Un pizzico di serietà

L’Italia non riparte se non riparte l’occupazione. Per questo, il disegno del futuro Esecutivo deve includere la riduzione del cuneo fiscale, un sistema efficiente di politiche attive e un collegamento reale tra mondo dell’istruzione e mondo dell’impresa. Meno incentivi spot e più misure di sistema.

Stefano Cuzzilla 

Presidente Federmanager
Nel passaggio dal fatto al resoconto, tutto si trasforma secondo l’opportunità politica del momento. Dire le cose come stanno non è mai semplice, tuttalpiù durante un periodo di campagna elettorale che stenta a concludersi. Ma asserire il falso può essere criminale. Dopo una fase in cui era tutto da abolire, un’altra in cui era tutto da cambiare, fino a quella attuale dove a tentoni si cerca il possibile accordo, viene da invocare solo una cosa: serietà. 
Guardiamo ciò che finora le forze politiche hanno presentato in campo economico, spesso contemporaneamente: promesse che valgono decine di miliardi, nessuna indicazione sull’eventuale relativa copertura finanziaria, invettive generaliste contro il debito pubblico. Queste tre cose non possono stare insieme, è stato giustamente fatto notare. 
La nostra bilancia economica ha fame di investimenti, soprattutto di attrazione di capitali esteri che sono assolutamente sottorappresentati in un Paese che si presenta come la seconda manifattura al mondo. Piuttosto che sostenere una battaglia in Europa sul 3% del deficit, sarebbe il momento giusto per chiedere una più saggia assegnazione dei fondi europei, richiedendo incisività per recuperare aree dell’Eurozona che sono in grave sofferenza, a partire dal Mezzogiorno d’Italia. 
La nostra industria ha poi bisogno di interventi sistemici per restare competitiva e soprattutto per innovarsi. Il Piano Impresa 4.0, ad esempio, ha dato respiro a molte aziende che oggi definiremmo senza dubbio dinamiche. Questo cammino non va abbandonato. Anzi, deve completarsi, comprendendo altri strumenti di investimento, oltre agli iper e super ammortamenti sui fattori abilitanti, per evitare, come sta pur accadendo, di perdere imprese per inerzia o immobilismo. 
La crescita dimensionale, che resta una sfida tutt’altro che vinta, si inserisce in un quadro complessivo di migliori condizioni di salute della nostra industria, imparagonabili a quelle registrate nel 2008 e nel 2011. Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 gli indicatori, reali e predittivi, sono stati positivi. Il trend va sostenuto, anche con un atteggiamento di maggior fiducia, convincendo anche la "communis opinio", mettendoci al riparo da esposizioni speculative. 
Sullo sfondo c’è la partita delle nomine delle società a partecipazione pubblica: colossi come Eni e Ferrovie rischiano di finire danneggiate dai battibecchi tra le forze politiche che sono uscite più rafforzate dal voto. A maggio scadono i vertici di Cassa depositi e prestiti e della Rai, mentre nel 2019 si cambia in Fincantieri e Snam. Inutile dire quanto sia fondamentale che il buon senso prevalga nell’interesse collettivo.
Altra questione su cui essere seri è quella del lavoro. Non volendo entrare affatto nella discussione sulla tipologia di sussidio promessa, tentata, concedibile, di cui si è straparlato in campagna elettorale, scegliamo di soffermarci più volentieri di occupazione e occupabilità. Gli ultimi dati ci dicono che qualche posto di lavoro in più si deve alle riforme recenti, in un’Italia che resta pericolosamente spaccata a metà, dove la faglia separa non solo il Nord dal Sud, ma anche gli uomini dalle donne, gli over dai giovani, i lavoratori stabili dai somministrati, quelli con competenze qualificate da quelli meno specializzati.
Va riconosciuto, piuttosto, che l’Italia non riparte se non riparte l’occupazione. Per questo, il disegno del futuro Esecutivo deve includere sostegno alla formazione, collegamento reale tra mondo dell’istruzione e mondo dell’impresa, un sistema efficiente di politiche attive, una riduzione complessiva del cuneo fiscale. Meno incentivi spot, più misure di sistema
Infine, ci sono riforme come quella fiscale e amministrativa che non sono più procrastinabili. Vanno fatte, qualsiasi governo sia. Stessa cosa per il credito all’innovazione, il diritto societario e l’integrazione europea. I dazi di Trump, il neo-capitalismo cinese, Brexit definiscono confini nuovi che dovremo essere preparati ad affrontare. Per il nostro Paese, che si regge fortemente sulla leva dell’export, gli equilibri mondiali sono molto più di una semplice cornice.
Sono cose serie destinate a incidere sul nostro futuro, a prescindere dal livello di leadership che riusciremo a esprimere. Meglio però se fossimo preparati, seri e competenti. La questione della competenza, soprattutto, resta una questione generale.
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013.

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