Per un movimento di promozione della sicurezza
Sul lavoro, sulle strade, in casa.
Ezio Trentin Federmanager Trento
Ezio Trentin
Federmanager Trento
Introduzione
Nel vasto mezzanino della fermata “Duomo” della Metropolitana Milanese, un po’ in disparte, c’è una lapide con i nomi degli operai morti sul lavoro durante la sua costruzione. Analoghi elenchi troviamo agli ingressi di grandi opere realizzate negli anni del “miracolo economico”, quando la furia di costruire metteva in secondo piano la sicurezza dei lavoratori. L’apice di questa deriva si ebbe con la tragedia del Vajont, in cui venne trascurata, con effetti catastrofici, anche la sicurezza della popolazione. Poi “i padroni” si accorsero che la mancanza di sicurezza sul lavoro era nemica del profitto e nelle grandi aziende si trovò conveniente investire in sicurezza. Oggi, quando si entra in una raffineria, grandi cartelli indicano i giorni trascorsi dall’ultimo infortunio e sono riportate altre informazioni per sensibilizzare il visitatore sull’importanza di comportamenti idonei a preservare la propria e la altrui incolumità.
Sicurezza e profitto
Difficile trovare un’azienda che guadagna e non investe in sicurezza, frequenti invece sono gli infortuni in agricoltura, in edilizia e nei subappalti, che spesso coinvolgono gli stessi titolari di piccole realtà imprenditoriali, resistenti, se non addirittura ottusamente riluttanti, al salto di mentalità verso approcci prevenzionistici, nella convinzione che valutazione dei rischi, formazione, informazione, protezioni antinfortunistiche e presidio consapevole nei luoghi di lavoro, siano solo formalità dai costi passivi, non un reale investimento per la salute. La ricerca del profitto, insomma, lungi dall’essere nemica della sicurezza sul lavoro, è da tempo sua alleata e resta una fallace giustificazione per chi non si è accorto che la principale responsabile di morti e feriti sul lavoro è la mentalità ancora inadeguata di larghe fasce della popolazione. Analoghi ragionamenti si possono fare per gli incidenti sulle strade, nelle case e nei luoghi pubblici.
La lezione di Crans-Montana
Grande impressione ha fatto la recente strage di ragazzi nel rogo di un locale pubblico in Svizzera, tragedia facilmente evitabile se chi gestiva il locale avesse avuto un minimo di sensibilità sui rischi domestici e se le autorità pubbliche di controllo avessero avuto adeguata formazione. Anche qui l’ignoranza l’ha fatta da padrona, gestori incoscienti e controllori superficiali sono stati essi stessi vittime della strage, trasformati in criminali dalle loro negligenze, come accade il più delle volte anche con chi provoca incidenti stradali mortali. Sbagliata è stata la reazione di certa politica, che ha gridato allo scandalo perché i presunti unici colpevoli del rogo sono stati scarcerati in attesa di giudizio, senza rilevare che la causa prima di quella tragedia, l’ignoranza appunto, è poco combattuta, non solo in Svizzera ma anche in Italia, come ha dimostrato l’esito negativo dei controlli sui locali di casa nostra effettuati dopo la tragedia.
A chi compete investire in sicurezza
Investire in sicurezza, adeguando il livello di consapevolezza della popolazione agli standard moderni, spetta a mio avviso prima di tutto agli organi dello Stato; va sensibilizzata la politica, a partire dai suoi vertici, che si limitano spesso a proclami densi di indignazione, senza autocritica, perché ancora convinti che gli investimenti in sicurezza siano spese che non li riguardano, senza ritorno economico né elettorale, anzi frenati, nel contrasto ad azioni pericolose come la velocità dei veicoli sulle strade, dal timore di perdere consensi. Basta guardare le difficoltà degli amministratori illuminati delle grandi città ad introdurre le “zone a 30” e la lotta agli autovelox (che perdono gran parte della loro efficacia dall’insensata regola di dover essere segnalati) di una certa parte politica, dagli elettori agli eletti, fino all’attuale Vicepresidente del Consiglio. Per quanto riguarda l’arretratezza della politica in tema di infortuni sul lavoro, cito un esempio dell’anno scorso, l’8 aprile: un importante assessore del Consiglio Provinciale Trentino, nel respingere la richiesta dell’opposizione a mettere più soldi nella prevenzione, disse con aria saputa che se i lavoratori usassero di più la testa avremmo meno infortuni.
Pericolosi passi indietro
Assistiamo purtroppo anche ad un preoccupante disimpegno delle pubbliche amministrazioni e delle grandi aziende partecipate dallo Stato, che chiudono o trascurano importanti Centri di Ricerca che operano nel settore della sicurezza. Mi riferisco all’ISMES di Bergamo ed al CISE di Segrate, chiusi nel 2004 dall’ENEL, relegando in uffici amministrativi valenti ricercatori che tutto il mondo scientifico ci invidiava e che sarebbero stati in grado di mettere a punto tecnologie di controllo e prevenzione di catastrofi come quella del ponte Morandi di Genova nel 2018. Ho personalmente assistito allo sfaldamento delle valide strutture del Ministero dei Trasporti nel settore impianti a fune, alla fine del secolo scorso, in parallelo col decadimento del Laboratorio impianti a fune della Provincia Autonoma di Trento, ridotto a svolgere semplici attività di controllo, alle dipendenze dell’Assessorato all’Artigianato, Commercio, Turismo, Foreste, Caccia e Pesca, mentre continuano a succedere incidenti sulle funivie (Mottarone 2021, Faito 2025).
INAIL in controtendenza
Unico ente pubblico in controtendenza è l’INAIL (vedasi su Progetto Manager del gennaio 2026, l’intervista al Direttore Generale Marcello Fiori), che ha ancora un cospicuo e valoroso gruppo di ricercatori, ben supportati, anche finanziariamente, dalla politica dell’Istituto, al quale fanno capo anche numerosi progetti di ricerca sviluppati con altri Istituti ed in numerose Università. Purtroppo, questo esempio virtuoso non è seguito da altri apparati dello Stato, che ad ogni incidente reagiscono in modo burocratico, con proliferazione di inutili adempimenti cartacei, mentre i laboratori chiudono, come osservava sconsolato anni fa Walter Nicodemi, un valente professore di Metallurgia del Politecnico di Milano. Di pari passo con la politica, che ad ogni fatto di cronaca nera fa seguire un’inefficace reazione legislativa, creando nuovi reati ed inasprendo le pene, senza andare alla radice dei problemi.
Cosa bisogna fare
A mio avviso sono necessarie prima di tutto campagne di educazione alla sicurezza, che stigmatizzino in modo coinvolgente i comportamenti all’origine degli infortuni. Sono necessarie pubblicazioni per le scuole, come i magnifici volumi editi una ventina d’anni fa da Alenia Aeronautica in collaborazione con INAIL, ed una sistematica diffusione dei dati sugli infortuni, compresi gli enormi costi per la collettività di morti e feriti in incidenti sul lavoro, sulle strade, nelle abitazioni e nei luoghi pubblici. Diffusione non solo tra gli addetti ai lavori, come già avviene a cura di ISTAT, INAIL ed altri Enti, ma orientata verso il grande pubblico, come deterrente ed incentivo alla consapevolezza. È necessario, inoltre, un coordinamento di tutti gli Enti che si interessano di sicurezza, dalle ASL, ai laboratori che si occupano di analisi delle rotture e di metodologie di controllo, alla polizia stradale, alle numerose associazioni create dai parenti delle vittime, come quella venuta alla ribalta durante le recenti olimpiadi invernali intitolata a Matilde Lorenzi, giovane vittima di un infortunio sugli sci. In quest’ambito vanno ripristinati e/o rilanciati i Centri di Ricerca che si occupano di sicurezza, magari facendoli rientrare nelle Università, ma con un adeguato coordinamento che ne orienti gli obiettivi e ne misuri i risultati.
C’è insomma da rendere più efficiente la lotta agli incidenti, sul lavoro, nei luoghi pubblici, in casa e sulle strade, ma soprattutto bisogna convincere la gente, dai politici agli elettori, che questi morti e feriti, tragedia per gli interessati e costo amaro per la collettività, non sono un indispensabile tributo al progresso, ma un indice di arretratezza culturale. È necessario riaffermare in tutte le sedi che risparmiare sugli investimenti in sicurezza, oltre che una colpa grave, è dimostrazione di scarsa intelligenza e spreco, conseguente agli incidenti, di risorse pubbliche e private. Solo così sarà possibile ridimensionare la mattanza giornaliera, in Italia 8 morti sulle strade, 3 morti sul lavoro e addirittura 20 in casa, (3000+1000+8000=) 12000 morti all’anno: una vergogna della nostra civiltà.
Cosa possiamo fare noi
Da parte mia, ingegnere ex dirigente, ora pensionato, ho iniziato un’azione tra gli ex colleghi, nelle associazioni scientifiche e tecniche, nell’ambiente della politica, in quello della stampa e della magistratura, per produrre, raccogliere, rielaborare e diffondere documentazione utile alla promozione della cultura della sicurezza sulle strade, sul lavoro, nelle case e nei luoghi pubblici. Una specie di catena di sant’Antonio, che possa espandersi a macchia d’olio, magari facendo leva sulla schiera di giovani pensionati ancora desiderosi di rendersi utili. Invito chi abbia voglia ed opportunità di dare un contributo a mettersi in contatto con me indicando le sue competenze e le sue proposte.
15 aprile 2026
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