In Cina per lavoro con il risultato di crescere, non solo per la sua cultura

L’iniziativa Federmanager Academy “China Executive Training Program”, 5 moduli dedicati al fare business in Cina, ha ispirato la condivisione della mia esperienza diretta di questo lontano e ancora misterioso Paese.

Associato ALDAI-Federmanager - Global Product Manager presso ABB
Il mio primo contatto diretto con la Cina risale al 2005, quando fui spedito dalla multinazionale per la quale lavoro a Xiamen per supportare i colleghi locali che si accingevano a gestire in autonomia il loro primissimo progetto di sviluppo prodotto. Ricordo ancora in modo piacevole i 6 mesi (poi diventati 9) a Xiamen: dall’accoglienza curiosa e cordiale dei miei colleghi al piccolo circolo di espatriati che si ritrovava per scambiarsi storie tutte volte a far capire quanto difficile fosse lavorare con i cinesi. Ma l’esperienza a Xiamen rivelò presto anche una tremenda scoperta: fuori dal mio ufficio nessuno parlava inglese! Così a un certo punto, stanco di andare in giro con bigliettini scritti in cinese dai miei colleghi local con l'indirizzo di casa, il nome dell’azienda, il nome del mio ristorante preferito, eccetera, da mostrare all’occasione a tassisti o passanti, decisi di cominciare a studiare il cinese. 
Alberto Zulati

Alberto Zulati

Premesso che non ho imparato a leggere e scrivere il cinese e che ho studiato con una simpatica insegnante in pensione che conosceva solo una parola in inglese (“ok”), devo dire che il cinese parlato non è affatto difficile, anzi ha la grammatica più semplice che si possa immaginare (altro che latino!). Questo non vuol dire che siano tutte rose e fiori, perché il cinese non perdona. Nel senso che basta sbagliare l’accento su una parola e il significato di tutta la frase si offusca e l'interlocutore cinese ti rimbalza il suo “ting bu dong” (“non ho capito”) per poi ripetere, stavolta illuminato in volto, praticamente la stessa cosa che avevi detto tu ma strascicando un suono che avevi invece troncato! Eh sì, gli inizi sono frustranti, ma non bisogna arrendersi.

Rientrai poi in Italia avendo arricchito la mia esperienza professionale, culturale e anche il mio network (i cinesi lo chiamano “guanxi”). Network che si rivelò poi strumentale per l’opportunità che mi capitò di lì a poco di poter tornare in Cina (stavolta a Pechino) con un compito ben più sfidante: mettere in piedi dal nulla un ufficio di Ricerca e Sviluppo. Spinto dalla positiva esperienza sull’isola di Xiamen, ripartii quindi nel 2007 per cominciare una nuova avventura. Avventura che non tardò a rivelarsi dura. Anche stavolta l’ostacolo principale (almeno all’inizio) risultò essere la lingua: la ricerca di ingegneri meccanici, elettrici e elettronici con esperienza e buon inglese mi riportò solo una manciata di CV, del tutto insufficiente per l’ambizione dell’azienda di creare in Cina uno dei centri principali di R&D. Alla fine (dopo 5 anni) il mio team di 60 persone presentava un buon mix di ingegneri con esperienza ma no/poor english e giovani promettenti english-speaking.

Raggiunto l’obiettivo aziendale, iniziai a ricercare un nuovo challenge e cominciai quindi la mia esperienza di Global Product Manager, gestendo un portafoglio prodotti su tutto il ciclo di vita. Anche stavolta la Cina era centrale in quanto l’azienda aveva appena avviato un processo di transfer of technology dalla leading factory in Italia alla Cina (e all’India). Così mi venne chiesto di rimanere nel Paese di Mezzo per facilitare il processo che si era avviato non senza difficoltà. Forte dei legami creati in Cina nei 5 anni precedenti e del mio italiano (seppur arrugginito), riuscii a portare a compimento il transfer of technology facendo da facilitatore tra colleghi italiani e cinesi.

Dopo 7 anni a Pechino, decidevo, per motivi familiari, di rientrare in Italia. Già, motivi familiari… nel 2007 avevo lasciato l’Italia da single e con 2 valigie al seguito; nel 2014 ritornavo con moglie (cinese), figlia e un container pieno di roba! Come dicevo scherzando al mio capo Cinese, ero stato un ottimo esempio di localizzazione!
In realtà mi sono riportato in Italia ben più di una famiglia e un container: ho la consapevolezza che l’esperienza in Cina mi ha arricchito. Innanzitutto, mi ha aiutato a vedere le cose da diversi punti di vista, a non dare niente per scontato e a leggere meglio la comunicazione non verbale (molto importante per un popolo che dice “sì” anche quando intende “no”).

Ho trovato la voglia di fare dei cinesi entusiasmante e contagiosa; in fondo quasi ognuno di loro ha il sogno di diventare imprenditore (e molti ci riescono!). La velocità con cui si muove il business (e il Paese tutto) è impensabile nella nostra bella Europa ed è di per sé stimolante. 

Mi dicono che il mio contributo professionale e il mio stile di lavoro siano stati molto apprezzati dai colleghi. Per i cinesi (ma in fondo non lo è per tutti?) è fondamentale creare un rapporto di fiducia, fiducia che ci si guadagna se ci si avvicina al loro Paese e alla loro cultura con rispetto e curiosità.

Sarei lieto di mettere la mia esperienza a disposizione sia di coloro che si accingono a trasferirsi in Cina sia delle aziende che hanno intenzione di espandere la loro presenza nel Paese, magari localizzando attività strategiche come la Ricerca e Sviluppo. 

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