AI & Leadership: la questione non è tecnologica, è umana

Intervista a Don Luca Peyron

Loredana Chianelli

Socia ALDAI-Federmanager e componente del Gruppo Intelligenza Artificiale

Molti descrivono l’intelligenza artificiale come una rivoluzione tecnologica. Dal suo punto di vista è anche una rivoluzione culturale e antropologica.
Ogni rivoluzione tecnologica nel corso della storia è sempre stata anche una rivoluzione culturale e cognitiva, dalla macchina a stampa passando per l’elettricità. Questa non è diversa, ciò che è diverso è la velocità con cui tutto questo sta avvenendo e la profondità dei cambiamenti che comporta senza che le persone ne abbiano più di tanto contezza, soprattutto senza che ci si accorga cosa questo significhi davvero dal punto di vista del pensiero, dell’economia, della democrazia. 

Lei ha parlato di una possibile resa cognitiva dell’uomo di fronte all’intelligenza artificiale. Dove si trova oggi il confine tra usare l’AI come strumento e smettere di pensare?
Gli studi più recenti e il semplice dato empirico dell’esperienza di ciascuno di noi ci dicono che la macchina ha una capacità di produrre artefatti culturali appetibili. Veloci, precisi, affidabili nella maggior parte di casi. Molto difficilmente, se si usa l’intelligenza artificiale generativa, il nostro doveroso controllo degli esiti consiste in qualche cosa di più di qualche correzione, sottolineatura, aggiunta. Il filo argomentativo e la forma del testo finale, dopo il nostro intervento, ricalcano di fatto quello di partenza fornito dalla macchina. Questo accade per diverse ragioni, ma una è semplice e costante: il modo in cui il nostro cervello opera, cercando in ogni circostanza di risparmiare energia. In altri termini noi dobbiamo forzare la nostra abituale struttura di pensiero per pensare là dove è a disposizione un prodotto bello che fatto. La resa cognitiva è questa situazione: la non disponibilità delle persone a fare questa fatica. Il confine tra umano e macchina, in questo caso, non è più nell’ordine della macchina, ma della nostra attitudine, presente e futura, di scegliere di fare alcune fatiche che, in ipotesi, sembrerebbero evitabili. 

Lei ha osservato che l’intelligenza artificiale non sta toccando solo i flussi di cassa delle organizzazioni ma anche i flussi emotivi delle persone. Che cosa significa questo cambiamento?
Il cambiamento è in questo momento soprattutto nei più giovani: metà dei nostri adolescenti ha una fragilità psicologica e riversa sulla macchina tale fragilità chiedendo a una chatbot di fare da psicologo, spalla emotiva, consulente nelle scelte importanti. Non abbiamo dati che misurino quanto questo stia avvenendo anche con gli adulti, ma non è difficile pensare che vi possa essere un fenomeno analogo. Stando al mio campo più specifico non pochi usano chatbot per avere consigli spirituali ed è un dato di fatto che, almeno negli USA, il 70% delle persone ha una relazione affettiva che è nata da un incontro mediato da un algoritmo (app di dating ecc.). La questione tocca due aspetti. Il primo che un’app non è una persona, anche se ne imita il linguaggio. Non ha empatia, non ha coscienza, non ha buon senso. Interfacciarsi con una macchina può fornire informazioni, ma non innesca alcun processo di umanizzazione. In secondo luogo, l’esito macchinico è, sostanzialmente, mediocre e finalizzato, se stiamo all’AI di uso comune e commerciale, al permanere sul device più che a soddisfare efficacemente un bisogno reale. Le conseguenze di tutta questa architettura non hanno bisogno di ulteriori grandi commenti. 
Don Luca Peyron

Don Luca Peyron

Qual è la competenza più importante che la scuola e l’università dovrebbero sviluppare per preparare le nuove generazioni a convivere con l’intelligenza artificiale?
Credo che scuola e università non debbano fornire competenze. Questo credo sia un falso mito. La scuola e l’università dovrebbero educare, non addestrare. 

Lei ha detto che dovremmo chiedere ai progettisti delle tecnologie di aiutare l’essere umano a diventare sé stesso. Come dovrebbe tradursi questo principio nello sviluppo dell’intelligenza artificiale?
L’AI è una tecnologia che by design è capace di incorporare scelte e valore. Dai dati con cui viene allenata sino alle modalità con cui risponde la macchina è addestrata a stare su certi percorsi e fornire determinati esiti. È ingenuo pensare che sia semplicemente uno strumento e come tale sia neutra. Non lo è per nulla. A partire da questa considerazione, tecnica, l’AI dovrebbe essere disegnata seguendo determinati principi e schemi, soprattutto positivi e non solo “non nocivi”. Primo tra tutti il fatto di non essere studiata per creare dipendenza, come lo sono i social media. 

Nel mondo delle organizzazioni si parla molto di AI governance. Secondo lei la vera governance riguarda la tecnologia o la maturità delle persone che la utilizzano?
La governance consiste nella ricerca di un nuovo equilibrio nelle organizzazioni. Questo significa valutare il peso della presenza macchinica da una parte e, dall’altra, il posizionamento delle persone. Su tutto questo pesa moltissimo l’attuale legacy delle organizzazioni. I processi non sopravvivono per caso, ma per ragioni strutturali: costo del cambiamento (tempo, formazione, risorse), paura di perdere controllo o competenze, funzionano “abbastanza bene” e questo non crea urgenza, accumulo storico di adattamenti che diventano complessi da smontare. Più tecnologia significa un maggiore intervento su questi fattori. Va fatto un bilancio partendo da due principi: va innazitutto chiarito il futuro della propria organizzazione e poi, in base a quello, capito se e quanto la macchina è un asset; le persone vanno accompagnate, ma soprattutto chi guida le persone non deve presupporre di non dover essere accompagnato a sua volta. 

Molte persone stanno iniziando a usare strumenti di intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Qual è la prima consapevolezza che dovremmo sviluppare per utilizzarli in modo responsabile?
Che ogni delega comporta una perdita. Di capacità, responsabilità e via dicendo. La macchina toglie fatica, ma siamo sicuri che tutte le fatiche siano da eliminare? Dagli attriti e dalla fatica si costituisce anche la nostra dignità. Partirei da chi sono, chi desidero essere, chi non desidero diventare. La macchina viene dopo avere chiare queste risposte. Senza la delega esistenziale diventerà una probabile resa cognitiva: l’AI penserà per me, purtroppo però non ha una coscienza per pensare a me. 

Don Luca Peyron è presbitero dell’Arcidiocesi di Torino e fondatore e direttore del Servizio per l’Apostolato Digitale, realtà impegnata nell’analisi e nella riflessione sul rapporto tra tecnologia, cultura e vita umana. 
Si occupa da anni delle implicazioni antropologiche, etiche ed educative delle trasformazioni digitali, con particolare attenzione all’intelligenza artificiale. 
È docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro del comitato buone pratiche dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale per l’Industria, istituzione nazionale dedicata allo sviluppo e all’applicazione dell’intelligenza artificiale nel sistema produttivo. Interviene frequentemente nel dibattito pubblico sui temi dell’innovazione tecnologica, dell’educazione digitale e della responsabilità umana nell’era dell’AI, collaborando con scuole, università, istituzioni e imprese per promuovere una comprensione consapevole delle trasformazioni in atto.

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