Per una nuova strategia industriale

Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Pasquale Ceruzzi

Presidente Commissione Studi e Progetti ALDAI-Federmanager

Dopo oltre trent’anni di assenza di una vera politica industriale organica, la pubblicazione nel gennaio 2026 del Libro Bianco Made in Italy 2030 – per una nuova strategia industriale rappresenta un momento di svolta nel dibattito economico nazionale.

Per la prima volta dopo decenni, il Paese prova a dotarsi di una visione strutturata del proprio futuro produttivo, superando la logica degli interventi frammentari, spesso dettati da esigenze contingenti di bilancio o da dinamiche elettorali.

Nell’introduzione del libro si fa riferimento anche alla pubblicazione, nel 2024, di un Libro Verde, un documento pilota che apriva il dibattito sulla politica industriale con tutti gli attori del corrente sistema produttivo, politico e sociale del Paese.

In questo articolo non si vuole riscrivere quanto contenuto nel Libro Verde (che comunque suggerisco di leggere) ma semplicemente farne una sintesi, mettendo in evidenza i tanti aspetti positivi ma anche gli elementi criticabili e pertanto migliorabili. 

Il Piano Industriale si apre con un’analisi di scenario - costituita da tutto il capitolo 1 - che si sofferma sulla necessità di reindustrializzazione del Paese - partendo dagli attuali livelli che poggiano su una manifesta resilienza industriale (e produzione ben diversificata) - e di allineamento a un pronunciato interventismo degli Stati, sia a livello geopolitico globale sia nella governance dei processi produttivi ed economici. 
Prende atto della necessità di governare 4 transizioni (attualmente in corso) di importanza chiave: demografica, geopolitica, digitale (includendo anche l’Intelligenza Artificiale, una transizione all’interno di un’altra) e green (o “risanamento climatico-ambientale”).

Compara poi il futuro industriale del Paese con quello industriale dell’occidente, con particolare riguardo al percorso più recente degli Stati Uniti e dell’Europa (dazi, politica isolazionista e nuovi scenari strategici per gli Stati Uniti; bussola della competitività, maggior coesione per le decisioni importanti, conferma della multilateralità per l’Europa). Ipotizza uno “Stato Stratega” e un ruolo dell’Italia più strutturato e prospettico.

Il capitolo 2 evidenzia quelli che sono ritenuti i 5 principali punti di forza (manifattura, Made in Italy di eccellenza ad alta specializzazione, sistema di multinazionali tascabili, beni strumentali per il Made in Italy, economia green e circolare) e le 5 principali criticità (limitati investimenti in ricerca, imprese piccole e frammentate, costo dell’energia e delle materie prime, deficit di capitale umano e finanziario, oneri burocratici).

Nel capitolo 3 si identificano le filiere produttive (e prioritarie) per il Paese, dove far convergere le poche risorse che potranno essere investite: in primo piano le 5 “A” (Agroalimentare, Abbigliamento, Arredo, Automazione, Automotive) poi il Nuovo Made in Italy costituito dai 5 settori in fase di sviluppo (Economia della Salute, Economia dello Spazio e della Difesa, Economia Blu e della Cantieristica, Turismo e Tempo Libero, Industrie Culturali e Creative) includendo quei settori/comparti industriali abilitanti (Energia, Infrastrutture e Costruzioni, Digitale e Microelettronica, Servizi integrati, Logistica integrata, Siderurgia e Metallurgia, Chimica, Packaging).

Nei capitoli 4, 5 e 6 si identificano le cosiddette “chiavi della crescita” quali ecosistemi, alleanze, impostazioni strategiche, linee di principio e predisposizioni. Si definiscono “Visioni” (Stato Stratega, crescita felice, centralità alla manifattura nelle filiere produttive, ecosistemi per l’innovazione, Italia protagonista della reindustrializzazione occidentale), “Obiettivi” (Italia tra i top 10, manifattura avanzata, potenza commerciale aperta, produttività, occupazione e salari, coesione territoriale, autonomia energetica, governare le transizioni, filiere produttive, sicurezza economica, cooperazione industriale)  e una lista delle azioni per determinare la crescita produttiva (energia Made in Italy e sostenibile, industry bond e investimenti pubblici, materie prime critiche e semiconduttori in filiere sicure, reindustrializzazione occidentale, incentivi con focus su integrazione e crescita salariale/occupazionale, formare le competenze al “canone estetico” del Made in Italy, patto intergenerazionale per giovani, donne e startup, attrazione di cervelli e capitale umano per contrastare la crisi demografica, strumenti UE di stimolo alla domanda, rafforzamento degli IPCEI, strumenti di lavoro).

La realizzazione del Piano Industriale è un merito per chi l’ha voluto dopo lungo tempo, dotandolo inoltre di numerosi elementi di valutazione che ne fanno nel suo insieme un documento di riferimento. Tuttavia, lo scopo fondamentale di un piano industriale è di dare stimoli alla crescita dell’industria insieme all’economia e al benessere sociale della popolazione. La situazione italiana è tuttavia critica, a cominciare dalla produzione industriale che cala da circa 36 mesi. Dal 2021 al 2025 la nostra produzione è diminuita del 5%.
Le flessioni più ampie riguardano le industrie tessili, l’abbigliamento, i trasporti, la siderurgia, l’arredamento e la metalmeccanica. Settori questi che si identificano con alcune delle filiere produttive prioritarie identificate dal Piano. Lo stimolo necessario non può che essere importante e inizia dai fondi necessari per attivarlo. Ma questi fondi da dove potranno arrivare se non ci sono risorse nel bilancio dello stato (l’avanzo primario che finalmente realizziamo copre al massimo il costo del nostro debito)?
Su questo aspetto non marginale il documento non entra nel merito con precisione. Senza trascurare poi le competenze e la responsabilità di conseguimento degli obiettivi del piano industriale. Mancano le competenze tecnico amministrative (sia a livello centrale sia a livello locale) e le responsabilità progettuali, e senza queste si rischia di ripercorrere gli stessi errori del PNRR (tempi lunghi, carenza di efficienza decisionale e operativa, contributo alla crescita del PIL esigua pari a 0,5-0,6%). Un altro tema in evidenza è lo scarso utilizzo dell’innovazione tecnologica come fattore strategico di sviluppo, la nostra propensione come Paese non è elevata. Eppure, non dovrebbe essere visto così il contributo significativo che questo fattore fornisce alla crescita economica (vd. Premio Nobel per l'Economia assegnato nel 2025 a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, 3 economisti che hanno spiegato il contributo fondamentale dell’innovazione tecnologica alla crescita economica dei Paesi).

Il nostro ritardo come Nazione non è imputabile alle sole decisioni politiche ma anche alle condizioni sociali e culturali della sua popolazione. L’età della nostra forza lavoro è - ad esempio - posizionata eccessivamente verso l’alto (l’età media in UE varia dai 39.6 anni dell’Irlanda ai 49.1 dell’Italia – Fonte Eurostat News 13 febbraio 2026), la qualità della formazione carente e limitata la capacità di immaginare il futuro (il numero di brevetti nel 2024 ci posiziona globalmente al 2,4%, per ulteriori informazioni www.epo.org).

I nostri policy maker ed esperti in materia parlano di “inverno demografico”, di una popolazione diminuita a meno di 59 milioni di persone rispetto a un massimo che aveva superato i 60 (nel 2014). I nati residenti in Italia sono, a dati del 2024, 369.944. In calo di quasi 10mila unità rispetto all’anno precedente (-2,6%). La riduzione riguarda soprattutto le donne italiane (la cui fecondità scende a 1,18 figli), mentre la fecondità delle donne straniere diminuisce solo lievemente (da 1,82 a 1,81).

In sintesi, siamo una Nazione con molti anziani, pochi giovani e un livello di formazione e scolarizzazione piuttosto basso.
Sarebbe però opportuno non fermarsi solo a queste considerazioni e domandarsi perché ci troviamo in queste condizioni e cosa possiamo fare per uscirne. Non crediamo che basti esortare i giovani a fare più figli ed elargire a intermittenza bonus o crediti di imposta.

I giovani devono affrontare barriere oggettive. Faticano a trovare un lavoro stabile, continuo, dignitosamente remunerato e questo, unito alla crisi della disponibilità di case a prezzi accessibili, rimanda nelle coppie giovani il momento del matrimonio e di conseguenza quello del concepimento dei figli. Questo è un grave problema sociale che si tramuta anche in un grave problema economico. Cambiare questo quadro per giungere a risultati soddisfacenti può richiedere tempi lunghi (non possiamo nasconderlo, dai 20 ai 25 anni, anche se invertissimo la rotta in breve tempo).

L’innovazione tecnologica fa fatica ad affermarsi nel mondo del lavoro a causa di carenze formative che riguardano tutti, sia i giovani (magari in età scolare) sia le persone mature (già al lavoro o inoccupate). Per i primi bisognerebbe rivedere gli obiettivi e le necessità formative partendo dalla scuola primaria e secondaria allineandole alla domanda del mercato del lavoro. Per le persone occupate/inoccupate l’aggiornamento formativo dovrebbe essere continuo e allineato alle ultime novità tecnologiche in arrivo dai centri di ricerca.

Oggi assistiamo a una importante transizione tecnologica che vede nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale uno dei fattori determinanti per aumentare efficienza e produttività delle nostre attività economiche. L’intelligenza artificiale può essere un nostro compagno di lavoro che ci rende più efficaci e produttivi o può essere colei che ci sostituirà nel mondo del lavoro. Regolare gli obiettivi e le priorità dipende da noi e, ancora di più, dal nostro livello di formazione per questa nuova tecnologia. I primi studi resi disponibili pubblicamente indicano che è un nostro sostituto soprattutto in quelle mansioni dove la professionalità, la competenza e la cultura non sono fattori determinanti (ved articolo di Oksana Leukhina per la FED di San Louis Why AI Advancements May Push Some Workers Out of the Labor Force). Poi, le piccole imprese - sebbene siano il tessuto connettivo della nostra industria - non sempre costituiscono un vantaggio. La loro dimensione numerica, la loro capitalizzazione, la loro organizzazione non favoriscono l’innovazione tecnologica e la produttività. In molti casi sarebbero meglio posizionate sul mercato del lavoro se si aggregassero tra loro.

Chiudiamo la nostra valutazione parlando di approvvigionamenti energetici/costo dell’energia e dello “Stato Stratega”.
Due elementi solo apparentemente distinti.
Il primo contribuisce a garantire la nostra indipendenza geopolitica e la produttività/competitività delle nostre imprese. Siamo buoni produttori di energia elettrica da rinnovabili (quota oltre il 50%), mentre siamo in ritardo nella quota di energia da rinnovabili nella produzione totale. I tempi medi di realizzazione di impianti da rinnovabili di una certa importanza vanno dai 22 mesi in su.
Un tempo eccessivo e, in questo caso, sono la nostra burocrazia e i modelli organizzativi che frenano le realizzazioni. 

Poi, i prezzi dell’energia per famiglie e imprese restano i più alti d’Europa da oltre 3 anni. La competitività e la produttività delle nostre imprese private è seriamente compromessa, così come i bilanci delle famiglie. Il prezzo dell’energia si definisce attraverso l’acquisto di lotti sul mercato ma il prezzo non viene fatto sul valore medio ponderato ma sul prezzo marginale (il prezzo dell’ultimo lotto acquistato, quello più caro, che coincide con quello del gas naturale). Questo sarebbe un buon motivo per cambiare le modalità di formazione del prezzo dell’energia o per spingere ancora di più sulle rinnovabili che costano molto meno. L’esempio di Portogallo, Spagna e Germania potrebbe essere un esempio. 

Sebbene la produzione da fonti rinnovabili sia significativa nella componente elettrica, il sistema rimane condizionato dal meccanismo del prezzo marginale, legato al gas naturale. Inoltre, i tempi autorizzativi per nuovi impianti risultano eccessivamente lunghi. In questo ambito si misura concretamente la capacità dello Stato di essere davvero “stratega”: semplificare, accelerare, orientare gli investimenti, rivedere i meccanismi di formazione dei prezzi.

Il Piano industriale ha il merito indiscutibile di aver riaperto il dibattito su una visione di lungo periodo.
Propone obiettivi ambiziosi: rafforzare la manifattura, aumentare produttività e salari, garantire autonomia energetica, collocare l’Italia tra le prime economie industriali avanzate. Tuttavia, una strategia non si giudica solo per la coerenza teorica, ma soprattutto per la capacità di tradursi in risultati concreti e misurabili.
Il rischio, altrimenti, è che la visione rimanga sulla carta. Per evitare questo esito occorrono risorse adeguate, competenze amministrative solide, responsabilità chiare e tempi di attuazione certi. Occorre soprattutto coerenza tra principi dichiarati e scelte operative.
In definitiva, la nuova strategia industriale rappresenta un segnale positivo: riconosce la centralità dell’industria per la crescita economica e per il benessere sociale.
Ma il successo dipenderà dalla capacità di trasformare la visione in azione, la programmazione in esecuzione, l’ambizione in risultati tangibili. La sfida non è solo economica: è culturale, istituzionale e generazionale. E riguarda, in ultima analisi, la possibilità per il Paese di tornare a immaginare e costruire il proprio futuro produttivo.

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