Energia per il Paese, energia per le imprese

Quale posizione esprimono i manager rispetto alla grande sfida energetica del Paese, e come si sono trasformate – nel corso degli ultimi tre anni – le loro priorità strategiche e le attese verso la politica? Una risposta articolata arriva dalla ricerca condotta da AstraRicerche per ALDAI-Federmanager tra marzo e aprile 2026, a cui hanno partecipato 525 dirigenti iscritti all’Associazione

Cosimo Finzi

Direttore AstraRicerche

Il peso dell’energia sulle imprese

Il tema è ‘sentito’, rilevante e davvero attuale. Più di un terzo dei dirigenti (34,5%) dichiara che la propria azienda sostiene una voce di costo rilevante per l’energia, e 1 su 10 lavora in un’azienda classificata ufficialmente come energivora. In questo contesto le priorità dell’agenda politica energetica lasciano poco spazio al dubbio: la sicurezza e la garanzia futura degli approvvigionamenti per il sistema Paese raccolgono il 55,6% delle indicazioni come massima priorità, seguite dalla riduzione dei prezzi dell’energia per le imprese (31,4%). La decarbonizzazione e la neutralità climatica si fermano al 13% come priorità – un dato che segnala una distanza significativa tra il dibattito pubblico e la necessità del management.

Le richieste al Governo italiano

Agli interventi del Governo italiano si chiedono soprattutto investimenti e visione di lungo periodo. Al vertice della classifica si collocano gli investimenti in ricerca su idrogeno, nucleare e storage (81% degli intervistati) e gli accordi internazionali per diversificare le forniture (80,4%). Circa tre quarti del campione chiede un piano industriale nazionale sulle fonti rinnovabili (74,7%) e investimenti in infrastrutture di rete come smart grid e interconnessioni (73,5%), mentre la semplificazione burocratica per autorizzazioni e incentivi raccoglie il 70,3%: la situazione è negativa, le richieste inevitabilmente numerose e ‘pressanti’. Concentrandosi sulla massima priorità (punteggio 5 su 5), sono gli investimenti in ricerca su idrogeno, nucleare e storage a raggiungere la soglia più alta con un elevatissimo 53,7%, seguiti dal piano industriale sulle rinnovabili (48,8%) e dagli accordi per diversificare le forniture (46,3%).

Le richieste all’Unione Europea

All’Europa si chiedono coordinamento e stabilità. Due risposte svettano con forza: il coordinamento su approvvigionamenti strategici – gas, idrogeno, LNG – con l’86,7%, e prezzi dell’energia più stabili e uniformi nel mercato unico con l’85,7%. Notevoli le distanze rispetto alle voci successive: standard comuni semplificati per rinnovabili e autoproduzione si ferma al 73,7%, la tutela delle imprese energivore rispetto alla concorrenza extraeuropea al 68,2%, i finanziamenti diretti per la transizione energetica industriale al 65,9%. Rilevante per metà campione la revisione del sistema ETS (47,4%).

Il nucleare di nuova generazione: una scelta convinta

Su nessun tema come il nucleare emerge una posizione così netta e trasversale. L’82,3% del campione si esprime favorevolmente: il 63,6% è decisamente favorevole, ritenendolo indispensabile per il mix energetico futuro, mentre il 18,7% lo vede come complemento alle rinnovabili. Solo il 9% si dichiara incerto e l’8,2% contrario – in larga parte perché punta esclusivamente sulle rinnovabili (4,6%) o per ragioni di sicurezza e accettabilità sociale (3,6%). La stessa coerenza si manifesta nella classifica delle fonti più strategiche per il futuro dell’Italia. Il nucleare di nuova generazione è indicato al primo posto dal 44% degli intervistati – nettamente davanti al solare fotovoltaico (17,1%), al gas naturale come fonte di transizione (10,1%) e alla fusione nucleare (9,7%). Allargando la scelta alle prime tre fonti strategiche, il nucleare di nuova generazione sale al 64%, seguito dal solare fotovoltaico (51,1%), dall’idroelettrico e dal gas naturale come fonte di transizione (entrambi attorno al 33%).

Vulnerabilità strutturale e rischi geopolitici

Il giudizio sull’attuale diversificazione energetica italiana è severo: il 53,9% del campione considera il Paese ancora in una posizione di vulnerabilità strutturale. Solo il 44% riconosce che sono stati fatti progressi, ma appena l’1,5% li ritiene già sufficienti. I rischi geopolitici avvertiti come più rilevanti per i prossimi tre anni vedono in testa l’instabilità in Medio Oriente (75,2%) e la dipendenza da materie prime critiche come litio e terre rare controllate da pochi Paesi (62,3%). A metà classifica si collocano la competizione USA-Cina sulle tecnologie energetiche come batterie e rinnovabili (41,5%) e le tensioni con la Russia sull’impatto del gas (40,6%).

Gli ostacoli: la politica e le istituzioni nel mirino

Su chi frena l’autonomia energetica del Paese, i manager non hanno dubbi. La mancanza di una politica industriale di lungo periodo è citata dal 91,8% del campione, la burocrazia e le lungaggini autorizzative dall’85,3%. La critica è sistemica, non congiunturale: al massimo livello di giudizio (5 su 5), la mancanza di politica industriale sale al 71% e la burocrazia al 53,7%. Contano anche la disinformazione e la bassa cultura energetica (72,0%) e il fenomeno NIMBY (63,8%), mentre la morfologia del territorio e i limiti fisici per le rinnovabili sono percepiti come ostacolo relativamente minore (31,4%). Quanto all’orizzonte temporale: solo il 5,3% pensa che l’Italia possa raggiungere un mix energetico stabile e competitivo già entro il 2030; allargando la finestra al 2040 si sale a un notevole 61,1%; l’8,6% ritiene che non sarà mai davvero raggiunto. A sostenere il percorso anche l’intelligenza artificiale applicata ai processi industriali: il 57,9% dei manager la indica come contributo rilevante all’efficientamento energetico, con un picco tra i general manager (28% la indica con il massimo livello di aspettativa).

Le priorità strategiche: innovazione si consolida, partnership accelerano

Come nelle due rilevazioni precedenti, è stato chiesto ai manager di indicare le priorità per la crescita delle imprese. Il quadro rivela variazioni rilevanti: puntare sull’innovazione dei prodotti rimane la prima voce come massima priorità (24,6%), ma perde oltre 2 punti percentuali rispetto al 2025; l’innovazione dei processi guadagna posizioni portandosi a pari merito con l’attrazione e lo sviluppo dei talenti. Ancora più significativa è la traiettoria del creare partnership, collaborazioni e joint venture – anche con competitor: tra le prime tre priorità sale al 37,7% (dal 29,1% del 2025, dal 27,8% del 2023), una crescita che racconta un cambiamento culturale profondo nel management italiano. In controtendenza, cambiare e innovare la cultura aziendale continua a perdere peso (9,5% - dal 13,1% del 2023), così come consolidare le competenze manageriali (dal 36,6% del 2023 al 29,0% del 2026). Rilevanti alcune differenze di profilo: i general manager indicano molto più della media puntare sull’innovazione dei prodotti (64%), mentre attribuiscono minor peso all’attrazione dei talenti (45%); le aziende estere valorizzano quest’ultima voce ben più delle nazionali, che viceversa indicano l’internazionalizzazione con maggiore frequenza.

Le competenze del manager 2026

Rispetto alla rilevazione precedente, cambia la vetta della classifica delle competenze più richieste dal mercato: la visione di lungo periodo sale al primo posto con il 67,1% (dal 55,1% del 2025), a conferma che in tempi di discontinuità i dirigenti percepiscono come prioritaria la prospettiva più della tattica. Crescono ulteriormente la flessibilità e lo spirito di adattamento (57,9%) e la predisposizione al problem solving (52,2%). La variazione più significativa in un solo anno riguarda la capacità di reskilling e upskilling, che guadagna quasi 12 punti percentuali arrivando al 43,2% e salendo di tre posizioni in classifica. Al contrario scende il team building (ora al 37,3%, dal 43% circa delle due rilevazioni precedenti). La competenza tecnico-scientifica continua la sua crescita pluriennale: dal 26,5% del 2023 al 31,2% del 2026. Interessante la prospettiva di genere: le dirigenti donne indicano il reskilling-upskilling molto più degli uomini (63% contro 40%) e la flessibilità (69% contro 56%), mentre i dirigenti uomini focalizzano maggiormente il team building (39% contro 28%). Con l’avanzare dell’età, poi, cresce l’enfasi sulla visione di lungo periodo e sulle competenze tecnico-scientifiche, mentre cala nettamente la rilevanza attribuita al reskilling: tra i dirigenti sotto i 55 anni raggiunge il 66%, cifra che scende sensibilmente nelle fasce più anziane.

Misure urgenti di politica industriale

Rispetto al 2025, il tema energetico ha lasciato un segno forte anche sulle priorità di policy industriale. Ai vertici della classifica si confermano la semplificazione e la sburocratizzazione e – in forte crescita – la promozione di un piano a lungo termine di sostenibilità energetica e ambientale: come massima priorità, quest’ultima cresce di quasi 16 punti percentuali in un solo anno (dal 15,7% al 33,1%), sorpassando la sburocratizzazione nella classifica assoluta. Resta solido al terzo posto il coinvolgimento dei manager in cabine di regia per orientare le politiche industriali (45,9%), confermando che ciò che si chiede non è l’intervento diretto dello Stato, bensì la voce del management nelle scelte strategiche. Cresce anche – pur partendo da livelli contenuti – la quota di chi chiede la partecipazione pubblica in settori strategici come difesa ed energia (dal 15,5% al 23,2%), così come il consolidamento delle partnership pubblico-private (16,4%, dal 10,9%).

Lombardia: le minacce si ridefiniscono

Le minacce per l’economia lombarda si ridefiniscono con rapidità. Si conferma al primo posto il tema dei prezzi alti o crescenti delle materie prime e dell’energia (64,2%, +3 punti percentuali). Sale al secondo posto – con un balzo significativo – la minaccia delle numerose situazioni di guerra in Europa, nel vicino Oriente e in Africa (53,3%, dal 43,0% del 2025). Scende invece di 18 punti percentuali la preoccupazione per i dazi statunitensi (29,3%, dal 47,6%): quasi dimezzata in un anno, a segnalare come l’agenda dei rischi percepiti si ridefinisca rapidamente. In calo sensibile anche il timore per il rallentamento industriale della Germania (45,5%, dal 52,6%). Gli ambiti strategici per il futuro lombardo vedono stabilità nelle prime posizioni: cybersecurity (58,1%), innovazione e startup (53,1%), ambiente ed energia (50,3%), biotech e scienze della vita (46,9%). Diminuisce rispetto al 2025 la rilevanza percepita per Smart Government (41,9%) e Mobility (37,3%), mentre la Difesa e Aerospazio consolida la propria presenza con il 33,5%.

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