Le scarpe rosse

Come annunciato nel numero di gennaio/febbraio di Dirigenti Industria, pubblichiamo il racconto vincitore del primo premio del 5º Concorso letterario ALDAI “Cambiare è sempre difficile, ma anche motivante: preoccupazioni, speranze, inquietudini”

Federica Nin
Psicologa e laureata in filosofia. Dopo aver lavorato in clinica psichiatrica e insegnato, si è dedicata alla scrittura, approfondendo studi di epistemologia, filosofia morale e critica della sperimentazione su animali. Su questi temi ha scritto due libri, La vera scienza non usa animali e La zona grigia: illuminare l’invisibile, riscrivere la responsabilità, oltre ad articoli su pensiero critico e impegno etico.






Non le stavo cercando.
Ma c’erano.
Il primo giorno le ho solo guardate.
Scarpe. 
Ma non scarpe qualsiasi. Rosse.
Non rosso ciliegia. Non bordeaux da signora.
Rosso acceso, vivo, quasi sfacciato.
Pioveva, ed ero in anticipo. Camminavo sotto l’ombrello quando le ho viste: in una vetrina nuova, illuminate da una luce calda. Erano lì, in mezzo alla vetrina, una vetrina che odorava di nuovo, tra manichini immobili e riflessi di pioggia sul vetro. Spiccavano fra tutto il resto, come se sapessero di non appartenere a quel marciapiede grigio. 
Sono rimasta lì, sotto l’ombrello, mentre il mondo scivolava lento attorno a me.
Un’anziana con la spesa. Un ragazzo che parlava da solo. Un clacson in lontananza.
E io, inchiodata davanti a un desiderio piccolo e scandaloso.
Un paio di scarpe di un rosso vivo, brillante, impudente, urgente, come se stessero gridando “guardami” anche a chi non voleva. 
A me, per esempio.
Mi sono sforzata di far finta di niente, poi ho tirato dritto. 
Ma il giorno dopo ci sono ripassata. E quello dopo ancora.
Alla fine sono entrata. Il campanellino sopra la porta ha suonato un trillo gentile, come se mi stesse dicendo: finalmente.
«Posso provarle?» ho chiesto, e la mia voce sembrava uscita da qualcun’altra.
La commessa – giovane, capelli viola, occhi svegli – mi ha guardata sorpresa, mi ha sorriso come si sorride a chi non è il tipo – e aveva ragione – ma senza giudicare. 
Le ho invidiato i capelli viola, non per il colore ma per il coraggio (io li vorrei azzurri da quando ho fatto la fata turchina di Pinocchio nella recita scolastica, secoli fa).
Me le ha portate. Io le ho infilate, mi sono specchiata: mi stavano guardando dallo specchio, su due piedi che parevano di un’altra. 
Stavano bene. Troppo bene. Ma non bene nel senso di comode. Stavano bene addosso a chi non ero ancora diventata. 
Le ho comprate. Senza pensarci troppo. O forse proprio per non pensarci affatto.
A casa, ho aperto la scatola. Le ho appoggiate sul parquet, sotto la finestra, come due animaletti selvatici, pronti a scappare se solo li guardi troppo da vicino. Milo, il mio gatto grigio, si è avvicinato in silenzio. Ha annusato la punta lucida, poi si è sdraiato accanto, come fa solo con le cose che approva. O che sfidano l’ordine.
Poi ci si è accovacciato accanto, come se capisse. Come se sapesse che quelle scarpe non erano solo scarpe.
Le ho lasciate lì.
Le ho lasciate lì. Per giorni.
Le guardavo al mattino, prima di indossare le mie solite scarpe basse, comode, invisibili.
La scatola rimaneva lì, sul mobile, ogni tanto la fissavo come si guarda una lettera importante che non si ha il coraggio di aprire.
Lunedì mattina, le ho tirate fuori. Le ho messe sul tappeto. Mi sono vestita… e alla fine ho indossato le solite ballerine grigie.
Martedì, stessa cosa. Milo mi fissava da sopra il divano, con quegli occhi gialli da giudice zen. Aveva quello sguardo che dice: “Lo sai, vero? Stai scappando”.
Mercoledì ho fatto tardi, incapace di scegliere.
Giovedì, ho addirittura pensato di restituirle.
Quando avevo vent’anni, mi sembrava che il futuro fosse come un album da riempire. Avevo sogni a righe larghe: viaggiare, fare un lavoro creativo, forse scrivere. Magari progettare strade e ponti comodi per tutti, anche con le carrozzine. Poi è arrivato il “posto fisso”, le bollette, le scelte sensate. E il beige. Tanto beige. E anche tanto grigio.
Ogni mattina le guardavo, ma alla fine sceglievo le solite scarpe basse, scure, invisibili.
Milo, dal divano, mi fissava con occhi dorati. Occhi che non giudicavano, ma che vedevano tutto.
«Ma dove pensi di andare, vestita così?» sentivo mia madre, da qualche angolo della memoria.
Lei era elegante, sempre. Ma non amava l’eccesso. Io l’ho sempre assecondato, quel suo modo di tenere tutto sotto controllo. Anche me. E ho imparato a non fare mai nulla di “fuori posto”. Nemmeno una volta.
Tranne quel venerdì.
La notte avevo sognato mia madre.
Eravamo in camera mia, e io avevo un fiocco rosso tra i capelli.
«Troppo vistoso» diceva, sfilandolo. 
Poi il sogno cambiava. Lei spariva. E io restavo lì, con i capelli sciolti e lo sguardo fisso nello specchio.
Mi sono svegliata ricordando il sogno, e anche brandelli di passato vero. Avevo dieci anni la prima volta che ho provato a mettermi qualcosa di rosso.
Un fiocco.
Mia madre me lo aveva tolto dicendo: “Ti fa sembrare esagerata”.
Non ho più provato.
Ora ne ho quarantasei, ma certe frasi restano nella pelle come cicatrici sotto i vestiti.
Ancora distesa sul letto con Milo acciambellato metà sul guanciale e metà sui miei capelli, ripensavo al sogno e anche al ricordo, ma senza esserne turbata, anzi, con una strana leggerezza. 
Mi sono alzata, Milo mi ha seguita nella stanza, si è seduto accanto alla scatola.
Non ha detto nulla. Ma il messaggio era chiaro.
“È ora.”
C’era qualcosa nell’aria. O forse dentro di me. Quel venerdì… qualcosa è scattato.
La città si svegliava con quella luce strana dei giorni incerti. Milo saltò sul letto, mi diede un colpetto con la zampa, poi andò a sedersi accanto alla scatola.
Colazione, tè caldo, giornale aperto.
Ma le guardavo. Quelle scarpe, in un angolo della stanza, come se sapessero che stava arrivando il loro momento.
Mi sono detta: “E se le mettessi solo per oggi?”
Le ho infilate. Avevo le gambe rigide, il cuore che batteva troppo veloce per delle scarpe. Ma non le ho tolte.
Quelle scarpe rosse.
E sono uscita così. 
Non camminavo. Galleggiavo.
Ogni passo era un suono nuovo, come se camminassi su un pianoforte incantato.
E io, che di solito mi sentivo invisibile nella folla, e dopo tutto lo volevo, quel giorno mi sentivo scolpita.
Ogni passo sembrava troppo rumoroso, come se tutta la città si stesse girando a guardarmi.
Non era vero, ovviamente. Ma lo era per me.
In strada, il mondo sembrava uguale. Ma non lo era.
Il rumore dei tacchi sull’asfalto era una lingua che non parlavo da tempo.
Una musica sottile. Solo mia.
Al lavoro – ufficio amministrativo, quarto piano, corridoi beige come i miei pantaloni – c’è stato un momento di silenzio quando sono entrata.
Una collega ha detto: «Stai benissimo, oggi.»
E io: «Oggi sì.» Ho sorriso. 
Non era per le scarpe. Era per il passo. Per l’averlo fatto.
Quel giorno ho compilato gli stessi fogli, risposto alle stesse mail, ma qualcosa era cambiato.
Nessuno l’avrebbe notato. Ma io sì.
Avevo avuto paura. E avevo fatto lo stesso quel passo.
La sera, quando sono rientrata, ho trovato Milo seduto sullo zerbino, come un custode.
Mi ha guardata come se sapesse tutto.
Si è strofinato contro le scarpe rosse, poi è entrato in casa prima di me, con l’aria di chi ti lascia fare, ma solo perché ha deciso che puoi. Mi ha preceduta nel corridoio voltandosi a guardarmi come se volesse dirmi: “Benvenuta in casa tua.”
Il beige non è solo un colore. È uno stato d’animo.
Ci si avvolge dentro per non farsi notare, per non rischiare, per non disturbare.
Quelle scarpe, invece, erano una crepa nel muro.
Una crepa minuscola, da cui però passava la luce.
Ora le metto spesso.
Al supermercato. A fare benzina. A camminare senza meta.
A volte, le metto anche solo per andare a comprare il pane.
Le scarpe rosse, intendo.
Ogni volta, un piccolo terremoto sotto ai piedi.
Ora, quelle scarpe non sono più nella scatola.
Stanno fuori, pronte.
E ogni tanto ne compro altre: blu elettrico, gialle, persino con i brillantini.
Non per collezionarle.
Per ricordarmi che posso.
Non ho ancora cambiato vita.
Non ho ancora cambiato lavoro. 
Ma mi sto preparando. 
Ogni tanto apro Google Maps e cerco case in città mai viste. Cerco città nuove, quartieri lontani, corsi di ceramica, stanze con luce al mattino.
Sto decidendo di avviare quell’agenzia all’estero che un po’ spaventava me e che scontentava mia madre.
Il cambiamento non fa rumore, all’inizio.
A volte comincia con qualcosa di minuscolo.
Come un paio di scarpe.
Come il coraggio di essere quella che ancora non sei del tutto, ma che dentro sai di poter diventare.
Il lavoro è sempre lì, la sveglia suona sempre alle 6:45.
Ma adesso Google Maps conosce i miei segreti.
E ogni sera, quando spengo la luce, Milo si accoccola accanto a me.
Le fusa lente, come un mantra.
Una promessa.
Non per le scarpe.
Ma per tutto quello che verrà dopo.

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