Transizione energetica

Riflessioni a margine della conferenza dell’Osservatorio Parigi per il Gruppo Energia ed Ecologia di ALDAI

Foto di Enrique da Pixabay

Romano Ambrogi

Componente del Gruppo Energia ed Ecologia ALDAI e della Commissione Federmanager Energia/Sistema Elettrico e Sostenibilità    

Come negli anni scorsi, il Gruppo Energia ed Ecologia di ALDAI ha organizzato un incontro per ascoltare dalla voce di un “testimone oculare” alcuni punti scaturiti dalla Conference of the Parties della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, svoltasi a Belèm (Brasile) nel novembre 2025.

Al termine dell’interessante presentazione del relatore, l’ing. Vito dell’Osservatorio Parigi, una ONG italiana che segue da anni le Conferenze e ne divulga gli esiti, ho sentito il bisogno di esprimere alcune considerazioni sul clima che stiamo vivendo in Associazione in questo particolare frangente storico.

In primo luogo, le riflessioni e il lavoro del gruppo ALDAI, in piena consonanza con la linea della Presidenza, sono sempre state improntate a una concreta, fattiva e convinta collaborazione con gli sforzi che il nostro Paese, nell’ambito delle politiche europee, ha fatto per avviare una transizione energetica ed ecologica, con particolare riferimento alla decarbonizzazione dell’economia. Tale posizione si è distinta per sobrietà, moderazione di toni e realistica considerazione delle difficoltà di assicurare la piena sostenibilità delle politiche e delle scelte operate in tal senso. Anche le voci di dissenso, che pure non sono mancate, sono state gestite con lo stile democraticamente corretto tradizionale per il nostro sodalizio. 

Ma in questo periodo, sulla spinta delle prese di posizione dell’amministrazione USA, anche nell’opinione pubblica da questo lato dell’Atlantico, hanno ripreso vigore affermazioni che tendono a svalutare le politiche di decarbonizzazione e in generale l’attenzione alle problematiche ambientali, coinvolgendo in un discredito generico e generalizzato le istituzioni comunitarie e l’organizzazione delle Nazioni Unite.
Anche all’interno della nostra Federazione, anche se in modo meno esplicito e formale, ma quasi come un sottofondo ammiccante, si respira un’atmosfera di malcelata soddisfazione per l’allentarsi di alcuni vincoli percepiti, non tanto come una risposta alla situazione incombente, quanto come la fastidiosa conseguenza di ideologie non razionalmente giustificate. 

Credo che la posizione più consona alla nostra struttura mentale, etica e ontologica di dirigenti industriali sia quella di rappresentare la realtà nel modo più corretto e di prendere decisioni operative sulla base di scenari costo/benefici adeguati agli obiettivi del bene comune, da cui dipende anche il bene delle nostre aziende. Senza cedimenti alle ideologie e alle mode. Senza ambigui sottintesi di una pretesa realpolitik.

È per questo che ho molto apprezzato l’esposizione degli esiti del COP di Belèm fatta dall’Osservatorio di Parigi, ben lontana dalle cronache giornalistiche che, al di là di rappresentare le innegabili difficoltà di un mondo che non ha ancora trovato la possibilità di esprimersi in modo multipolare, hanno completamente tralasciato le conseguenze operative e concrete che sono scaturite anche da questa Conferenza.

I dati scientifici, nella loro drammaticità, danno ragione di andamenti climatici che ormai sono entrati nella sfera di osservazione di noi tutti, ma gli sforzi di mitigazione di questi anni hanno comunque permesso di rilevare qualche conseguenza in confronto al tasso di crescita rilevato prima. Ma soprattutto, l’attenzione posta a implementare misure di adattamento e di supporto finanziario non può e non deve essere minimizzata, anzi deve ricevere tutta la nostra attenzione concreta e creativa di manager capaci di cogliere tutte le opportunità poste da una situazione indubbiamente difficile e complicata. È questo il caso delle azioni che potranno essere attuate nell’ambito dell’articolo 6 della Convenzione, che ormai ha trovato una sua architettura, valida per superare tutte le debolezze dimostrate dal precedente regime di Clean Development Mechanism nella cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.

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