Il dragone e l’orso nell’Africa in fermento
Osserviamo i movimenti di Cina e Russia nel contesto africano. È urgente e fondamentale per noi comprendere l’Africa in fermento per indirizzare e non subire le nuove dinamiche del Continente antico.
Franco Conticini
Socio ALDAI-Federmanager, geologo e geografo
Chiusa per sempre la stagione coloniale con le indipendenze africane degli anni ‘60, anche le dinamiche neocoloniali della fine del Novecento sono ormai giunte alla loro conclusione. Ne è testimone il recente tracollo dell’influenza francese nelle 20 ex-colonie della francafrique. Con l’Europa al tramonto demografico e gli Stati Uniti distratti e poco interessati al continente, nuove potenze globali o regionali (Cina, Russia, Turchia,...) si affacciano prepotentemente in Africa, sostituendosi alle passate influenze europee.
Proviamo dunque a osservare come le due potenze globali più interessate all’Africa, Cina e Russia, si sono approcciate e si stanno muovendo nel contesto del continente.
La Cina in Africa
Già nei primi anni del Millequattrocento (1405-1433) le navi cinesi dell’ammiraglio cinese Zheng He entrarono in contatto con le coste africane. Ma l’interesse della Cina moderna per l’Africa inizia con la competizione con l’Unione Sovietica, negli anni Sessanta, per un’influenza nel continente attraverso il controllo dei movimenti indipendentisti e comunisti. Pur essendo allineate sul fronte indipendentista e anticoloniale, non fu infrequente che Cina e Russia supportassero opposte fazioni, come accaduto ad esempio in Rhodesia (Zimbabwe), Angola, Mozambico. Dopo il 1978, con la spinta alla ‘modernizzazione’ nell’era di Deng Xiaoping, l’approccio esterno si fece meno ideologico e più focalizzato su sviluppo e crescita economica, anche attraverso l’utilizzo strumentale della forza di penetrazione delle grandi imprese cinesi.
L’influenza cinese si consolida fortemente a partire dagli anni Duemila. Dai ‘Forum’ di cooperazione a cadenza rigorosamente triennale (‘Focac’), alla crescente influenza politica ed economica ottenuta usando bene insieme tutti gli strumenti a disposizione, con un approccio focalizzato e pragmatico, ponendosi come Paese fratello in via di sviluppo, non coloniale, pronto a offrire una serie di opportunità, quali: infrastrutture in cambio di materie prime (garantite di volta in volta da un accesso diretto al petrolio nigeriano o angolano, o al cobalto della Repubblica Democratica del Congo); acquisizioni dirette di aree petrolifere (Sudan, Uganda), acquisizione di miniere di rame (DRC, Zambia), di oro (Sud Africa), di ferro (Camerun, Sierra Leone, Guinea), di uranio (Benin) e di litio (Mali); costruzione sistematica, con imprese e manodopera cinese, di grandi infrastrutture (porti, aeroporti, strade, ferrovie etc.) che spesso hanno creato un livello di debito insostenibile per gli Stati riceventi e portato quindi alla gestione e al controllo diretto cinese sulle stesse. Complementare a tutto questo è infine la saturazione del mercato africano con merci cinesi a basso costo; penetrazione commerciale acceleratasi recentemente anche attraverso lo sviluppo di popolari piattaforme di e-commerce (quali ad esempio la piattaforma Kilimall in Africa orientale con offerta online di più di 8.000 imprese cinesi e con oltre un milione di prodotti diversi).
Se nell’anno 2000 la Cina era il primo partner commerciale soltanto di 3 Paesi africani (Benin, Sudan, Djibuti), la Cina è adesso lo è diventata per la maggioranza dei Paesi africani. E il recente annuncio (nel giugno 2025) della rimozione totale dei dazi sulle importazioni cinesi dall’Africa contribuirà a rafforzare ulteriormente la sua posizione commerciale dominante.
Per meglio comprendere lo spirito che anima l’affermarsi cinese nel mondo, è interessante ricordare la narrazione cinese di sé: da sempre la Cina si è auto-percepita come centralità armoniosa, Zhong guo, il “Regno di mezzo”, centralità plasticamente rappresentata dagli stessi ideogrammi del suo nome. Una centralità armoniosa, che vuole essere tale non solamente in senso geografico, ma anche culturale, politico ed economico, sentendosi e volendo essere vero asse e centro di stabilità del mondo.
E, rifacendosi al Confucianesimo, la narrazione cinese distingue tra 2 possibili approcci dello Stato al mondo esterno: il ‘Bà Dào’ che potremmo definire ‘Stato dei Tiranni’, che ottiene obbedienza attraverso forza militare, violenza e costrizione, che sarà obbedito per necessità, ma non rispettato e il ‘Wáng Dào’, diciamo uno Stato del Re (o dei Sovrani)1 , sì fisicamente potente, ma anche gentile, virtuoso e benevolente, non un bullo, ma uno Stato che naturalmente attrae e ottiene rispetto per la sua Virtù che è anche armoniosa ed empatica. Ed è ovvio che la Cina voglia sentirsi e presentarsi come in possesso delle virtù di uno stato ‘Wáng Dào’ 2 , vedendo con orrore e disprezzo, soprattutto perché ritenuto inefficace nel lungo termine, un approccio ‘Bà Dào’ rigido e muscolare, del tipo praticato in Africa dalla Repubblica russa, attraverso strumenti paramilitari quali “Wagner” o, come dovremmo chiamarlo adesso, “Africa Corps”.
Si capisce così l’approccio tattico cinese ai temi della sicurezza in Africa. La reticenza a entrare come parte attiva in conflitti locali, la proclamata dottrina di non-interferenza negli affari interni degli Stati, il supporto importante dato alle operazioni di pace gestite dalla Unione Africana (alla quale ha peraltro costruito e donato la sede istituzionale di Addis Abeba), e la consistente partecipazione non solo finanziaria, ma anche con uomini e mezzi, alle operazioni di pace delle Nazioni Unite. Tutto questo non disgiunto da programmi di addestramento militare e di polizia a favore di molti Stati africani. È da notare come l’85% del personale militare fornito dai cinesi alle missioni Onu sia impiegato in Africa (circa 2.500 militari impegnati tra l’altro in Mali e Sud Sudan)3. Citiamo infine, in ambito militare, l’apertura della prima base militare cinese all’estero avvenuta nel 2017 a Djibuti, di fronte al cruciale stretto di Bab el Mandeb, e gli esercizi navali (denominati ‘MOSI’) effettuati congiuntamente al largo di Durban nel 2019, 2023 e 2026 da Cina, Russia e Sudafrica, esercitazioni presentate inizialmente in chiave di preparazione per soccorsi in caso di disastri naturali, ma poi estese anche a operazioni anti-pirateria e di difesa aerea.
Il giudizio degli africani riguardo alla penetrazione cinese in Africa è variegato: da una parte l’apprezzamento per il contributo alla costruzione delle molto necessarie infrastrutture e l’assenza apparente di condizionamenti ‘politici’ (niente ingerenza e condizionalità legate a ‘democrazia’, ‘diritti umani’ così tipiche dei programmi di cooperazione occidentali, fatta salva la richiesta stringente di sposare la dottrina di una sola Cina, ignorando Taiwan). D’altra parte, vengono invece rilevate le criticità legate a un modello che vede ancora il perpetrarsi di esportazione di materie prime e importazione di prodotti finiti cinesi, un indebitamento insostenibile, e un troppo scarso sviluppo della manodopera e della capacità locali, legate al massiccio impiego di materiali e manodopera quasi esclusivamente cinese nei progetti realizzati. Punto questo al quale la Cina sta ponendo parziale rimedio negli ultimi anni attraverso un maggior coinvolgimento locale e la creazione di zone di produzione in loco, quali, ad esempio, quella strategicamente posizionata in Egitto, in prossimità del canale di Suez (zona di cooperazione ‘Teda Suez’ con produzione, tra l’atro, di cavi in fibra ottica per il mercato africano e medio-orientale).
Il forte sbilanciamento della bilancia commerciale Africa-Cina, l’insostenibilità del debito e il crescente controllo cinese sulle nuove infrastrutture critiche sia logistiche che digitali restano i punti di attrito più frequentemente rilevati.
La Russia in Africa
È nel periodo della guerra fredda, a partire dalla metà degli anni Cinquanta che l’allora Unione Sovietica rivolge la sua attenzione al continente africano, portando per la prima volta le proprie aspirazioni di potenza globale alle latitudini tropicali ed equatoriali. Tutte le potenze coloniali del tempo erano nell’orbita degli Stati Uniti, ed era perciò naturale che la Russia si presentasse alle popolazioni locali come alfiere delle indipendenze africane, ponendosi come il radioso sol dell’avvenire, che porta la liberazione dal giogo coloniale. Posizione ben sottolineata a fini propagandistici anche in sede ONU con la Dichiarazione del diritto all’ indipendenza4 proposta e fatta approvare su iniziativa Russa nel 1960, in concomitanza con la stagione delle indipendenze africane. Le iniziative russe sul terreno comprendevano: supporto ai partiti comunisti locali, aiuti economici e militari ai nuovi governi allineati, basi strategiche aeree e portuali per l’accesso ai mari caldi (ad esempio in Egitto, Etiopia, Mozambico, Angola), forniture di armi, consulenti, intelligence, truppe e medici cubani di supporto, consistenti iniziative per l’istruzione e la formazione dei nuovi quadri dirigenti. È del 1960 l’apertura a Mosca della università ‘Lumumba’, dedicata interamente a studenti dei Paesi in via di sviluppo, che, nel periodo sovietico, arriverà a formare nel tempo più di 50 000 studenti africani.
Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica si dissolve anche molta dell’attenzione russa all’Africa. Attenzione che inizierà a risvegliarsi intorno al 2005, insieme alla volontà russa di (ri)-affermare le proprie ambizioni ‘imperiali’ da potenza globale5. Con un crescendo di interesse per l’Africa, culminato nel 2019, in occasione delle olimpiadi invernali di Sochi, con un ‘Russia-Africa Summit’ che ha visto la partecipazione di 50 Paesi e ben 43 capi di Stato africani.
Le direzioni di penetrazione russa nel continente africano nascono dalla combinazione di più fattori: da una parte le aree di interesse strategico prioritario (in particolare il Nord Africa, per rafforzare la presenza nel Mediterraneo sul fianco Sud della Nato, e il Mar Rosso, corridoio critico del commercio mondiale, vitale per le esportazioni di petrolio russo verso Cina e India), dall’altra un approccio opportunistico verso Paesi con risorse minerarie critiche (ad esempio l’oro della Repubblica Centrafricana, l’uranio del Niger, il cobalto della Repubblica Democratica del Congo), e infine le finestre di opportunità offerte dalle aree di crisi, ad esempio sostituendosi alla Francia nelle aree del Sahel.
La presenza russa in Africa può essere sintetizzata come quella di un nano economico, ma un gigante politico-militare. Per dare degli ordini di grandezza economici, il valore dell’interscambio commerciale russo con il continente africano è un ventesimo di quello della Cina o dell’Europa, e l’investimento straniero diretto (FDI) russo nel continente non ha mai superato l’uno percento del totale. Ben diverso il peso in ambito militare: sino alla guerra in Ucraina, la Russia è stato il maggior esportatore di armi in Africa, capitalizzando sul basso costo e la relativa semplicità del prodotto, la compatibilità con il materiale dell’era ‘sovietica’ già presente nei Paesi africani, e l’assenza di qualunque condizionalità ‘etica’.
Estremamente attiva è stata anche l’attività in Africa delle compagnie militari private (PMC) russe (quali la ‘Wagner’, adesso rinominata ‘Africa Corps’ per citare la più nota). Dal 2005, 7 diverse compagnie militari russe sono state impegnate in 34 differenti operazioni militari in 16 paesi africani6. Operazioni spesso non estranee alla catena di colpi di stato che, tra il 2020 e 2022, hanno interessato Guinea, Mali, Burkina Faso, Niger, Chad e Sudan. Da ricordare infine le estese attività di ‘dezinformatzija’ condotte nel continente, e anche il grande numero di accordi di cooperazione militare con la Russia firmati, negli ultimi 10 anni, dalla quasi totalità dei Paesi africani (43 su 54)7.
Sul fronte energetico le compagnie petrolifere russe, pur presenti nel continente, non hanno mai raggiunto posizioni di rilievo. Diversa è invece la situazione per l’energia nucleare, ove il campione nazionale russo Rosatom ha una posizione preminente nel settore e sta costruendo in Egitto, chiavi in mano, la unica nuova centrale nucleare in Africa8.
Se c’è una storia di successo della presenza russa in Africa è quella dell’istruzione e della formazione della nuova classe dirigente. Abbiamo già citato il ruolo della Università Lumumba fondata a Mosca nel 1960 e tutt’ora attiva. Ma la grande attenzione al tema della formazione continua. È del 2023 la nuova iniziativa ‘Nedra Afriki’, che potremmo tradurre ‘sotto il suolo dell’Africa’ annunciata all’ultimo summit Russia-Africa di San Pietroburgo. Programma che vede la partecipazione di 111 università russe del settore minerario, per la formazione di studenti africani nel settore estrattivo9.
Il giudizio riguardo alla penetrazione russa in Africa tende a essere ovviamente molto positivo da parte dei gruppi di potere direttamente supportati dall’intervento russo in aree turbolente. Tuttavia, la percezione generale degli interventi russi resta più fredda, se non abbastanza negativa, venendo vista come mancante di massa critica per contribuire seriamente allo sviluppo africano e anche come un approccio spesso spregiudicato e opportunistico, che tende a inserirsi e profittare dalle situazioni di crisi, ma senza troppo incidere positivamente sullo sviluppo di lungo termine degli stati africani.
La nuova Africa
L’Africa si sta trasformando, sta prendendo coscienza della sua forza e del suo potenziale, con una nuova classe media, più istruita e con una crescente capacità di spesa, forte già di più di 300 milioni di persone, in rapida crescita.
L’Africa è forte di un’impressionante espansione demografica in pieno dispiegamento. Le famiglie africane hanno continuato a fare molti figli10, mentre vaccini e sanità hanno abbattuto la mortalità; così i 230 milioni di africani del 1950 sono diventati 820 milioni nell’anno 2000, 1 miliardo e mezzo nel 2025, proiettati verso i 1.7-2.5 miliardi di futuri africani del 2030-2050. Ma, ancor più importante del numero, saranno africani giovani! A oggi la età mediana in Africa sfiora i 19 anni, contro i 28 anni dell’India, i 38-40 di Stati Uniti e Cina, i 45 dell’Europa, per non parlare dei 48 anni della età mediana in Italia.
Tanta gioventù africana significa enorme energia, che, se combinata con un minimo di istruzione e di strutturazione, ha un potenziale immenso. Le nuove startup africane ne sono una prima espressione, con un fiorire di nuove iniziative particolarmente attive in Nord Africa (Algeria, Egitto), West Africa (Senegal, Ghana, Nigeria), Est Africa (Kenya, Tanzania, Uganda) e Africa Australe (Sudafrica).
Sarebbe dunque bene che noi, uomini dell’occidente europeo, un po’ intorpiditi nel nostro comodo benessere, smettessimo di percepire l’Africa, che è qui, davanti a noi, continuando a oscillare tra ‘pessimismo’ e ‘naturalizzazione’, rimasticando i soliti vecchi stereotipi11: quelli dell’Africa povera, miserabile, corrotta, incapace, minaccia migratoria o terroristica, piena solo di dittatori, guerre e Stati falliti (che pur ci sono) o quelli della natura selvaggia, incontaminata e forte (quasi che l’uomo non vi fosse, o fosse solo una presenza trascurabile), tutta foreste, deserti, grandi cieli e grandi tramonti. È ora di aprire gli occhi alla più complessa realtà umana in divenire.
Per poter bene operare in Africa è anche importante saper comprendere la storia e le complessità dei 54 Stati africani: Stati con confini spesso arbitrari, tracciati su una carta in età coloniale, confini che dividono in due molti dei principali gruppi etnici, e al tempo stesso tengono insieme etnie diverse, storicamente in contrasto tra loro. In una babele di lingue e dialetti cui si sovrappone la lingua europea del colonizzatore di turno, che poi diventa la lingua ufficiale dello Stato. Con poche infrastrutture di collegamento, tutte con direttrici perpendicolari alla costa, spesso finalizzate a unire le aree di produzione primaria (minerarie) con i porti per l’esportazione, e non a collegare internamente le differenti comunità umane. Con aree interne che magari erano il centro di ricchi imperi medioevali (si pensi agli imperi del Ghana, del Mali, la favolosa Agadir o la Timbuktù con la sua università attiva dal XII secolo), ma ormai impoverite o desertificate, con le nuove capitali e le ricchezze quasi sempre concentrate sulla costa, in aree un tempo (e spesso tuttora) paludose e malsane.
Ecco, quindi, che c’è una enorme fame di sviluppo, di infrastrutture, investimenti, di istruzione e di crescita di competenze locali. Le energie ci sono, ma vanno indirizzate, nutrite e fatte crescere. Non funziona più un approccio di aiuto paternalistico a comunità considerate incapaci o inferiori. C’è bisogno di agire insieme, risvegliando dignità di popoli fieri; con una narrazione che porti, a livello di Stato, quel sentirsi comunità (‘Ubuntu’ per usare un termine dell’area Bantu) ancora così forte e sentito a livello di villaggio in tutta l’Africa sub-sahariana. E qui c’è l’opportunità, anche e soprattutto per noi italiani, di partecipare in un gioco che non è a somma 0. Riconoscendo e sfruttando le complementarità intrinseche esistenti tra aspetti e parti della vecchia Europa e aspetti e parti della nuova Africa. Un lavorare insieme, un ‘samarbeide’ per dirla alla scandinava, con una relazione ‘non predatoria’ (per usare una espressione cara all’attuale Governo italiano) che può dare sviluppi interessanti per entrambi. Buon lavoro!
NOTE
1) L’innata benevolenza umana - Agi-Blog Italia-Agi China 17/9/2012 2) ... come diceva Mencio (Meng Zi), principale interprete del Confucianesimo, “dall’Ovest, dall’Est, dal Sud, dal Nord, nessuno penserà di rifiutare la sottomissione...alla influenza culturale di uno Stato ‘Wáng Dào’ [del Re] “. Citato in: G20: what kind of great power is China? - Australian Institute of International Affairs.
3) Lt Col C. Lambert, «Small eagle, big dragon: China’s expanding role in UN Peacekeeping», RUSI, 19/7/2024
4) Declaration on the Granting of Independence to Colonial Countries and Peoples - ONU General Assembly Resolution 1514 (XV), adopted 14/12/1960
5) Alcuni primi segnali di questo risveglio di interesse: inizio di operazioni africane da parte di Compagnie militari private russe, compagnie petrolifere russe che si espandono in africa (es: 2005 Tatneft in Libia e, nel 2006, Lukoil in Costa d’Avorio), nel 2006 visita di stato del Presidente Putin in Sud Africa, nel 2007 il condono del debito algerino di 5.7 miliardi di dollari.
6) A. Caprile, E. Pichon, «Russia in Africa: an atlas». EPRS - Briefing European Parliament - PE 757.654 Feb/2024
7) Ibidem, pag, 1
8) Centrale di El Dabaa, a 320 km a Nord-Ovest del Cairo, 4 x1200 Mw, che si aggiunge alla unica centrale africana preesistente, quella di Koeberg, costruita dai francesi in Sud Africa nel 1984.
9) S. Novikov, «Consortium of Universities 'NEDRA' is the driver of the Russian African cooperation in the sphere of science and engineering education». Presented at Russia-Africa Summit in Saint-Petersburg, 26/7/2023
10) Il tasso di fecondità (numero di nati vivi per donna in età fertile) in Africa è di 4.2 contro 1.4 dell’Europa. (fonte: UN data). Un tasso di fecondità intorno a 2 è quello che normalmente consente di mantenere invariato il numero della popolazione.
11) Interessante al riguardo il sarcasmo sugli stereotipi d’africa espressi da un autore kenyota, B. Wainaina, «Come scrivere d’Africa» - Internazionale, 24/2/2006
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