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Pubblichiamo il racconto vincitore del secondo premio del 5º Concorso letterario ALDAI “Cambiare è sempre difficile, ma anche motivante: preoccupazioni, speranze, inquietudini”
GALE DORA COLLIER
Laureata in pedagogia a Londra ex dirigente marketing e comunicazione in un network internazionale di servizi alle imprese, ha fatto un po’ di strada per arrivare nel Bel Paese, passando per Australia, Inghilterra e Israele, prima di approdare a Milano nel 1985 quando ha cominciato la sua carriera professionale in Italia. Non ha mai abbandonato il mondo parallelo degli interessi personali: sport, musica, teatro, arte e scrittura. Ha pubblicato numerose poesie in diverse antologie e questo è il terzo Concorso Letterario ALDAI cui partecipa.
Il generatore parte alla stessa ora ogni mattina. Si sente dalle leggere vibrazioni che solleticano la parete, e così comincia il brusio della giornata. Prima i rumori distanti e confusi e poi il clac sordo del chiavistello, un lieve giro d’aria e la luce che si diffonde nella sala, spazzando via il grigiore della notte con un impulso fresco di energia rinvigorente, un colpo che scuote i colori e le forme dormienti. Mi dà un rassicurante senso di normalità; anche oggi arriveranno i visitatori.
Durante queste ore di luce il silenzio scivolerà via nelle serene ore oscure, quando il mondo riposa, finché non sentirò il chiavistello girare all’inverso, l’insistente basso continuo delle vibrazioni che accompagnano la quotidianità verrà a cessare e ritornerà la quiete.
Riconosco il flebile squittio, lento e regolare, delle suole di gomme che si avvicinano sul parquet. L’uomo in divisa lancia il suo sguardo misurato nello spazio: al soffitto, al pavimento, ai pannelli, alla porta. Dà un colpetto al termostato, aggiusta la posizione del puff di pelle sintetica davanti a me. Tutto a posto. Se ne va nelle sue scarpe lamentose. E io attenderò vigile e disinvolta la mostra di istallazioni umane, rare e autentiche quanto me, che riempirà questa sala. E cosa sarò per loro; un quadro sconosciuto o un’opera famosa, un’impressione travestita, o un elemento confuso? Io stessa sono ignara del mio genere.
Già si sentono in lontananza numerosi passettini e un vociare sconnesso; un bisbigliare continuo, irrequieto, un insieme di movimenti incessanti che si avvicinano in una massa scomposta.
Alcuni componenti si azzuffano sul puff, altri vagano assorti nel labirinto delle pareti, ma un po’ alla volta si raggruppano davanti a me. E mi interrogano. Curiosi, divertiti, sbalorditi, annoiati.
Io li guardo, da una parte sola, come Giano, il resto di me si raccoglie nei ricordi di esperienze passate. E ascolto. Ci sarà sicuramente il buffone. Eccolo lì. Quello che piega la testa sul collo, spalanca gli occhi, fa una smorfia e schiaccia il naso in modo grottesco in imitazione per strappare un risolino dai compagni. Io rimango inespressiva. Questi sfottimenti fanno parte della mia esistenza, un’idea esposta al dileggio. Eppure, chissà se questi comportamenti irriverenti sono segno di uno spazio fertile per lo sviluppo di tendenze di avanguardia e controcorrente.
‘Eh, Prof., se io avessi fatto uno schizzo così, mi avrebbe dato un cinque!’
‘Mirko, anche se questo fosse un quadro fatto in cinque minuti, l’intensità di vita spesa in quel tempo comprende tutta l’esperienza tecnica e emotiva del pittore.’
‘Preferisco Bansky, Prof.’
Ah! Uno con l’indole dei suoi tempi! Vedrà che anche il fascino degli stili di questi ultimi arrivati perderà il suo lustro. Ma se non fosse stato per me e per i miei simili, forse non ci sarebbe stata una rivoluzione estetica il secolo scorso, e chissà se le correnti artistiche sarebbero arrivate all’Arte di strada.
Ma la massa si è già scomposta, il momento si è disciolto.
Meglio, comunque, questi diverbi che le ore di indifferenza e di noia senza il conforto del confronto. L’anonimato dei depositi, accatastato assieme a un mondo di emozioni imballate in attesa del prossimo fremito di commozione. L’ansia dei momenti bui può essere estenuante. Ma alla fine arriva quella spinta di energia, le leggere vibrazioni che mi solleticano, e poi la luce. Certezze. Aleggia nell’aria la frizzante frenesia dell’anteprima. E con tutto quanto intorno a me incomincio un nuovo percorso. Mi viene richiesto di esprimere un’epoca o illustrare la vita del mio maestro e il suo pensiero, e così posso diffondere la mia influenza in tutto il mondo. Quello che ho demolito e la successiva evoluzione dell’Arte ormai fa parte della storia. E ovunque mi ospitano, incontro una selezione dell’umanità in cerca di cose comuni. Non importa la sembianza di chi cerca di interpretare la mia. Il mio volto, come loro, è variopinto dall’esistenza. Chi sente, seppur per un secondo, uno stato di trascendenza, o coglie una scintilla d’ispirazione, chi avverte l’inesprimibile enigma della vita, lo porterà con sé. E io avrei espresso al pieno la mia raison d’être.
Sul pavimento i tacchi si fanno sentire. Passano lungo una parete, senza fretta ma senza fermarsi. Una pausa. Si riprendono. E poi si avvicina la donna. Sola. Da lontano la vedo girare nella mia direzione, e quando mi adocchia lei resta fulminata nel centro della sala. Inspira profondamente. Siamo soli; lei vede solo me. Un tacco alla volta la porta lentamente così vicino che sento il suo alito tremolante sulla tela mentre mi divora con i suoi occhi lucidi e commossi.
Che cosa ho toccato nella tua anima?
Forse sei attratta dall’inafferrabile concetto che raffiguro e alla quale aspira la tua stessa essenza, e ti fa male?
Che cosa vedi tu in me?
E cosa sentirai nell’anima quando girerai su te stessa e te ne andrai?
I grandi occhi colmi si distolgono e i tacchi si mettono in movimento con un moto pensieroso. Dopo qualche passo si gira, mi saluta con un sorriso elusivo, e i tacchi si allontanano al ritmo della vita di una donna che è stata profondamente turbata.
Mi richiama al presente un’andatura irregolare e faticata. Lui la sostiene con tenerezza fino al puff e l’aiuta a sedersi, piccola e fragile, sotto il mio profilo. Lei aggiusta gli occhiali e appoggia entrambi le mani sul bastone in attesa che si sieda il suo compagno. Lui guarda lei. Lei guarda me. Dopo un po’ le sue sopracciglia s’inarcano leggermente.
‘Forse sono stanca Giò. A me piace il mondo com’è. Perché l’uomo ha sempre voluto cambiarlo? Qualcosa è bella semplicemente perché lo è. Perché qualcuno deve renderla così astrusa?’
‘Mah, forse per istinto o predisposizione? Forse perché l’uomo stesso cambia e si evolve. Se fossimo tutti uguali Betty certo che non cambierebbe il tuo mondo, ma temo che così la specie umana andrebbe in estinzione abbastanza presto, no? E penso che l’artista non avrà dipinto solo la bella donna che vedeva, ma quello che avrà percepito di lei con tutti i suoi sensi. All’epoca nella quale dipingeva questa è stata una grande novità.’
‘D’accordo. Ma perché questa brama di esprimersi sempre in modo diverso dagli altri? Una volta c’erano poche correnti da seguire, anche nelle scienze a cui mi dedico. Ormai non puoi studiare nulla a fondo prima che spunti una marea di altre tendenze. Non basta piantare un seme di conoscenza e farlo crescere. Ne vogliono tanti di semi, i giovani, Giò. E in una vita così breve non hanno tempo di curarli tutti in modo che diano i frutti belli e maturi di una volta.’
‘E questo quadro non è un frutto bello?’
‘Ma l’artista ha voluto distruggere il bello e renderlo qualcosa di diverso. Perché?’
‘Forse è stato preda di un momento di precarietà emotiva e seguendo la sua logica ha trasformato il suo sentimento sulla tela? Chissà.’
‘Già, un senso di dissonanza con una realtà che non lo soddisfaceva. Invece io mi considero fortunata. Ho visto tanti cambiamenti e mi sento contenta della mia vita. Non ho mai voluto forzare le cose Giò - prende la sua mano nel grembo - e temo che i cambiamenti che dovremo affrontare nei prossimi anni diventeranno sempre più ardui con l’età. C’est la vie.’ Sospira.
Di colpo mi getta uno sguardo fulmineo con i suoi due occhi brillanti.
‘Sai Giò, quel quadro ha qualcosa in comune con il Bosone di Higgs!’
Questa volta sono le sopracciglia del compagno che si inarcano.
‘Davvero? Siamo ritornati alla particella di Dio?’
‘Ma non ti fa venire in mente la rottura spontanea di simmetria?’
Io accetto il complimento, e i due visi si sovrappongono per un istante con il diletto di una complicità giovanile. Se solo potessero vedere la trasformazione illusoria dei loro volti forse capirebbero l’estro dal quale sono nata io. L’immortalità ha sfiorato anche loro, ma l’attimo è disperso sulle spalle ingobbite dei due anziani che si aiutano a vicenda ad alzarsi dal puff e, con passettini commisurati al tempo ridotto a loro rimasto, si avviano verso altri incontri con l’infinito.
E chi sono questi agili contendenti che prendono il posto dei vecchi saggi? Mi chiedo chi di noi cinque sia più stravagante; dove siete andati per conciarvi in quel modo? Non riconosco i costumi che addossate. Che scelta bizzarra di colori estrosi. Cugini miei, in quale stile strampalato intendete esprimervi?
‘Ma guarda questo, Tek, non lo trovi un po’ banale?’
‘Forse starebbe meglio girato sopra sotto.’
‘O guardato da un’altra angolazione. Dai, così, perfetto.’
Ed eccomi digitalizzata in un collage di pixel. Il banale sottofondo di un file jpeg con sovrimposta quattro maschere della nuova generazione in primo piano.
Purtroppo, come immagine appesa non ho modo per difendermi da questa gente che si sposta come un gregge di pecore con la pubblicità che abbaia alle calcagna. Posso semplicemente espormi e mi permetto di esigere una riflessione più profonda. Vi sfido. Guardatemi meglio. Uscite anche voi dalle vostre meschine verità scontate, dalle inezie del consumo di massa.
Preferite l’arte postmoderna senza significati nascosti? Esplorate invece le complessità che io vi propongo, le galassie ancora sconosciute che orbitano attorno al vostro lato nascosto.
‘Io lo trovo una provocazione inquietante.’
‘Uffa Micky. Penso che i poster appesi nel casino che è casa tua siano più provocanti di quello! Dai, andiamo.’
Infatti, chissà perché siete venuti. Intanto, se fossi in voi, avrei guardato meglio. Io, vi assicuro, vi ho guardato bene, e onestamente anch’io non vi ho capito.
Ma mi sono lasciata distrarre da queste offese e nel frattempo si è presentata davanti a me un quadro di tematica classica: madre e figlio in posa contemplativa. La madre ha un’espressione riflessiva sul viso e avvolge le spalle del figlio col braccio. Io restituisco il mio insieme di curve e spigoli che il piccolo trova ostici e di difficile comprensione. Alza il volto sconcertato verso la madre.
‘Mamma, che cos’è?’
‘E’ una donna, caro.’
Il bambino si gira di nuovo verso di me, perplesso, e risponde sottovoce, ‘A me non sembra una donna vera.’
L’ombra di un sorriso appare sulle labbra della donna. ‘E’ la rappresentazione di una donna. La ricostruzione di diversi momenti nei quali l’artista l’ha guardata. Nulla rimane costante nel tempo e anche se il quadro è basato su una donna vera, il risultato è una ricomposizione di tante altre esperienze e cambiamenti insieme.’
‘Ma Mamma’ dice il figlio con voce implorante ‘Tu non cambierai mai!’
Lei lo guarda con dolcezza. ‘Gimmy, è la tua idea di me che non cambia, per il momento. Ma penso che quando sarai più grande vedrai le cose diversamente.’
‘Non è vero. Mai!’ ribatte il giovane, e si stringe un po’ più vicino alla madre, entrambi assorti nelle proprie considerazioni, che vagano ben oltre la mia cornice.
Dopo un po’ un lume di intendimento passa nella faccia del bambino.
‘Mamma, non è una donna.’ E la madre, riscossa dai suoi pensieri, gli risponde, ‘No? Allora tu cosa vedi?’
‘Sono pezzi di persone messi insieme, in posizioni e colori diversi, tutti mescolati, come un puzzle!’
‘O la stessa persona vista quando era triste, quando era felice, quando era giovane e quando era una mamma. Tutta la vita è un puzzle. Ma ti piace il quadro, Gimmy?’
‘Forse’, risponde, meno convinto. ‘Se piace a te mamma, piace a me.’
‘Non va bene così, Gimmy, lo sai. Tu devi avere la tua opinione, non devi condividere sempre la mia. Non te lo dico se mi piace o meno se non mi dai la tua risposta onesta.’
Il bambino aggrotta la fronte e mi guarda sottecchi. Vedo che il piccolo si sta sforzando di arrivare a una concezione a lui ancora totalmente sconosciuta. Abbassa la sua piccola testa riccioluta alla ricerca di una risposta da qualche parte tra le sue scarpe e il suo cuore. E io rimango appesa sul filo del rasoio. Quando rialza gli occhi sembra fiducioso.
‘Mi piacciono i colori del puzzle,’ e con maggiore riserva, ‘ma non capisco come è stato messo insieme.’
‘Bene. Anche a me piace. Andiamo al negozio e vediamo se hanno un puzzle del quadro così puoi studiarlo più a fondo. OK?’
E staccandosi dall’abbraccio, il piccolo saltella di contentezza fino all’uscita.
Verso sera, mi sorprende, spoglia e indifesa, il mio amante. Si avvicina silenziosamente, un pensiero felino, e lo trovo sul puff davanti a me con i suoi occhi penetranti, un foglio bianco in mano. Rimane un attimo a contemplarmi, sospeso in uno spazio liminale. Cerca di sondare il mistero del mio charme. Alla fine, alza la sua matita e con dolcezza traccia sul foglio l’elegante stravaganza della mia apparenza sgraziata. Esitante mi guarda di nuovo, e poi riprende con più decisione ad impossessarsi delle mie forme, ad appropriarsi della mia perfezione eteroclita ed eccitante. Una passione sua di riprodurmi come sono, conservare ogni sfumatura. Non vorrebbe alterare nulla in me. Perfettamente, profondamente innamorato.
Ma cosa può generare questo amore immutabile? Non dovresti sperimentare tecniche diverse per sviluppare il tuo talento? Coraggio, volta pagina. E come se lui mi avesse sentito, gira la pagina del carnet, chiude gli occhi e so che in quell’istante mi ha lasciato. Quando riapre gli occhi, senza più guardarmi, la matita comincia a eseguire linee più sciolte e partecipo alla Genesis di un’opera fecondata dalla nostra intimità e una creatura distinta comincia ad emergere dalla pagina vergine, vitale e febbricitante. Ah, sì. Questo è l’amore che crea. I miei tratti ormai non cambieranno più, non provoco più scalpore, ma tu puoi donare molto alla posterità con la tua visione. So che quando metterai via i tuoi strumenti stasera sarà l’inizio di qualcosa di grande. E per quanto adori le tue inebrianti carezze, la tua liberazione dai miei confini mi regala una gioia immensa.
Ma è meglio che tu vada perché sta ritornando il custode. So che non mi dimenticherai mai. Lasciami sbirciare un’ultima volta lo schizzo che stai avvolgendo con cura prima di deporlo nella borsa, il neonato che porterà un po’ del mio spirito con te verso il futuro.
Si avvicina di nuovo lo squittio delle scarpe, la scura divisa lancia uno sguardo stanco in giro, dà un colpetto al termostato, aggiusta la posizione del puff. Tutto come prima. Se ne va seguito da uno scricchiolio impertinente del parquet. Aspetto che la sala si svuoti di ogni altro rumore, finché sento il chiavistello girare all’inverso, e le vibrazioni cessare di infastidirmi. Adesso mi abbracceranno le serene ore del mondo a riposo.
***
Ma ombre furtive ed inattese si muovono quatte quatte lungo le pareti, mute e minacciose, scure forme rannicchiate che si materializzano silenziosamente nelle tenebre sotto l’alone fioco della mia tela. Mi appaiono spaventosamente paurose. Come posso evaporare da questo posto esposto, ritornare alle mie origini intangibili, discendere nei silenzi anonimi del caveau, diventare inamovibile? Rinuncio alla mia fama! Che qualcuno mi aiuti! Ci dev’essere un malinteso. Chi sono questi visitatori di notte a volto coperto? Che cose maligne siete, che osate irrompere in questo luogo sacro alle muse? Steso un velo nero sul puff, quattro braccia si tendono verso le mie estremità opposte. No, non può essere vero, non toccatemi, non sono preparata per questo rapimento!
Realizzo vagamente l’assurdità della mia scomparsa, e tutto a un tratto mi mancano irrecuperabilmente le noie rassicuranti delle mie giornate, le vibrazioni nella parete, la luce diffusa, lo squittio di suole di gomme, e so che vado incontro al momento in cui il terrore annebbierà la vista e le forze del pensiero svaniranno. Uno strappo, un urto e precipito con il volto verso il velo. Al colpo segue un leggero rimbalzo e la mia vista viene totalmente oscurata. Senza imballaggi non oso immaginare il male che i graffi e gli sfregi mi faranno. E domani? Cosa sarà di me domani? Scatta una sirena assordante che riecheggia ad ogni svolta lungo i corridoi ben tracciati verso l’uscita.
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