Invecchiamento attivo. È la soluzione?

L’attività lavorativa non dovrebbe essere limitata a un numero finito di anni: l’apprendimento, il lavoro e la partecipazione attiva alla bene della collettività dovrebbero essere distribuiti lungo tutto l’arco della vita, anziché essere confinati, all’inizio e al centro della nostra esistenza. Nell’Unione Europea il 13% dei pensionati continua a svolgere una qualche forma di lavoro, anche se la situazione varia notevolmente da Paese a Paese

Franco Torelli

Franco Torelli Presidente Federmanager Trento e Componente del Comitato Nazionale Pensionati

Franco Torelli  

Presidente Federmanager Trento e componente del Comitato Nazionale Pensionati
Tutti noi abbiamo sempre seguito un percorso di crescita e formazione che ha dato energia e risorse alla nostra società dal dopoguerra ad oggi: studiare con impegno, lavorare con dedizione e passione per poi andare meritatamente in pensione ha costituito un modello vincente per diverse generazioni.

Oggi leggiamo che questo modello è sempre meno adatto ad una società in cui le persone restano attive e sane molto più a lungo: oltre un secolo di progressi scientifici e sociali ha fatto sì che la maggior parte di noi oggi sia più produttiva e più utile alla società più a lungo rispetto al passato.

A ben vedere l’attività lavorativa non dovrebbe quindi essere limitata a un numero finito di anni: l’apprendimento e il lavoro dovrebbero essere distribuiti lungo tutto l’arco della vita, anziché essere confinati, rispettivamente, all’inizio e al centro della nostra esistenza.

Molti studi confermano che lavorare oltre i 65 anni può avere effetti positivi su salute e benessere, soprattutto se in forme libere e flessibili.

Infatti una attività lavorativa consente di mantenere i legami sociali, ed i benefici aumentano nell’interagire con persone anche al di fuori della propria cerchia ristretta di amici e familiari, includendo cioè incontri con colleghi o sconosciuti.

Un impegno regolare aiuta a mantenere attive molte abilità cerebrali, come la comprensione, l’analisi e la valutazione a tutto vantaggio della salute cognitiva.

Una ricerca infine ha dimostrato che avere un forte senso di scopo – che spesso nasce dal proprio lavoro – è associato alla longevità, a una migliore memoria e funzione cognitiva e a un minor rischio di demenza.

Scopriamo che nell’UE il 13% dei pensionati continua a svolgere una qualche forma di lavoro, anche se la situazione varia notevolmente da Paese a Paese: in Svezia la percentuale supera il 40%, contro il 13% della Germania, e si attesta intorno al 9% in Francia e Italia.

A gennaio ad esempio, in Germania è entrata in vigore l’“Aktivrente” cioè la pensione attiva, una misura che consente di guadagnare fino a 2.000 euro al mese esentasse, in aggiunta alla pensione, se si continua a svolgere un lavoro. Con il duplice obiettivo: da un lato trattenere lavoratori esperti e contenere la spesa pensionistica – che nell’UE assorbe quasi metà della spesa sociale – e dall’altra mantenere vive le menti dei pensionati. Tuttavia questo incentivo è indirizzato soprattutto ai lavoratori più qualificati, cioè con redditi più elevati e con lavori meno impegnativi fisicamente, per cui ha suscitato alcune perplessità.

Una recente ricerca di Harvard Heath dice che un’ottima alternativa al lavoro regolare potrebbe essere il volontariato, che offre molteplici vantaggi, analoghi a quelli del lavoro, come le interazioni sociali, l’attività fisica, la stimolazione mentale e la possibilità di dare un senso alla propria vita.

I ricercatori hanno scoperto che un impegno di 50-200 ore all’anno – cioè da una a quattro ore a settimana – è associato già a benefici per la salute come un rallentamento dell’invecchiamento biologico, soprattutto tra i più anziani. Naturalmente occorre capire bene quale attività di volontariato sia più adatta alle proprie esigenze, deve essere in linea con i propri obiettivi, con il tempo che si può dedicare, i propri interessi personali ed il proprio livello di comfort.

Infine un’altra opzione per i pensionati potrebbe essere quella di diventare un mentore per giovani o per la carriera, perché grazie al lungo percorso professionale possono diventare figure chiave nel trasmettere competenze tecniche e “soft skills” a giovani lavoratori, studenti o nuove generazioni.

In Federmanager molte Associazioni Territoriali offrono ai propri associati senior opportunità sia di entrare in una rete di volontariato sia di cimentarsi nel mentoring.

Non saprei se sia la soluzione, però direi che merita provare.

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