Il treno dei desideri

Un viaggio di media distanza attraverso i problemi ferroviari del nostro Paese

© Corriere di Saluzzo

Giuseppe Colombi

Consigliere ALDAI-Federmanager e componente del Comitato di redazione Dirigenti Industria

Come cantava Celentano: “…nei miei pensieri all’incontrario va…”
Da sempre questo ritornello mi frulla nel cervello, tutte le volte che mi confronto con i problemi del trasporto ferroviario. 
A un approssimativo calcolo dovrei aver percorso tra 1,5 e 2 milioni di chilometri sulle rotaie d’Italia, per un tempo totale probabilmente superiore ai quattro anni di vita… Forse ho titolo a intervenire dunque… 

Così mi è nata l’idea di queste considerazioni, che dedico all’amico Stefano Cuzzilla, che di Trenitalia è il Presidente, come si vede nelle premiazioni della calcistica Coppa Italia, e che rimane  il collega past president di Federmanager e riferimento privilegiato per tutti noi.
A sentire i numeri uno di FS, questo gruppo, da tempo risanato, è all’avanguardia in Europa, partecipa ai più prestigiosi progetti internazionali e ha in pancia negli anni a venire programmi innovativi per un centinaio di miliardi. 
Appunto: all’utente storico che scrive queste note corre un brivido lungo la schiena… Perché?

Un po' di storia

Le Ferrovie dello Stato nascono con Giolitti nel 1905 e da allora non hanno smesso di giocare un ruolo importante nella nostra travagliata storia nazionale.
Nei primi decenni lo sviluppo fu molto significativo: gran parte del merito va ascritto a due ingegneri omonimi nel cognome: Riccardo Bianchi, direttore generale dal 1905 al 1915 e poi Ministro dei trasporti, e Giuseppe Bianchi, mitico progettista di locomotori in corrente continua, E424, E428 ed E626, che hanno popolato per oltre un cinquantennio i binari italiani.

FS si era dotata di eccellenti capacità di studio e progettazione ed era stata in grado in pochi anni di procedere a raddoppi ed elettrificazioni e di attrezzare il Paese con una rete d’avanguardia. Basta citare il rapido completamento negli anni Trenta della linea Roma-Firenze-Bologna, con la Grande Galleria dell’Appennino di 18,5 km di lunghezza, realizzata in condizioni geologiche molto difficili e purtroppo con l’inaccettabile perdita di un centinaio di lavoratori. All’epoca, maggiorenti tedeschi venuti a visitare i lavori avevano commentato che mai nel loro Paese condizioni di lavoro simili sarebbero state accettate. Ma tutto era stato completato, senza troppi intoppi, e in tempi record.

Negli anni ’30 i convogli (in orario?) raggiungevano e modernizzavano l’intero Paese. Nei fine settimana i “Treni popolari” portavano anche i più umili a conoscere le bellezze turistiche del Paese.

Dopo il secondo conflitto mondiale, nel corso del quale l’incidente di Balvano aveva causò la morte per asfissia di quasi seicento viaggiatori (il numero preciso non fu mai confermato), le ferrovie erano da ricostruire. Questo sostanzialmente avvenne in fretta, ma la motorizzazione privata spinta dalla Fiat generò nei decenni successivi la crisi del mezzo ferroviario, che pure rimaneva essenziale per i trasferimenti di media e lunga distanza. 

Negli anni Sessanta la chiusura dei “rami secchi” ferroviari costò la perdita di linee di altissimo valore turistico, su tutte la Spoleto-Norcia nel 1968. L’idea di fondo era che ormai il treno appartenesse al passato e che l’obiettivo dovesse essere quello di chiudere tutto. Questo orientamento trovava giustificazione anche nell’elefantiasi di un’organizzazione ferroviaria sempre più inefficiente.
Ma si sa, i tempi e le mode cambiano, e anche la motorizzazione privata incontrò la sua crisi.

Comparvero allora in FS figure diverse: a me, che l’ho conosciuto personalmente, piace ricordare Mario Schimberni e la sua squadra, primi innovatori e razionalizzatori, e poi un manager, di cui preferisco non citare il nome, che passerà alla storia per essere stato tanto capace tecnicamente quanto inquietante e aspro nelle relazioni tra persone e, mi pare, ancora oggi coinvolto in strascichi legali non banali.
Di quegli anni si ricorda un’opera di razionalizzazione assolutamente necessaria, ma anche tanti danni di cui oggi si evidenziano le conseguenze. Mi riferisco in particolare alla sciagurata idea di “rete snella”, a cui si deve un drammatico irrigidimento della circolazione ferroviaria. Per fare un esempio, in molte stazioni (Saluzzo è una di queste) il primo binario è stato divelto e rimane la massicciata vuota, così da eliminare gli scambi e i costi dei deviatoi per fare economia.
Verrebbe da commentare “lucido esempio di come buttare con l’acqua sporca anche il bambino lavato”.… Risultato: tutte le volte che capita un inconveniente, il traffico si paralizza su tutta la rete coinvolta, perché non c’è più la possibilità di sorpasso del punto interessato.

In quel contesto e appena dopo, nacque l’Alta Velocità, il grande progetto industriale che, pur con costi esorbitanti e probabilmente incontrollati, ha comunque cambiato le coordinate epocali del trasporto ferroviario nazionale. Un altro manager, Lorenzo Necci, giocò un ruolo importante.

Siamo ai giorni nostri: nell’ultimo ventennio l’Alta Velocità ha ridato centralità ai binari, e questi rimangono essenziali anche il per il trasporto metropolitano di prossimità, cresciuto nel periodo.

Progettazione, tempi e costi oggi

Quando si affrontano i problemi della progettazione ferroviaria in Italia, ci si trova di fronte a veri e propri paradossi. Prendiamo l’esempio della città di Messina: il progettista ufficiale di FS, Italferr, nei primi anni 2000 aveva ipotizzato il riassetto ferroviario necessario per collegarsi al futuro ponte sullo Stretto in modo apparentemente ragionevole e professionale, e magari ulteriormente migliorabile con modeste variazioni. Quella soluzione fu presto scartata nel 2010 dall’ineffabile amministrazione locale dell’epoca e sostituita da proposte sempre più lunari: a tutt’oggi la questione è ben lungi dall’essere risolta. Quel che si può dire è che forse in ambito ferroviario la posizione fu, e continua ad essere, “Non capisco ma mi adeguo” agli ordini della politica.

Le FS si adeguano: si chiede loro di arretrare le linee di chilometri in Liguria, e loro lo fanno, si chiede in sostanza di immaginare un sistema ferroviario siciliano in cui per andare da Messina a Palermo si passa per Catania e loro lo fanno. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Un secolo fa FS progettava mezzi di trazione, vagoni, linee. I mezzi sono durati almeno cinquant’anni, e le linee dell’epoca con poche modifiche costituiscono ancora gli assi portanti del sistema.

Non eravamo ricchi nemmeno allora, ma i progetti si realizzavano quasi sempre in tempi adeguati. Si guardava avanti; ricordo che nel 1960 a Roma parte della viabilità delle Olimpiadi fu realizzata su sedimi e infrastrutture ferroviarie in costruzione di cui fu cambiata in fretta la destinazione. Oggi i progetti ferroviari appaiono non solo faraonici in termini di costi, ma spesso pluridecennali in quanto a realizzazione. I cronogrammi slittano e i costi esplodono. Credo che si tratti di progetti affetti da “overdesign”, cioè  non ottimizzati e qualche volta addirittura malfatti. Perché? 

Qualcuno ipotizza che i progettisti lavorino nell’ipotesi di essere remunerati in modo proporzionale all’investimento preventivato e dunque, come dice qualcuno, “In ferrovia per trovare la soluzione più conveniente, non si bada a spese…” Forse è solo una battuta maligna e ingiustificata, ma fa pensare…

Potremmo citare la chiusura dell’anello ferroviario attorno a Roma, un progetto di cui era prevista la conclusione per la fine dello scorso secolo e che, se tutto andrà bene, ha oggi una prospettiva di almeno dieci anni a venire per il suo completamento. Ma non è ancora chiaro se sarà un vero anello urbano o solo un più modesto surrogato. Ci rendiamo conto?
Potremmo ricordare di come in vent’anni si sia intervenuti facendo e disfacendo sulla stazione Centrale di Milano, dove un tempo i taxi arrivavano al coperto, mentre oggi non ci si è nemmeno preoccupati di installare una pensilina per quando piove o nevica.

Traffico interregionale

Una delle vittime sacrificali del processo di riduzione costi sono stati i treni di media distanza, quelle relazioni interregionali intermedie tra i trasporti di prossimità e i collegamenti di lunga distanza a cui già oggi e sempre più in futuro, sarà dedicata l’Alta Velocità. 

La regionalizzazione del trasporto ferroviario (a opinione dello scrivente una sciagura, come molti altri effetti della trasformazione dello stato centrale in una confederazione di venti soggetti dotati di potere legislativo proprio), ha sostanzialmente smantellato i collegamenti interregionali di media distanza. Per fare un esempio, se prima esisteva un'efficace offerta di treni Intercity cadenzati da Bologna a Torino via Voghera-Alessandria, sempre affollatissima e gradita all’utenza, vista la difficoltà di far colloquiare le tre regioni coinvolte, quella relazione è stata smontata. Ma gli effetti nefasti della regionalizzazione toccano anche altre relazioni, come Torino-Milano-Venezia-Trieste e le due dorsali tirrenica ed adriatica. 
Il risultato ulteriore è stato anche quello di costipare la maggioranza dei treni sulla linea AV, salvo poi dire che l’affollamento su quei binari è eccessivo: grazie, si è sfasciato tutto il resto delle relazioni su linee diverse, e poi ci si lamenta…

Le stazioni, i passaggi a livello

Tra i risultati della spasmodica ricerca di taglio delle spese nelle FS si registra anche l’abbandono e la successiva vandalizzazione dei fabbricati di stazione e non solo.  Ne avevo già parlato qualche anno fa1

Una sommaria inchiesta personale mi porta a dire che forse in non più del 20% delle stazioni ferroviarie nazionali rimangono servizi all’utenza fruibili e di qualità adeguata, a partire dai servizi igienici, per lo più chiusi, inagibili e quasi sempre a pagamento. Le sale d’attesa sono state quasi del tutto chiuse e distrutte, a partire da Milano Centrale (sono diventate una libreria), dove si è raggiunto il paradosso di rimuovere anche i pochi posti a sedere nella galleria superiore, per non parlare dell’eliminazione totale di qualsiasi tipo di seduta ai binari. Persino in testa binario un elemento architettonico che poteva prestarsi come sgabello, è stato concepito a scivolo, per evitare quel pericolo. Il deposito bagagli è stato chiuso e dimenticato quasi dappertutto, per “ragioni di sicurezza” rispetto alle quali ci sarebbe molto da obiettare.

Nei Paesi virtuosi (su tutti la Svizzera, malgrado recenti cadute…) la stazione ferroviaria è il centro pulsante di un trasporto pubblico integrato tra gomma e ferro, grazie all’adiacenza dei bus, alla disponibilità e chiarezza delle tariffe dei taxi (tema - quest'ultimo - su cui Spagna docet), e via discorrendo.

Nulla di tutto ciò da noi: il viaggiatore ferroviario che arrivi a Monza, a Benevento o anche alla stazione Tiburtina di Roma, si aggira all’arrivo in un deserto dei Tartari ignoto, respingente, pericoloso. E non sa come muoversi. Il malcapitato può dimenticare di disporre di informazioni aggiornate, esaustive, e uguali su tutto il territorio nazionale.
Tra le cose più divertenti delle FS ci sono poi gli annunci: siccome si direbbe che la preoccupazione principale dell’azienda sia quella dello scarico delle proprie responsabilità, ecco che il passeggero si sente raccomandare di non aprire le porte prima che il treno sia fermo, quando ormai tutti i convogli sono dotati di porte automatiche, e l’elenco di messaggi demenziali del tipo “si raccomanda di mangiare con la bocca” potrebbe allungarsi a non finire.

Una considerazione a parte merita poi il tema del tempo di chiusura dei passaggi a livello. Nei Paesi normali le sbarre si chiudono poco prima del passaggio del treno e si riaprono subito dopo. Da noi no, possono passare decine di minuti, e questo è probabilmente dovuto alla insufficiente automazione e - devo supporre - alle prescrizioni di un benemerito ente burocratico che non nomineremo, ma che potremmo definire Organismo Nazionale Complicazione Pratiche Semplici (ONCPS) che, a modo suo, sovraintende al traffico ferroviario. Non per questo mancano in Italia ogni anno alcuni incidenti di passaggio a livello con morti. In compenso in una città siciliana si chiede di abolire l’inutile ferrovia, che tante attese ai binari genera ai cittadini automobilisti.

Bisogna tuttavia riconoscere che i treni italiani in Patria viaggiano piuttosto sicuri: talvolta capita invece che all’estero siano coinvolti in disastri, a dimostrazione che l’internazionalizzazione non è cosa da affrontare da un giorno all’altro con leggerezza, prospettando la “Metropolitana d’Europa”.
In un secolo e mezzo nel continente non siamo ancora riusciti a realizzare sistemi di controllo ferroviario omogenei e compatibili: la moneta è unica, ma i sistemi ferroviari no.

La bigliettazione

Un tempo l’acquisto di un biglietto ferroviario, in stazione, dove le biglietterie erano sempre aperte, o in agenzia, era una cosa assai facile. Il biglietto acquistato era valido per almeno due mesi per quel percorso e per quella classe e non si potevano avere dubbi. Perso un treno, si poteva salire sul successivo.
Oggi non è più così: le biglietterie sono aperte solo nelle stazioni principali e in orari limitati, mentre le emettitrici automatiche evidenziano spesso delle interfacce e dei software a dir poco penosi (in questo, fino a un recente miglioramento, si distingueva negativamente anche la lombarda Trenord). Il biglietto è differenziato per tipologie di treni, è valido solo per poche ore ed è facilissimo cadere in errori non rimborsabili. E le regole si modificano molto spesso.

Tariffe regionali, emettitrici e obliteratrici diverse per ciascun vettore, incomunicabilità dei sistemi rendono l’acquisizione dei biglietti un ginepraio inestricabile. Ne fa le spese il personale viaggiante di controllo, coinvolto in episodi talvolta anche violenti, costretto sempre più a rifugiarsi in cabina di guida, col risultato che la verifica del titolo di viaggio è sempre più infrequente.

Per non parlare delle tariffe: sull’Alta Velocità, e non solo, si risparmia esclusivamente programmando con settimane di anticipo; da quest’anno si è registrato un picco di tariffe nel periodo natalizio che ha toccato tutti e due gli esercenti dell’AV. E, avendo distrutto la frequenza dei vecchi Intercity, alternative non ce ne sono proprio. Il treno ha cessato di essere un servizio pubblico aperto a tutti, per diventare un esercizio “a mercato”. 

Questi dell'utenza si fanno un baffo

Malgrado le molte pubbliche dichiarazioni in senso contrario, la mia sensazione di utente più che cinquantennale è che l’ultima preoccupazione delle FS sia costituita dalle esigenze dei viaggiatori, che non sono minimamente al centro dell’attenzione aziendale.

Se una linea è a scarso traffico si rendono impraticabili gli orari, cosicché la frequentazione cala ancora fino a far raggiungere, nel giro di qualche anno, la conclusione che sia meglio terminare definitivamente il servizio (14 linee chiuse negli ultimi anni in Piemonte…).

Il materiale rotabile, che ha anche goduto delle forti sovvenzioni del PNRR, è stato ampiamente rinnovato negli ultimi anni, ma non sempre “nuovo” è sinonimo di qualità: per un’amministrazione è molto più facile e comodo acquistare nuovi mezzi che poi manutenerli e gestirli.
Così molti vagoni viaggiano con servizi igienici fuori uso, mancano appendiabiti e mensole sufficienti anche a un trolley e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Della sicurezza di viaggio e del vandalismo non vorrei parlare: questo è un problema trasversale che coinvolge la presenza di forze dell’ordine e di un quadro legislativo che esula dall’oggetto della mia esposizione. Ma anche quel problema è drammaticamente attuale: lo cito per ultimo, ma forse è il primo da affrontare con determinazione.

Federmanager e il trasporto ferroviario

Come rilevano anche i colleghi del settore impegnati in Federmanager, il numero dei dirigenti ferroviari di recente è cresciuto molto, al punto che c’è da porsi qualche interrogativo. Personalmente, non credo che a questo abbia corrisposto un equivalente miglioramento dei servizi... 

In conclusione, credo di aver portato qui opinioni personali da utente che, come tali, spero non siano considerate offensive da nessuno. Non è quella la mia intenzione, che vorrebbe essere invece costruttiva.

Trovandomi poi a coordinare le Commissioni federali sulle strategie industriali, poiché Federmanager è attenta a queste dinamiche, sto cercando di sensibilizzare i colleghi specialisti del settore per realizzare nell’anno in corso almeno un evento che riporti al centro dell’attenzione le problematiche del trasporto ferroviario nazionale. 
Mi auguro di riuscirci e spero anche che la pluralità dei punti di vista in quel contesto possa costruire una linea d’azione utile per orientare l’intero sistema. L’obiettivo è ambizioso, ma possiamo provarci…

1 G. Colombi : Qualche considerazione a proposito della maratona ferroviaria (?) di inizio estate in Dirigenti industria agosto-settembre 2022

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