Credere di sapere

Come l’autore scrive, questo testo andrebbe letto dopo quello precedente, “Condizionati a credere”, che è stato oggetto di recensione in ALDAI all’inizio del 2015. La parola che unisce i due testi è “credere”.

Di Filippo Bonfiglietti
Primiceri Editore 2021
Pagine 202 - Prezzo 15 € 


Recensione a cura di Mario Garassino
Nel primo libro si denunciano i condizionamenti che portano a credere all’autorità e alle sue verità, dovute anche alla propensione umana di farsi condizionare da ogni parola venduta bene, specie in Paesi dove idee e opinioni non possono essere discusse. Per fortuna la verità non è un’opinione (nostra o altrui) e non dipende dalla percezione, né deve essere influenzata dalle nostre convenienze.
Nel libro attuale, superato quindi l’equivoco tra “verità e opinione”, si va a trattare della vera conoscenza, del vero sapere, non del fatto di credere ciecamente e solamente.
Quante volte nella nostra vita siamo stati delusi per “aver creduto” senza interrogarci veramente?
Innumerevoli volte e sempre con grande insoddisfazione. L’essersene accorti, l’aver capito l’errore, può essere una piccola soddisfazione, una possibilità di non ripetersi, ma rimane il peccato di non aver voluto ragionare a tempo debito. Chi accetta senza rimpianti, e resta senza giudicare, difficilmente può trovare una giustificazione e vedere una verità differente.
L’autore riporta poi molti fatti storici che negli anni si sono tramutati in tragedie globali, guerre e stragi di popolazioni proprio avvenute per la mancanza di critica e per l’impossibilità di poter conoscere.
L’excursus dell’autore è molto snello fino ad arrivare al mondo moderno, a Copernico, Giordano Bruno e Galileo Galilei, l’epoca della trasformazione del pensiero con la sperimentazione in contrasto con il sistema tolemaico e con le chiese cristiane. Copernico nulla pubblicò prima della morte, Bruno affrontò a viso aperto le autorità non contrabbandando la libertà di opinione con la vita, Galileo abiurò, ma rimase della sua idea. Fu la Chiesa contro il libero pensiero, sulla base di parole della Bibbia come scusante, ma per non perdere il proprio potere di condizionare a far credere ciò che non era verità sicura.
L’autore prende lo spunto da questo per far vedere quanto le gerarchie forniscano interpretazioni della religione, basandosi sulla propria interpretazione di testi giudicati portatori di verità spesso non certe. Su questo punto l’autore si sofferma a lungo, vedendo nella religione uno tra i maggiori promulgatori di “non verità” e, quindi, tra i maggiori colpevoli della diffusione del falso sapere. Tutto facilitato, evidentemente, dalla predisposizione dell’uomo a farsi confondere senza criticare. 
Venendo ai giorni nostri, alle fake news, agli influencer, a tutti i fatti che ci vengono raccontati e che tanti accettano senza informarsi ulteriormente e senza un briciolo di critica, ci si può chiedere, perché? Perché si accettano così? Perché non si fa alcuno sforzo di pensare?
Così non deve essere. È necessario far funzionare la ragione, andando a fondo anche per argomenti che sembrano ostici, capire che non possiamo accettare di essere impotenti. Dobbiamo provare! 
Diviene infine anche un aspetto culturale. La cultura non è solo da utilizzare nel periodo scolastico, ma deve diventare un modo di affrontare i problemi, di capire le incongruenze delle situazioni e delle informazioni, trovare gli aspetti negativi.
Torniamo, dunque, a un aspetto determinante nella vita: non fidarsi che di pochi in cui crediamo e, anche per questi, cercare di valutare razionalmente le azioni.
Come “verità non è opinione”, così “sapere non è credere”.
Dal socratico “so di non sapere”, partire per ricercare nel vero sapere la libertà di pensare, conoscendo se stessi, appellandosi alla propria capacità di ragionare.

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