Il ritorno dell’inflazione

Dopo anni senza inflazione, bisogna ambientarsi a un nuovo habitat in cui l’incremento dei prezzi influenza le decisioni economiche

Rodolfo Santagada   

Socio ALDAI-Federmanager e CFO
Oggi si torna a parlare di inflazione, sia nei Paesi emergenti che in quelli avanzati, quasi come fosse un fenomeno nuovo in quanto, nell’ultimo ventennio, ci si era abituati a un mondo “senza inflazione”. 
I motivi che ne hanno provocato il ritorno sono molteplici, ma essenzialmente collegati al vasto processo di globalizzazione. Ci si deve ambientare, consumatori e imprese, a un nuovo habitat in cui l’incremento dei prezzi influenza decisioni economiche come le negoziazioni salariali e la concorrenza tra imprese.

Il fenomeno dell’inflazione può essere combattuto dalla politica monetaria, controllata in Europa dalla Banca Centrale Europea, che introduce azioni che mirano a rallentare l’economia riducendo la quantità di moneta attraverso un aumento dei tassi di interesse, in modo che questo si traduca in una compressione della domanda aggregata e, più in generale, dell’attività economica.

Spesso ci si chiede come mai non si sia stati in grado di prevedere lo shock di inflazione…

In realtà, a fine 2021, nei modelli International Monetary Fund si stimava che nel corso del 2022 l’inflazione avrebbe presumibilmente raggiunto un valore incluso nella forchetta tra il 4 e il 6%, valore stimato in funzione di come gli shock e la domanda avrebbero creato i classici bottleneck sull’offerta di alcune materie prime. 

Ciò che invece non era stato previsto, sono stati la persistenza e il valore ben più alto. Originariamente si immaginava infatti che, una volta toccato il picco massimo del 6%, questo sarebbe stato riassorbito velocemente. Il problema è stato che a questo primo shock se ne è sommato un secondo, Omicron, e i problemi che ha creato (soprattutto nei mercati emergenti) che sono ben noti e riguardano principalmente il rallentamento delle catene produttive in questi Paesi, sia in termini di forza-lavoro (non mortalità) che in termini di efficienza.

Infine, si è aggiunto il terzo shock, rappresentato dall’invasione russa dell’Ucraina con il conseguente impatto su energia (gas e petrolio) e derrate alimentari.

Cosa succede oggi? 

Dopo un primo semestre contrassegnato da un aumento dei prezzi rilevante, l’oggetto di discussione è se tale tendenza sia destinata a mantenersi nel tempo oppure se si esaurirà nel giro di qualche mese. Se prendiamo in esame due materie prime rilevanti per l’economia come il gas e il rame, sono evidenti e impressionanti l’incremento e la volatilità, dato che i valori sono sostanzialmente triplicati rispetto a circa due anni fa. 

I riflessi di questi aumenti hanno avuto riverbero sui prezzi dei beni intermedi importati, beni usati quali componenti basilari per il sistema produttivo europeo e italiano, dato che una quota significativa delle industrie utilizza semilavorati acquistati da Paesi di più recente industrializzazione, Cina in primis. Come immediata conseguenza, vi è stata una ricaduta sui prezzi della produzione e, inevitabilmente, su quelli al consumo: l’andamento delle variazioni di questi indici mostra strette similitudini.

E il consumatore finale? 

In qualità di ultimo anello della catena, il consumatore ha risentito, a partire dalla metà del 2021, delle variazioni al rialzo con un picco massimo, raggiunto a fine 2021, quando ha toccato percentuali intorno al 3-4%, a fronte della variazione dei prezzi alla produzione intorno al 15%. Impensabile che le imprese possano continuare ad accettare una riduzione della loro marginalità.

Appare logico aspettarsi che le stesse mirino a recuperare il differenziale accumulatosi tra il 2021 e il primo semestre del 2022. A questo punto occorrerà valutare se, a fronte dell’aumento del costo della vita, si rileverà un aumento salariale tale da proteggere il potere d’acquisto che, come circolo vizioso, determinerà un ulteriore aumento dei costi di produzione (riferimento a scala mobile). Inevitabilmente si punterà all’accorciamento delle catene di fornitura (reshoring) per garantirsi una maggior sicurezza nell’approvvigionamento delle componenti necessari per completare il ciclo produttivo.

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