavorativa.
Ed è a questo punto che il tema dei giovani emigrati incontra quello delle pensioni.
La sostenibilità futura delle pensioni e dell’assistenza agli anziani non dipenderà soltanto dalle decisioni riguardanti l’età pensionabile o il livello delle prestazioni. Dipenderà anche dalla capacità dell’economia italiana di creare occupazione qualificata, aumentare la produttività, sostenere salari adeguati e mantenere una popolazione attiva sufficientemente ampia.

Dalla fuga dei talenti alla sostenibilità del patto sociale

L’emigrazione dei giovani laureati italiani è uno dei segnali più evidenti delle difficoltà con cui il nostro Paese sta affrontando la propria trasformazione demografica ed economica.
I numeri del CNEL mostrano una mobilità giovanile di dimensioni considerevoli e una forte presenza di persone altamente istruite. Le motivazioni indicate dagli stessi giovani sono altrettanto significative: salari, opportunità professionali, meritocrazia, qualità del lavoro, conciliazione tra vita privata e professionale.
Non siamo quindi di fronte a un problema che possa essere affrontato semplicemente chiedendo ai giovani di restare.
La vera questione è capire perché una parte di essi ritenga che per realizzare le proprie aspirazioni sia necessario andare altrove.

Il welfare come fattore di attrattività

Il welfare non deve essere considerato soltanto come una voce di spesa pubblica.
Un sistema di servizi efficiente può contribuire direttamente alla competitività economica.
Servizi per l’infanzia, sanità territoriale, assistenza agli anziani, trasporti, politiche abitative, formazione e strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia consentono alle persone di partecipare più pienamente al mercato del lavoro.
Per una giovane coppia, la decisione di avere un figlio dipende anche dalla possibilità di conciliare responsabilità professionali e familiari.
Per una donna altamente qualificata, la disponibilità di servizi può influenzare concretamente la scelta tra restare e trasferirsi in un altro Paese.

Il welfare, quindi, è anche un investimento sulla partecipazione al lavoro e sulla produttività. In questa prospettiva, pensioni, sanità, assistenza e servizi sociali non costituiscono compartimenti separati. Sono componenti di un unico sistema di protezione sociale che deve essere sostenibile economicamente e adeguato alle trasformazioni demografiche
La risposta riguarda il funzionamento complessivo del sistema economico e sociale.
Un Paese che vuole trattenere i propri giovani deve essere in grado di offrire loro un lavoro adeguatamente remunerato, prospettive professionali credibili, possibilità di crescita, servizi efficienti e condizioni favorevoli alla costruzione di una famiglia.
Tutto questo ha un rapporto diretto con la sostenibilità delle pensioni e del welfare.
Le pensioni future dipendono anche dal numero e dalla qualità dei lavoratori che saranno presenti nel sistema produttivo. Il welfare futuro dipende dalla capacità di finanziare servizi sanitari e assistenziali adeguati a una popolazione destinata a invecchiare. La crescita economica dipende dalla produttività, dall’innovazione e dalla capacità di valorizzare il capitale umano.

<b>Vantaggi trovati all’estero rispetto all’Italia (% pesate con i flussi effettivi 2011-24 di emigrazione per Paese/area di destinazione. Base campionaria: età minore di 35 anni e età all’espatrio di 14 anni o più. Tra parentesi numero di risposte valide per ogni vantaggio)</b>
<br>Fonte: elaborazione REF su indagine CNEL <i>Rapporto Giovani Expat - Come farli tornare</i>

Vantaggi trovati all’estero rispetto all’Italia (% pesate con i flussi effettivi 2011-24 di emigrazione per Paese/area di destinazione. Base campionaria: età minore di 35 anni e età all’espatrio di 14 anni o più. Tra parentesi numero di risposte valide per ogni vantaggio)
Fonte: elaborazione REF su indagine CNEL Rapporto Giovani Expat - Come farli tornare

In questa prospettiva, trattenere i giovani significa preservare una parte essenziale della capacità del Paese di produrre ricchezza e di sostenere nel tempo il proprio modello sociale.
Quando partire diventa l’unico modo percepito per ottenere un salario adeguato, una carriera fondata sul merito o una migliore qualità della vita, il problema non è più la mobilità dei giovani. È la competitività del Paese.

Ed è proprio qui che la questione dei giovani laureati emigrati si trasforma in una questione nazionale: perché riguarda contemporaneamente il futuro dell’economia, la dinamica demografica, la sostenibilità delle pensioni, la qualità del welfare e, più in generale, la capacità dell’Italia di rinnovare il proprio patto sociale.
Trattenere e attrarre capitale umano significa dunque investire nel futuro del Paese.
E investire nel futuro significa creare le condizioni perché le nuove generazioni possano trovare in Italia non soltanto un luogo nel quale vivere, ma un luogo nel quale valga la pena costruire il proprio futuro.

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