Terremoto del Friuli A 50 anni dal sisma
Ricordiamo l’evento, la straordinaria solidarietà e la nascita del “Modello Friuli” per la ricostruzione
Alle ore 21:00:13 di giovedì 6 maggio 1976 una scossa di magnitudo 6,5 della scala Richter colpì duramente il Friuli Venezia Giulia provocando la morte di 1.000 persone.
L’epicentro localizzato tra i comuni di Gemona, Venzone, Artegna e Buia, in provincia di Udine, fu avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale e nella vicina Slovenia, classificandosi il quinto terremoto più distruttivo tra quelli registrati nel nostro paese.
La scossa interessò una vasta area del Friuli, più di 100 comuni delle province di Udine e Pordenone risultarono gravemente compromessi, fra questi i maggior danneggiati furono: Gemona del Friuli, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese e Osoppo; solo per citarne alcuni. I comuni dichiarati completamente distrutti furono 45, mentre per 55 la dichiarazione fu di “danneggiati”.
La superficie fortemente danneggiata venne considerata in circa 1.800 km. quadrati e le fonti indicano più di 17.000 abitazioni gravemente danneggiate o distrutte, che provocarono così più di 45.000 persone senzatetto. Ci furono inoltre 150 fabbriche di medie e grandi dimensioni distrutte con la perdita temporanea di circa 15.000 posti di lavoro.
La popolazione, tenace e legata alla propria terra, aiutata da moltissimi volontari e dagli alpini in servizio e in congedo, si mise subito al lavoro per trasformare la catastrofe in un’opportuna rinascita, fornendo un esempio unico per l’intera nazione.
Antonio Pesante Federmanager FVG e componente del Comitato Nazionale Pensionati
Se il sisma di maggio fu una tragedia, le repliche del’11 e 15 settembre (con scosse di magnitudo elevata: 5,5 fino a 6,0 scala Richter) fiaccarono inizialmente la caparbietà dei friulani, distruggendo ciò che era rimasto in piedi e lesionando anche i primi interventi ricostruttivi.
La volontà e la resilienza degli abitanti del Friuli portarono la Regione Friuli Venezia Giulia ad una decisione condivisa, cosiddetta “Modello Friuli”, che si esplicitava nel far approvare al più presto possibile al Parlamento Nazionale una legge (Legge 177/1976) di intervento e finanziamento, che garantiva autonomia decisionale ai singoli comuni, con la collaborazione gestionale/finanziaria del neocostituito “Ufficio Speciale per la Ricostruzione” sotto la guida del Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti. Venne adottata una strategia ricostruttiva lungimirante, riassunta nelle seguenti modalità prioritarie: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Le fabbriche per riuscire a trattenere i lavoratori in loco, e quindi evitare una emigrazione disastrosa.
Le case, dopo aver superato la scelta ponderata dei pochi prefabbricati leggeri (così chiamate baracche) per il periodo invernale, scegliendo invece di ospitare le famiglie sulla costa adriatica (Lignano, Grado, Caorle, Bibione e Jesolo), anche a garanzia della ricostruzione e stabilità delle famiglie.
Le chiese e il patrimonio storico, per ultimo, a garanzia della tenacia friulana di ripristino della propria storia. Questa visione strategica fu condivisa dall’allora Arcivescovo Monsignor Alfredo Battisti, che fu il collante tra la fede religiosa e la necessità pratica di rinascita civile ed economica del Friuli.
Se il sisma fu la tragedia, la ricostruzione fu l’epopea di una forza trainante riassunta nel motto friulano “Fuarce Friûl” (Forza Friuli) e “Fasìn di besôi” (Facciamo da soli) nel principio inderogabile di ricostruire “dov’era e com’era” quale atto di orgoglio civile e di affermazione di identità.
Un ulteriore esempio fu la trasparenza nella gestione dei finanziamenti ricevuti; la Regione, gli Enti locali e i cittadini esercitarono un controllo sociale e stringente sull’uso dei fondi. Questo permise di completare la maggior parte della ricostruzione abitativa entro 10 anni dall’evento.
Il terremoto del Friuli ha lasciato una importante eredità tangibile, che perdura ancora oggi, la nascita della Protezione Civile Italiana con l’approvazione e la guida preziosa di Giuseppe Zamberletti.
24 febbraio 2026
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