Oltre la norma: il manager come promotore della cultura della sicurezza

Fare impresa significa crescere senza perdere di vista ciò che conta davvero: le persone, la loro sicurezza e il loro futuro

Giovanni Pagnacco

Presidente ALDAI-Federmanager
Ci sono temi sui quali si rischia, a forza di parlarne, di consumare le parole. La sicurezza sul lavoro è uno di questi.

Norme, procedure, responsabilità, formazione, controlli: sono tutti elementi indispensabili. Ma credo che da soli non bastino. Perché la sicurezza vera comincia un passo prima della norma. Comincia dal modo in cui un’organizzazione pensa, decide, lavora. Comincia, in una parola, dalla sua cultura.
Ne avevo già scritto su queste pagine, sostenendo che dobbiamo costruire imprese nelle quali ciascuno senta come propria non soltanto la tutela della sua salute, ma anche quella della persona che lavora accanto a lui. E questa cultura ha bisogno di essere alimentata ogni giorno, deve partire da chi ha responsabilità di guida, ed è qui che noi manager siamo chiamati in causa.

Per questo considero importante l’appuntamento in MAIRE del 29 ottobre scorso nel quadro di un progetto Federale, in cui imprese, manager ed esperienze diverse hanno potuto incontrarsi e interrogarsi su cosa significhi davvero prevenire.
Il progetto ha infatti un’ambizione più ampia: portare il confronto nei territori e farlo vivere anche nelle piccole e medie imprese.

Questa seconda dimensione mi sta particolarmente a cuore.
Le grandi aziende dispongono di strutture, competenze e strumenti organizzativi importanti.
Ma l’Italia è anche, e soprattutto, il Paese delle PMI, depositarie di un patrimonio di imprenditorialità, capacità tecnica e creatività. Se vogliamo davvero incidere sulla cultura della sicurezza, dobbiamo raggiungere anche queste realtà, mettere in circolo competenze ed esperienze.

Portare managerialità in un’azienda non significa burocratizzarla. Significa aiutarla a dotarsi degli strumenti per crescere senza perdere la propria identità; trasformare conoscenze, responsabilità e attenzione alle persone in un modo stabile di fare impresa. È una riflessione che stiamo sviluppando anche nel dialogo con il mondo dell’impiantistica e delle filiere industriali, e con realtà come ANIMP.
E la sicurezza è forse uno degli esempi più autentici di questo approccio.

Dietro ogni numero relativo agli infortuni sul lavoro non c’è una statistica. C’è una persona.
Ci sono affetti, colleghi, famiglie. Quando ce lo ricordiamo, parlare di sicurezza smette immediatamente di essere un esercizio formale.
Il Presidente della Repubblica ci ha più volte richiamato al valore del lavoro e alla necessità che esso sia inseparabile dalla dignità e dalla tutela della persona. È un richiamo che sento molto vicino alla nostra responsabilità di manager.

Credo che proprio noi dirigenti possiamo fare molto. Il coinvolgimento del management è determinante per spostare l’organizzazione da una cultura del controllo a una cultura autenticamente preventiva.
Fare cultura d’impresa significa esattamente questo: fare in modo che alcuni valori diventino comportamenti naturali anche quando nessuno ci sta osservando.

C’è un’espressione che rischia talvolta di apparire retorica: mettere la persona al centro. A me, invece, continua a sembrare tremendamente concreta. Perché un’impresa che mette davvero la persona al centro non considera la sicurezza un costo o un obbligo. La considera parte del proprio modo di essere impresa.
Ed è forse proprio questo il cambiamento culturale che dobbiamo perseguire insieme.
Non perché ce lo impone una norma.
Perché è giusto.
E perché, prima ancora che manager, siamo persone responsabili di altre persone.

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